24/08/08

INCHIESTA: LO SCANDALO ITALIANO DEGLI ANIMALI ABBANDONATI


(di Stella Pende - Panorama)

Canili lager
Feriti, malati, affamati, soli: così i migliori «amici» dell'uomo sopravvivono nelle strutture pubbliche e private. Da Nord a Sud, Panorama le ha visitate. Scoprendo come il randagismo abbia fatto crescere un business senza regole. Non sempre perseguito dalla legge.


Non può più far niente, Lea, per il suo cucciolo. Piccolo straccio di peluche ammazzato dal ghiaccio di questa gabbia maledetta. Ma lei non si arrende: lo spinge col muso, lo lecca. Soprattutto mi guarda. E sono gli occhi di «carcerata» più straziati mai visti. Mai dimenticati. Un altro piccolo le muore vicino dentro sussulti e vomito. Ma non c'è nessuno. Nessuno dei veri bastardi che hanno osato chiamare questo lager Rifugio amici a 4 zampe». «Là sotto!» urla Giuseppe Fanelli, animalista, vero veggente di crimini animali. Sotto una tettoia di lamiera, nei sacchi di plastica, cadaveri di cani. Scarnificati come foche.

L'avvocato Alberico Villani, primo cittadino di Altavilla Irpina, Avellino, finanzia il rifugio e pare infiammarsi davanti all'orrore. «Ma come? Gli diamo solo noi 42.756,12 euro all'anno!». Promette con tanto di editto, Villani, che il canile sarà subito chiuso. Gli credo. Ghigna Giuseppe il veggente. «Solita commedia...». Passa un mese, poi l'intervento dei Nas. «Ma il canile è sotto sequestro solo per mancati permessi edilizi» spiega Ernesto Pompa veterinario della asl di Avellino. Scusi e le torture? E i cani morti? Non vi vergognate voi che dovreste vigilare? «È stata un'epidemia di cimurro. E l'addetto al ritiro delle carcasse aveva l'influenza». Il dottor Pompa la vergogna non la trova.

Nella pellicola horror di Altavilla Irpina si trovano invece tutti gli attori che recitano nella storia di certi canili italiani. Le vittime: i cani. I killer: alcuni tenutari di galere canine. I Ponzio Pilato: alcuni sindaci che se ne lavano le mani. E i complici: alcuni veterinari delle asl che regalano medaglie di «bontà» a lager indegni che nascondono uno dei più moderni e loschi affari del Paese: il business del randagismo.
«È un affare da 7 milioni di euro l'anno»: è nera di capelli e di occhi come un piccolo lupo, Elisa D'Alessio, combattente della Lega antivivisezione, madre del randagismo italiano, guida e compagna in questo lungo e sconvolgente viaggio dentro i canili d'Italia.

CHI SI AGGIUDICA IL RECORD DELLA MORTE

Ecco dove sopravvivono in mucchio, senza un tetto per ripararsi dal maltempo o dal sole
Morte, estrema tragedia dell'affare randagismo. Tanti cani, tanti soldi, tanti morti. Il sovraffollamento fa sbranare nelle gabbie cane con cane. E troppi cani non si possono curare, né amare. Il record della morte l'ha sempre avuto la Sicilia.

GIULIANO DI ROMA

Ma oggi qualunque primato impallidisce davanti agli animali morti nel canile di Silverio Minotti a Giuliano di Roma. Ospita i cani di 44 comuni intorno, Frosinone compreso. Da una relazione della asl, di cui Panorama è entrato in possesso, si scoprono tassi di mortalità agghiaccianti. Nel 1998 gli animali arrivati al canile erano 513: ne morirono 395. Nel 2001, su 746 cani ne muoiono 597, l'80 per cento. Nel 2002, su 854, 667. Infine 407 su 746 nel 2003. Un lager?
Nelle gabbie i cani stanno uno sopra l'altro come macchine da rottamare. Cuccioli chiusi in conigliere sospese da terra. Zampe ferite che si incastrano nelle griglie. Nei box per gli adulti, 10 o 12 cani insieme mangiano croccantini gettati per terra. Si sbranano. I carabinieri ordinano la riduzione del numero dei cani. Ma non cambia nulla.
Il gestore si occupa anche dello smaltimento delle carcasse e percepisce un compenso per la cattura. Risultato: Silverio ha avuto dalla asl 96.991,94 euro nel 2002 e 92.2990,84 euro nel 2003. Altri 116.797,27 euro gli arrivavano dal Comune di Frosinone, 48.500 da quello di Alatri e 25 mila da Veroli.
Come giustificano questo massacro medici e controllori? Antonio Messore, direttore sanità animale della asl di Frosinone, che firma il rapporto, ha un'influenza lunga tre settimane. Alla quarta fa sapere che l'affidamento triennale del servizio di accalappiamento è stato trasferito dal primo marzo 2005 a una nuova ditta, la Hotel dog di Ceccano. Ma chi accalappia oggi i cani del canile di Giuliano di Roma?

