14/01/10

PASSERO SOLITARIO

Con il precedente post "Leopardi: ecco l'anima degli animali" ho inserito in questo spazio il nobile pensiero di Giacomo Leopardi tratto dal suo scritto "Dissertazione sopra l'anima delle bestie", uno scritto giovanile che si oppone al pensiero di coloro che considerano gli animali "meccanismi senza spirito".
Grazie al commento lasciato dalla carissima Riri, ho ricordato insieme a lei con un sorriso i tempi lontani della scuola, il mio amore per questo Poeta straordinario.... e le sue poesie che rileggevo nella mente guardando le stelle....
Dedico a Riri e a tutti voi questa bellissima poesia che ci ricorda quei tempi lontani.... 




D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.

Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

Ohimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.

Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.


Come il passero solitario ama trascorrere la sua vita da solo, lontano dagli altri uccelli, cosi il poeta non ama la compagnia dei suoi coetanei e preferisce starsene in disparte. Tuttavia, anche se la situazione in cui egli e il passero si trovano è identica, essi andranno incontro ad un diverso destino: il passero, quando sarà arrivato alla fine della sua vita, morirà senza rimpianti, perché la solitudine è per lui un fatto naturale, il poeta, invece, quando la giovinezza sarà irrimediabilmente finita, potrà solo rimpiangere ciò che non ha fatto e pentirsi di come ha vissuto. Questa poesia esprime il senso di angoscia e di disperazione che prende il poeta quando, scoprendosi solo, sente tutta la tristezza del suo vivere chiuso in se stesso.
Posta un commento