CALTANISSETTA

Nella Sicilia che ha sempre avuto il record di morti, nei canili privati come il Ricara, finanziato dal Comune di Caltanissetta e da molti altri, muore il 59 per cento degli animali. A non resistere alle crudeltà, allo strazio, alle sevizie (reati per i quali è stato indagato il padrone del lager Ennio Lo Piano) sono soprattutto i cuccioli di due o tre mesi che, forse, preferiscono morire, piuttosto che restare nel canile a vita. In base ai numeri, gran parte dei cani non ce la fa a superare i 100 giorni dopo l'arrivo. Non succedeva così anche ai bambini ebrei nei lager nazisti? Il sindaco di Caltanissetta, che non permetterà paragoni tanto avventati, emette invece settimanalmente «ordinanze contingibili e urgenti» per seppellire i cani nelle fosse comuni che circondano il canile. In quattro anni sono stati sotterrati 2 mila cani.
Il canile municipale di Palermo seguiva il record a ruota. Oggi pare che la mortalità sia un po' calata. Ma chi sa è scettico. Immaginate la vita in un loculo di cemento di un 1 e 50 per 2 e mezzo senza avere un soffio d'aria. Impossibile per un uomo, figurarsi per i 60 pitbull e i 20 rottweiler sequestrati o abbandonati da padroni disgraziati.
Immaginate una vita sempre sotto il cielo, senza ripari per canicola o ghiaccio: questo è il destino di dieci cani ammalati e condannati. Altri 50 stanno nell'area dell'ex macello. Una volta ci amazzavano mucche e maiali, oggi ci stanno i cani «muzzicaturi».
Si dice che il 38 per cento delle morti (il 58, per cento) sia dovuto a cause naturali. Ma la fame, il freddo, gli stenti, la disperazione sono «morti naturali»? O forse l'eutanasia più naturale è lo sbranamento? Come racconta un video delle Iene dove un branco di cani all'area aperta assale e divora il più debole, l'ultimo arrivato. Per questo video il veterinario Angelo Todaro perse il posto, oggi, naturalmente, riconquistato. La conseguenza di quella indagine? L'eliminazione dell'area dove i cani camminavano liberi.
Canili, terre di cani dannati. Ma anche rifugi pietosi dove la passione vince la fame di denaro e la ferocia degli uomini. Purtroppo l'affare dei randagi è un'epidemia che contagia molti. Elisa sventola il suo ultimo manifesto con epitaffio: «Il tuo padrone ti ha fatto randagio, il tuo carceriere un investimento». Racconta che da quando nel 1991 è stata cancellata la pena di morte per i vagabondi da canile, strani imprenditori si litigano appalti milionari per aprire rifugi che i comuni non possono costruire. «Peccato che gli amministratori regalino concessioni milionarie a privati squali invece che alle associazioni che vigilano su torture e mascalzoni».

Torture? Squali? Elisa giura che un nome vola alto su tutti: Giovanni Di Bella. Vampiro di cani. Ex consigliere comunale a Brindisi, presidente della squadra di basket e infine padrone di un immenso canile, il signor Giovannino è già finito in carcere. Oggi aspetta il giudizio finale: associazione per delinquere, frode aggravata, furto, maltrattamento e torture. Di Bella è amico del sindaco di Brindisi che gli da 476.125 euro solo per la custodia. Istruisce ben bene i compari e perfino qualche consigliere della giunta che gli segnala cani da accalappiare a 180 mila lire a viaggio. A lui vanno bene anche i cani morti. Per ogni carcassa intasca 120 euro. Ma non è mai sazio Giovannino. Così col suo pulmino ruba anche i cani col padrone. Soffia sotto il naso perfino quello della farmacista Francesca Ponzio. Poi una mattina fa il passo falso: «Mi hanno rubato 600 cani» racconta ai carabinieri, che scopriranno che il Comune paga ancora per cani già morti e seppelliti. Oggi anche lui sa cosa vuol dire stare in gabbia.

Di Bella è solo uno. Troppi vampiri di cani restano liberi. Impuniti. Troppo dolore di animali prigionieri resta sconosciuto. Ma i mostri umani degli sporchi affari hanno grandi nemici. Nessuno può fermare il furore dei protettori degli animali. Strana razza gli animalisti. Uomini e donne stregati da una qualità che solo gli animali conoscono: l'innocenza. Paladini della solitudine delle bestie. Gente che non riesce più a liberarsi da quest'amore-ossessione che gli rapisce la vita.

NEI CANILI A 5 STELLE IN ATTESA DEL NUOVO PADRONE

Alla Muratella, nella capitale, e nel capoluogo piemontese due strutture esemplari

ROMA
Il Maracanà, lo stadio leggendario di Rio de Janeiro: così sembra il nuovo canile comunale della Muratella, a Roma. Trentamila metri quadrati e tre livelli. Un'astronave canina dove i servizi sono tutti al centro «perché nessun animale sia allontanato dal cuore del canile».
Cristina Bedini, anima e motore del rifugio, guida Panorama tra le gabbie. I cani sono in coppia: Pecorella e Scott appena fidanzati, Martina e Dindi vecchi coniugi. Informazioni su ogni gabbia: «Nerone mangia lento»; «Non lasciate i giochi nella gabbie»; «Smith è arrivato ieri: coccole». Finalmente cani che hanno diritto alla vita. Perfino i pitbull Pablo, Diabolik e Tigro hanno un nome e una speranza.
All'entrata, il banco accettazione e la cassa: «Non abbiamo bisogno di soldi» dice Bedini «quello che ci arriva dai volontari va ai canili più sfortunati». Due ali con le sale chirurgiche e 106 dipendenti. Una sala conferenze di 160 mq. Da un ufficio uno strano uggiolare. È Billy, un cagnone che va in adozione. Deve abituarsi a tavoli e poltrone. Fuori, prati per correre e sognare.
«I canili devono essere luoghi di passaggio per cani smarriti, malati, traditi. Mai carceri a vita. Spendiamo di più per la prevenzione. E diciamolo: la sterilizzazione è un obbligo, una manna per i cani. Troviamo padroni. Infine è ora che tutti, servizi veterinari e polizia, vigili urbani e sindaci, affrontino con responsabilità il problema del randagismo». Cristina è forte, aggiunge: «Basta con gli allevamenti, i negozi e con tutti quelli che sul dolore dei cani mangiano». Guarda la collina: «Si chiamava Baffetto e ci guardava da lassù mentre facevamo i lavori del canile. I cani dei nomadi lo attaccavano. Lui resisteva. E tornava e aspettava... Solo quando abbiamo aperto il primo giorno è sceso. Era a brandelli. Ma ce l'ha fatta. I randagi sono tutti come Baffetto. Possono aspettarti in gabbia per una vita. Non dimentichiamolo».

TORINO
Costruito un anno fa, 2 milioni di euro, 50 dipendenti a rotazione. Vialetti, alberi e lampioni come in una favola. Quello comunale di Torino è il canile perfetto. Ma la sorpresa sono le gabbie: 8 metri quadrati con la metà al coperto. E dentro il riscaldamento. Gli ospiti sono 200, uno per gabbia. Tutti vaccinati e sterilizzati. Chi li adotta è interrogato come se adottasse un bimbo dopo avrà controlli come se avesse adottato un figlio. Ah, ci sono sempre due gabbie vuote per gli arrivi inaspettati. Come nei grandi hotel.
A forza di urlare per difendere i suoi parenti pelosi Rosaria Boccacini, presidente dell'Adda, Associazione difesa degli animali, ha la voce di un rottweiler e il cuore di un angelo. È lei la vestale dei cani di quartiere di Castellammare di Stabia che dormono in branco sotto la sua finestra di casa. Tutti in un furgoncino Fiat rosso con scritta: «Attenti all'uomo». È un piccolo circo con posti anche in piedi. «La morale di un uomo, dice Milan Kundera, si misura davanti agli esseri alla sua mercé: cioè agli animali» sentenzia Rosaria agitando una testa bionda con treccina che, confessa, è la coda della sua anima canina. Una truppa di vagabondi grassi allevati a würstel la segue. «Il cane di quartiere è l'alternativa morale al canile. E, fra le adozioni, la più moderna». Rosaria soffre. Qualcuno le ha avvelenato i «suoi» cani del cimitero. «Erano le stelle di quei poveri morti. Cani buoni. So chi è stato. Alla faccia loro ho fatto un funerale in grande stile. Le bare le portavano i bambini delle elementari. Angeli che portavano angeli».

Rosaria sa molto. «Le convenzioni vanno all'asta. Spesso pilotate. I privati si pigliano pure 3 o 4 euro al giorno per cane. Ma strane associazioni, pur di prendersi l'appalto, affamano i cani accontentandosi di 50 centesimi a testa. Così i loro cani diventano ombre di ossa. Ma restano clienti vivi... capisce che mostri?».
Sbraita questa Giovanna d'Arco dei bastardi e detta la sua legge. «Niente cani ai privati che costruiscono canili arrampicati sulle montagne. Così i cani diventano desaparecidos. Perfino io divento inutile contro quei Pinochet dei canili». Vero. I canili dell'Italia stanno sempre all'inferno. Attraversi attonito gironi e gironi, incontri prati e montagne, finché gli ululati dei dannati diventano l'unica guida. Come il Monte dei rottweiler, arrampicato sulla punta di una collina che guarda a picco il mare di Cuma, vicino a Napoli. Chilometri di sassi, melma, fossi. Impossibile arrivare. Ma ci arriviamo. È un carcere di sicurezza per «mostri innocenti». Un mastino, gigante azzurro, sta immobile come una statua pietrificata da un malefizio. L'odore di urina ti infilza il cranio. I cani mangiano le loro stesse feci miste ai croccantini sparsi per terra. E poi i pitbull. Una strage. Ogni canile ne ha minimo dieci, qui non si contano.

Comprati dai mafiosi per combattere, sbranati, abbandonati dopo l'editto di Girolamo Sirchia perché mostri sanguinari, i pitbull sono i negri dei canili. Nessun diritto. Nemmeno una goccia d'aria. Solo impazzire in un metro per due tutta la vita. Se sei pitbull e nero poi, come Nerone, le sbarre non bastano. Stai legato in gabbia a una catena che ti fa schiumare il collo e la bocca. Mai visto un prigioniero cosi. Nemmeno una fiera allo zoo.

VAGABONDI DI RAZZA SOLI E SENZA AMORE

Quanto costano i rifugi nelle due regioni del Centro Italia. E quali sorprese nascondono

ABRUZZO
Bastardi di razza: il cane di sangue blu è perfetto nel corredo degli status symbol in Abruzzo. Costa poco ormai, i cuccioli col pedigree sono inflazionati. Allevatori, ambulanti e negozi li vendono come panini. Fanno contenti tutti. Per poco. Solo nell'ultimo mese l'Enpa ne ha trovati per strada oltre 30: pinscher sulle provinciali, rottweiler nei giardini pubblici, husky, pastori tedeschi e dobermann abbandonati tra i negozi.
In Abruzzo il randagio di razza è un attore protagonista. Ma mentre per i cani abbandonati e soli di Pescara Carmelita del Dog village raccoglie, cura e programma adozioni, ai cani con pedigree l'infedeltà dei padroni costa molto più cara. Il vagabondo può, sterilizzato e curato, diventare un amato cane di quartiere. Ma chi può tollerare un rottweiler o un pastore tedesco libero in città? Così bellezza e razza, una volta qualità ricercate e pagate, diventano oggi un peccato canino che costa caro.
E può anche accadere, come è avvenuto a Penne (vicino a Pescara) che un sindaco applichi l'articolo 130 del regolamento adottato nel 2003: vietato possedere più di tre cani per famiglia. A colpi di ordinanze spuntano le vittime: Katia Romagnoli dovrà lasciare due dei quattro bastardini che sono la sua vita. C'è chi salva i cani dalla strada e chi punisce quelli che li accoglie.
I randagi della regione sono 42.710, i canili 18, i comuni spendono 2 euro al giorno per mantenere i cani. Un cane costa alla regione 1.080 euro all'anno.
Il canile privato di Fallo costa al Comune di Vasto 8 mila euro al mese. Peccato che gli animali vivano in condizioni scandalose. Sei cani per box, pavimento di cemento, cibo scarso. Anni fa il Comune di Pescara affidò al canile 88 animali. Nel 2000, a convenzione caduta, ne tornarono 41. Gli altri erano morti.

MARCHE
Pare che gli avventurieri dei canili siano nelle Marche premiati dalla legge: per una struttura privata con meno di 100 cani i comuni pagano da 1,29 a 1,50 euro. Se superano i 100, la cifra sale fino a 2,50 euro. Un canile comunale gestito dai privati vede subito abbassati i suoi incassi: tra 1,55 e 1,88 euro. Va malissimo per le associazioni, che ricevono (sotto i 100 cani) da 0,66 a 0,75 euro. Sopra i 100, da 1,04 a 1,25.
Nel 2004, la Regione Marche ha erogato ai comuni 230 mila euro per mantenere 5.773 cani randagi sistemati in 52 canili. Alle associazioni sono stati destinati 34.372 euro.
Un'altra, bianca e marrone, dondola la testa come una vecchia pazza. Non esce chissà da quando. Era dolcissima, dicono, ma la padrona dopo Sirchia aveva paura. L'accarezzo. Scodinzola subito. Osa, mi prende la mano in bocca per giocare. Sa di avere pochi secondi per far avverare il miracolo di trovare un padrone. Vorrei portarla via subito. Lei e quelle migliaia di cani che ho dovuto lasciare in queste galere schifose. Invece vado via. Anch'io. Allora lei comincia a sbattere il muso contro il muro. Scappo. I suoi urli disperati mi perseguiteranno finché non esco da quel bosco maledetto.

Carlo Maresca, professorone di liceo napoletano e guardia zoofila, mi consola portandomi da Antonio Buonocore. Subito davanti al suo canile ecco Atomica la cagna, come pare, scampata alla bomba nucleare. Piaghe e croste perché cotta nell'acqua bollente. E poi, forse con accetta, le hanno amputato una gamba. Eppure, Atomica scodinzola, «la metto qui davanti al cancello apposta. È lei il biglietto da visita della ferocia degli uomini». Antonio è un gigante buono. Non sa più neppure lui se è uomo o cane. Di certo è come se fosse in gabbia con loro: «Ho circa 300 cani e il comune mi dà 2,80 euro per ognuno». Il canile è fatiscente ma non importa. Nella stanza riscaldata ci sono i vecchi pensionati. Ma nei recinti anche cani bellissimi. Come Bill, un incrocio bianco e grigio tra un alano e Steve McQueen. Un vero fusto. Perché la gente è così fessa da spendere fortune per i soliti cani di sangue blu?

Guidando, Maresca racconta: «L'importante è che i volontari entrino. Senza volontari la mortalità dei randagi sarebbe devastante». Quando blindano il canile, invece, dell'inferno che c'è dentro, non sai più nulla. Bloccano adozioni e sterilizzazioni. Così i cani si accoppiano e le gabbie diventano fabbriche di condannati e di denaro sporco. Carlo parla dell'accalappiamento come una delle ricchezze del business del randagismo. Da 130 a 150 euro per cane. E un canile ha da 2 a 4 entrate al giorno. Fa' un po' il conto...». Ne arriva uno al Dog Park, canile dignitoso di Boscotrecase in Campania. Nel furgoncino col cappio da boia al collo, un cagnolino color terra. Si divincola. Terrore. Riesce a scappare. Conto gli ultimi attimi della sua libertà. Lo appendono come un trofeo. Era un pacifico cane di quartiere, amico del benzinaio, sfamato dal giornalaio. E, forse, era anche la gioia dei bambini. Perché condannarlo innocente al freddo e alla paura? Passo lungo le gabbie. Furia di nasi, di zampe che frullano tra le sbarre per rubare carezze. Una bolgia di urla, 300 bocche che abbaiano. «Non abbaiano: la chiamano» mi dice sussurrando il custode. E quella frase come un pugno mi spegne il frastuono. Una magia che azzera il dolore.

LAZZARETTI DI SARDEGNA E VIAGGI SOSPETTI

Giallo in un canile di Olbia: troppi voli di randagi verso la Germania

Come stanno i canili in Sardegna? «Come chiedere a Manzoni com'erano le case lombarde durante la peste. Dei lazzaretti». Alberto Russo, veterinario eroe tra Cagliari e Pula, ambulatorio sempre aperto insieme al cuore, sa che la maledizione dei randagi sardi sta nei cancelli. «Nelle case sarde sono sempre aperti. I cani girano, si accoppiano. Qui la sterilizzazione è fantascienza».
Fra tutti i canili, quello che ha guadagnato più punti in negativo è il canile Europa, a Olbia. Sequestrato più volte al padrone veterinario Quinto Puddu, oggi ospita ancora gli sfortunati cani di 24 comuni. «All'epoca ci abbiamo trascinato il nostro sindaco, che era convenzionato» racconta Marcella Ortu di Serramanna, Cagliari. «Abbiamo visto cani morti sbranati, erano gonfi, putrefatti da giorni, e poi povere bestie affamate che leccavano il fango per terra. Nella cucina brodaglie ignobili. E un strano utensile, una motosega. Il sindaco ha ritirato la convenzione».
Puddu ha impedito a Panorama di entrare: «La stampa, vade retro». Belli o brutti, i canili in Sardegna hanno un solo problema: in pochi, tra comuni e privati, li aiutano a mantenere civilmente gli animali. Così per il canile di Narbolia e per il rifugio Amico del cane di Sassari. A parte il Dog hotel Chinarello di cui vale la pena ricordare l'impegno per gli animali.
Ma in un canile sempre di Olbia, il Rifugio dei fratelli minori, accade qualcosa di molto originale. «Un'associazione tedesca si occupa di piazzare in Germania i nostri cani. Naturalmente conosciamo indirizzi e nomi di chi li adotta in Germania» racconta Serena Cosetta Prontu. Tanta serenità non è condivisa da animalisti, veterinari e forze dell'ordine. Perché tedeschi generosi dovrebbero pagare voli aerei per cani sardi e malridotti quando i loro rifugi sono pieni di randagi?
Stesse quiete risposte arrivano da Alessandro Impagliazzo, direttore del canile di Ischia intestato alla fondazione tedesca Anna Maria Ernst. Il direttore fornisce naturalmente i documenti che spiegano i viaggi mensili di cinque o sei cani sempre in terre tedesche. La asl autorizza viaggi per sei al massimo sette animali, e di quelli tutto si sa. Ma sono solo quelli i cani che partono?
Nas e carabinieri indagano certamente sulla questione Germania. Ma un grillo parlante, Elisa D'Alessio, ne sa di più: «La Germania? È ormai una leggenda, ma nessuno può dimostrare nulla. Partono cani dalla Puglia e da Assisi, dalla Toscana e dalla Sardegna». Perché? «Beh, una notizia utile potrebbe essere quella che vieta in Germania la sperimentazione scientifica sui cani tedeschi».
Cammino lungo i recinti e vedo solo bocche che si aprono e si chiudono mute. La verità è che passando diventi un'illusione feroce e inutile. Via! Al diavolo i canili e i loro aguzzini! Ma ecco arrivare nella galera un lupetto magro. Immobile sul cemento acquoso. Apro la gabbia. Firmo e corro. Si chiamerà Pietro. Resterà il simbolo di questo viaggio e del dolore di quelle migliaia di creature prigioniere a cui è dedicato.
Pietro è ospite automobilistico perfetto. Non abbaia e non piange mai. «Gli avranno raccontato la storia dei cani di Ferramosca» mi dice a Lecce Floriana Catanzaro, avvocato penalista tanto bella quanto dannata nella passione animale. «Da Nhoa, canile di Silvio Giorgio Ferramosca, vicino a Lecce, arrivavano troppi latrati. Rischio di denunce per inquinamento acustico. Ma soprattutto di perdite d'incasso» racconta ancora Floriana. Presto detto, Silvio risolve. E fa segare, cioè folgorare, le corde vocali dei suoi animali. «Li ho visti» dice Floriana «erano scheletri muti che vomitavano sangue e stridori». Poi il folgoratore si scusa: «È stata una pulizia dei denti andata male». Però lo condannano. Peccato che oggi sia proprio lui il presidente di una cooperativa che gestisce un canile. E naturalmente i sindaci della zona continuano a passargli almeno 2 euro a cane.

«Li condannano. Spariscono un po' e poi rischizzano fuori. Sono veri Alien dei canili». A Fabio Meli, mite educatore di cani, nessuno invece dà nulla. Anzi. Ha comprato un piccolo terreno recintato per i suoi trovatelli. «Erano brandelli di cane... Oggi sono felici. Ma ci butto la vita, come tutti quelli che aiutano i cani da soli senza mangiarci. La verità è che in Puglia e in Calabria un cane è ancora una cosa senza dolore».
Fabio racconta la storia dell'ammazzatore di cani di Schiafazzi. «Si chiama Giuseppe Buffelli. Molti sanno che impicca, e tortura, i cani. Ho fatto le fotografie. Aveva appena sparato al suo pastore tedesco che era in un lago di sangue. La procura di Lecce ha tutti i documenti. Nulla!». Ma non sanno giudici e procure che chi tortura un animale oggi, domani può torturare tuo figlio? L'Italia è ricca di canili tempestati di sequestri. Condanne orrende, atroci. Ma poi tutto torna come prima.
Il canile sanitario di Taranto (nel freezer degli orrori hanno trovato 140 carcasse di cani) è sequestrato dal vigoroso pm Salvatore Cosentino, che mi racconta, nel suo studio, di aver dato la custodia agli animalisti. Bene: la società Tarentum 2000 continua ad avere in mano la regia amministrativa. E cioè 841.900 euro per 5 anni. Lo stesso padrone è amministratore del canile di Statte dove cagnetti straziati sono stati trovati nelle fosse comuni. La società prende ancora 424 mila euro l'anno per 600 cani.

VIVERE NELLE ROULOTTE CON QUALCHE PEZZO DI PANE

Non è una regione di buoni canili. Come dimostrano alcuni casi di sequestro

VENETO
Bastano dieci passi, oltre un cancello arrugginito, per vedere animali piangere. Accade a Pocenia, tra Udine e Pordenone, in un canile che tale non è. Dove l'acqua diventa ghiaccio prima della sera. Dove gli ululati sono singhiozzi rochi. Dieci anni di lotta tra comune e i custodi Gina Tibad e Vittorio Bernardo che finiscono in favore della coppia. Prima gli sequestrano la struttura e poi gliela restituiscono.
Oggi al canile di Pocenia decine di cani randagi si azzuffano per prendersi un angolo in quattro roulotte. Saltano da un finestrino all'altro, da una poltroncina sbrindellata all'altra. Pare una piccola arca di Noè. Gli altri sopravvivono in gabbie fatiscenti dove vince la legge del più forte. Ceppi di legna ardono. Cuccioli che ti supplicano. Vecchi cani che tremano.
Il Veneto non è una regione di buoni canili. Lager è il nome dato al canile di Musile del Piave. Località: Lazzaretto. Venti comuni del Veneto e parte del Friuli danno 1,5 euro al giorno per 350 cani raccolti in uno dei rifugi più discussi d'Italia. Dove sono stati trovati randagi morti e barattoli di Tanax, veleno mortale. Ma non basta. Mirella Padovani, 80 anni, è ancora lì, non smette di dire che quel lavoro lo fa per amore. Forse è anche vero, ma i suoi cani non lo sanno.
A San Giuliano, a pochi chilometri da Venezia, il canile scoppia con i suoi 851 cani costretti a vivere in loculi. Eppure, i comuni pagano all'associazione veneta zoofila 1,5 euro per ogni cane.
C'è l'odore dell'inferno tra quei cuccioli che ti assalgono per un boccone di pane. Anche lì, di sera, arriva la passione dei volontari che portano gli avanzi della mensa di cinque scuole elementari. Cuccioli che aiutano cuccioli. Per quanto?

I NUMERI DEL NORD-EST
7 mila i cani che vivono nei 30 canili censiti in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino- Alto Adige
5 milioni di euro all'anno il volume di affari dei gestori di canili escludendo quelli sanitari.
130 euro la cifra media che l'asl offre a chi cattura un cane.
Bruttezze e bugie non sono solo dei canili sporchi e cattivi. Al San Raphael, sempre a Taranto, la signora Simona Quaranta, ragazza elegante con Mercedes (la sua azienda Ecolife prende dal comune 515 mila euro all'anno), mi presenta un canile perfetto. Prati vellutati, uffici lucidi e sogni. «Qui verrà la piscina di riabilitazione per cani». Poi davanti alle gabbie sulla collinetta il colpo di scena: lo Spoon River di Fido. Il cimitero canino con lapidi, fiori e dediche strazianti: «Yuri cuore di mamma», «Rambo sei stato il nostro cucciolo adesso sei l'angelo», «Lilly mia vita». Più in là le gabbie sembrano buone. E la mortalità, chiedo? «Il 2 per cento» risponde la signorina. Peccato che mi basta un'ora per scoprire che negli ultimi tre mesi almeno cento cadaveri canini sono arrivati dal San Raphael all'inceneritore del canile sanitario di Taranto. E, si salvi chi può, i signori dell'Ecolife preparano un altro canile modello anche a Pulsano.

Il viaggio dell'orrore pugliese non sembra finire. Non parliamo di Bari. Cioè del canile di Cassano delle Murge, incastrato da un filmato con cani carbonizzati, scheletri e perfino una testa di animale decapitato. Qui non ci lasciano proprio entrare. Dietro i cancelli solo ombre di uomini. I custodi arrivano dall'Est. Come tutti i lavoratori dei canili. Perfino Pietro si nasconde sotto il sedile. Il nostro Virgilio, Elisa D'Alessio, spiega perché ha ragione lui. «Tempo fa siamo arrivati qui per adottare cani di quartiere. Ci bloccano. Poi d'improvviso arriva il padrone Angelo Ceglie, con moglie, figli, extracomunitari e bastoni immensi. Ci picchiano come pazzi. Urliamo. Continuano. Qualcuno chiama il 113. Solo allora ci liberano». Bene! Ceglie è sempre lì: dietro il cancello. Col bastone in mano.

L'amara realtà è che questa razza di «canari», di lusso o meno, è spesso legata agli uomini del potere locale. Almeno sostenuta. Nel canile sanitario di Brindisi, dove sono stati trasferiti gli animali di Di Bella, la nuova direttrice Anna Famulari, dama di ferro, ha certamente fatto del bene a quello che era un terribile rifugio. «Abbiamo avuto in sei mesi 70 adozioni. Purtroppo anche 50 morti. Cerchiamo di migliorare ogni giorno» mi racconta davanti alla gabbia di un maremmano che pare «arrestato» per troppa bontà. Poi improvvisamente nel suo ufficio appare (forse come moderatore dell'intervista?) l'assessore all'Ecologia Antonio D'Autilia. E, perfetto pierre, si getta in lodi e glorie sperticate per la nuova direttrice.

LA BATTAGLIA DEI VOLONTARI PER SALVARE 340 CANI

Casa Luca, sequestrata e dissequestrata. Ora gli ospiti dove andranno?

La storia che urla vendetta tocca il canile romano di Casa Luca. Sequestrato nel 2001 a Silvio Mastrantoni, padrone di 1.080 cani straziati, malati, sbranati. Poi l'associazione dei volontari di Porta Portese fa il miracolo: 740 adozioni in tre anni.
Oggi, per i 340 rimasti, c'è di nuovo il rischio dell'abisso: tornare nelle mani della vecchia gestione. Il canile infatti è stato dissequestrato, Mastrantoni rifiuta l'offerta del comune di Roma perché vuole cacciare i volontari.
La battaglia è dura. Veramente Monica Cirinnà, consigliere delle Politiche animali del comune di Roma, parla di guerra. Ma nel bel mezzo della tenzone ecco arrivare puntuali alcuni sponsor: i comuni di Ariccia, Guidonia e Marino pronti a firmare nuove convenzioni con il vecchio padrone. Come vuole il solito copione all'italiana.
Ancora in macchina. Chilometri e chilometri. L'Italia è diventata un paese di gabbie. Di latrati. Di impotenza. La Calabria è lontana. Durante il viaggio Elisa mi ricorda che non si possono dare colpe solo al profondo Sud. Ha ragione da vendere. Il canile di Molino di Pantigliate, a Milano, e quello di Zelo Buon Persico, a Lodi, sono veri collezionisti di casi giudiziari. Celle piene di carogne, vermi, diarrea. I Nas sono inquilini abituali nei canili del signor Pietro Cirillo che dalle asl e dai comuni intorno raccoglie per i due canili almeno 1,1 milioni di euro. Per telefono cerchiamo il dottor Sartori, responsabile della asl di Milano. È serafico: «Quelle vicende giudiziarie sono invenzioni della malafede degli animalisti. Mi scusi, ma per 700 cani i canili Cirillo sono ok».

Stesso copione a Merate.
Sempre la civile Lombardia, dove la scoperta più ignobile è stata la cella frigorifera dove hanno trovato cuccioli morti, zampine rannicchiate per difendersi dal ghiaccio e dalla morte.
Le versioni sono due. Sono stati avvelenati e messi nei sacchetti ancora vivi, come risulta da analisi rese note dai Nas milanesi, o «deceduti» per morte naturale come scrive il medico legale? Chi avrà ragione? Elisa, da piccolo lupetto, conosce la risposta. Anche Pietro... Di certo, penso, nessuno può aver ragione nel canile di San Giovanni in Persiceto in provincia di Modena. Dove le ciotole dell'acqua sono coperte di ghiaccio. Dove un povero straccio coperto di peli, che una volta doveva essere un cane, si trascina con una voragine sanguinante aperta sul fianco. Dove si piange di impotenza.
La verità è che gli orchi dei randagi troppo spesso possono fare tutto il male. Certi sindaci e certi veterinari continueranno a rimpinzarli di soldi. Penso alle parole coraggiose di Bruno Mei Tomasi, membro della Commissione nazionale sul randagismo voluta dal ministero della Salute. «Esistono veterinari eroi. Ma troppi di loro sono le autostrade della vergogna per certi avventurieri del randagismo e le loro malefatte».

QUI FIDO È IN AGRITURISMO

In Toscana situazione positiva. Con un solo neo

L'amore e la dedizione. Soprattutto la fatica per tenere un animale pulito e felice. In Toscana tutto questo si sente. Toscana terra di volontari, di quella gente che improvvisamente decide di aiutare quei tanti nasi umidi e quegli occhi che passano i giorni guardando il mondo tra le sbarre.
Nel canile di Lucca, casa colonica costruita in pietra, aprono le gabbie e spostano i cani che scodinzolano. Pare di stare in un agriturismo: siepi curate, prati come velluti per far correre liberi i vagabondi. Al Rifugio del cane di Pistoia i volontari portano a passeggio gli animali tutti i giorni. Il canile è come una seconda casa. Una signora piange: «Siamo nelle sue mani. Per noi questi animali sono come figli». È vero. Persino il veterinario c'è sempre senza chiedere niente. A Prato ancora lo stesso film. E anche a Sesto Fiorentino (FI), autofinanziato da un'associazione. Qui le strutture sono vecchie e brutte, ma i cani non se ne accorgono. Ci sono le carezze dei ragazzi che stanno con loro. Peccato per Aulla. È una macchia per la regione. Un canile privato, arrampicato in montagna, dove i pavimenti dei box sono in pendenza, rotti da buche e rocce. I cani si leccano le ferite sotto le zampe. Il proprietario si chiama Carlo Belloni Pasquinelli.
Finalmente Crotone. Obiettivo il canile Dog house di Torre Melissa (1.200 cani concessi, più di 1.400 reali), dove animalisti, guardie zoofile e tutti raccontano di agghiaccianti numeri sulla mortalità: 80 morti sui 174 nel 2002, 60 su 137 nel 2003, 41 su 97 nel 2004. Ma soprattutto Luigi Bartolo (oggi la società è intestata anche ai suoi soci) è molto ricco. Gode di una convenzione di 2 euro a cane. Dunque, il signore porta a casa 876 mila euro soltanto dai comuni di Crotone. Come al solito il canile è nel posto che non c'è. Una volta scovato però l'entrata è rigorosamente vietata. «Non è giorno di visite» dice una voce femminile al citofono. Vado dai carabinieri. «Guarda che è meglio che li facciate entrare» dice a Bartolo il maresciallo, che a quanto pare ha molta confidenza con lui. Nulla.

Ma la Calabria con i cani è più cattiva della Puglia? Lotta di titani quando scopro cosa hanno fatto nel canile degli orrori in contrada Sughero, Vibo Valentia. Apocalisse dei cuccioli. Li fanno nascere e poi li mettono in sacchi di plastica ad aspettare la morte con l'iniezione di Tanax. «Guaiscono, lottano ore e ore buttati lì come stracci» racconta una volontaria. «Il canile è in condizioni drammatiche, ma perché non sterilizzare? Perché uccidere senza pietà?». Dopo cani piccoli e grandi vengono sepolti nelle fosse intorno ai recinti. Finalmente in pace.
Nevica, la Salerno Reggio Calabria è coperta da un cielo di neve. Arrivati in cima a una collina li vedo: si fermano. Buttano dall'auto un cane bianco. Corre pazzo dietro a quei miserabili. Corre, poi non ce la fa più. Rimane al centro della strada. Il suo manto candido ha lo stesso colore della neve. Un camion arriva. Non lo vede. O forse sì... In quel momento nei suoi occhi illuminati dai fari assassini vedo la rassegnazione delle migliaia di cani che ho incontrato. Che avrebbero dato tutto per non restare da soli in una gabbia. Anche la vita.

*Hanno partecipato a questa inchiesta Riccardo Arena, Rossana Campisi, Fabio Fogu, Eugenio Marzotto, Angelo Sica, Giorgio Sturlese Tosi (gli ultimi due hanno collaborato anche al servizio fotografico di Stefano Cardone).

IL PARADISO DEI CANI ESISTE: È A PERUGIA


Ogni animale viene chiamato per nome e corre felice in recinti di 50 metri quadrati

Non deve venire il paradiso dei randagi. C'è già, però si chiama rifugio F. Susa ed è gestito dall'Enpa in via della Valtiera Collestrada, a Perugia. Qui i cani corrono felici in recinti di almeno 50 metri quadrati. Per terra prato e ghiaia perché si divertano a rotolarsi. «Tanto li puliamo noi». Il presidente Paola Tintori chiama per nome i suoi amici che ricevono la ciotola sempre dalla stessa persona. «Quello è il loro padrone, finché non ce ne sarà un altro». Intorno, alberi fioriti. Forse è un omaggio alla felicità dei cani. E prati verdi dove gli amici di Collestrada corrono liberi almeno due ore al giorno.
Il rifugio convenzionato con il comune di Perugia e altri quattro comuni vicini ospita 368 cani. Nel 2004 ha fatto il miracolo di 154 adozioni. E il comune di Perugia paga soltanto 140 mila euro all'anno per pappe, spese veterinarie, breccino e molto altro. Ad aiutare Paola sei persone fisse e quattro volontari rimborsati di benzina. A fine anno non dimentichiamo altri 25 mila euro che arrivano dalla regione. Arrivano anche i bambini al paradiso dei cani. E i boyscout con i liceali di Perugia.
Paola dice che il suo rifugio deve servire agli animali umani a capire l'amore per gli animali non umani. Questa terra di Eden canina consola. Fa sperare che l'inchiesta di Panorama non è stata vana. Che c'è una luce dopo tante gabbie maledette. Ma soprattutto un esempio. Da vedere e da imitare. A cui sindaci e veterinari potrebbero guardare. I lager devono sparire. I canili esistere per un mese di cure. I nostri cani aspettano il paradiso. Dopo l'inferno.

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