13/01/10

LEOPARDI: ECCO L'ANIMA DEGLI ANIMALI

IL POETA CONTRO CHI  LI VUOLE MECCANISMI SENZA SPIRITO

«Chiaramente si scorge dai suoi pietosi latrati che un cane prova se si percuota,
quella pena che noi stessi sperimentiamo»

Questo articolo di Giuseppe Reguzzoni, a cura di Stefania Piazzo pubblicato nei giorni scorsi da "La Padania" (che di seguito trascrivo), ci parla di una interessante scoperta nella lettura di uno scritto giovanile di Giacomo Leopardi  intitolato «Dissertazione sopra l’anima delle bestie» che si pone anche contro l’attuale concezione radicalmente materialistica della vita e della realtà di cui, prima o poi, anche l’essere umano finisce per fare le spese...
«E quale uomo che abbia una sola tintura di ragione potrà persuadersi che i palpiti, i gemiti, le strida di un pulcino rapito dall’adunco artiglio di un nibbio crudele non derivino da alcun senso di timore e di affanno?»


Il testo:
"Sono rimasto sorpreso, non lo nascondo, ritrovandomi tra le mani uno scritto giovanile di Giacomo Leopardi, quasi sconosciuto al di fuori degli specialisti della materia, intitolato «Dissertazione sopra l’anima delle bestie».
Lo cito qui nell’edizione curata da Walter Binni per l’editore Sansoni (Tutte le opere, vol. IV, pp.567-572), ma il testo è reperibile nelle ormai numerose edizioni on line delle opere del grande poeta recanatese. Conoscevo la dottrina scolastica tradizionale secondo cui gli animali, come dice il termine stesso, hanno l’anima sensibile, ma non vi avevo mai dato peso.
Anima, in fondo, non significa etimologicamente nient’altro che soffio vitale e animale, a sua volta, null’altro significa che essere dotato di questo soffio vitale, ma questo testo di Giacomo Leopardi apre orizzonti inaspettati, e non solo per comprendere le opere della sua maturità poetica e letteraria.
Di per sé, le “Dissertazioni” erano brevi opere con cui si concludevano le fasi dell’istruzione ricevuta dal giovanissimo Giacomo Leopardi nella casa paterna di Recanati.
Come è noto, fu educato da precettori privati che, peraltro, seguivano i grandi modelli della ratio studiorum gesuitica: latino, greco, francese, matematica, logica e molto spazio dedicato alle scienze naturali, spesso con una forte accentuazione filosofica.
Così, anche la «Dissertazione sopra l’anima delle bestie» è un’opera prevalentemente filosofica, composta a Recanati nel 1811, dunque da un Leopardi poco più che tredicenne, geniale ma ancora sereno, qualche anno prima delle grandi svolte o conversioni, dall’erudizione al bello e dal bello al vero.
Tuttavia, al di là delle distinzioni di scuola, sarebbe riduttivo liquidare quest’opera giovanile, considerandola solo come uno scritto erudito, privo di interesse in sé.
Leopardi vi si dimostra estremamente interessato a un dibattito assai vivo nei secoli XVII e XVIII, ma che sembra aver ancora molto da dire ai giorni nostri.
Il lessico è certamente quello del tempo: le espressioni “bestie” o “bruti” non sono termini in sé negativi, ma nulla più che sinonimi della parola “animali”.
Obiettivo polemico dello scritto è la tesi cartesiana secondo cui l’anima delle bestie non sarebbe altro che “un puro meccanismo”, anzi, che gli animali stessi altro non sarebbero che “semplici macchine”: come gli uomini nella storia avrebbero realizzato diversi meccanismi in grado di emettere suoni e persino parole, così non si dovrebbe escludere che Dio abbia fatto la stessa cosa con le “bestie”.
A Cartesio che sostiene che, contro le apparenze, i “bruti” non sono che un grumo di “necessità”, di conseguenza non soggetti ad alcun sentimento di dolore, Leopardi ribatte che, invece, «chiaramente si scorge dai suoi pietosi latrati che un cane prova se si percuota, quella pena che noi stessi sperimentiamo».
E aggiunge poi un’altra domanda: «E quale uomo che abbia una sola tintura di ragione potrà persuadersi che i palpiti, i gemiti, le strida di un pulcino rapito dall’adunco artiglio di un nibbio crudele non derivino da alcun senso di timore e di affanno?».
No, dunque, insiste Leopardi, gli animali non sono «macchi-ne» o «meccanismi» e a supporto di questa evidenza cita numerosi passi di filosofi antichi e moderni, oltre che testi biblici (a cominciare dal libro della Genesi, dove i «bruti» sono detti «anime vi-venti»), senza mai mancare di fare riferimento alla nostra esperienza quotidiana, così da cogliere proprio nella natura animata di questi esseri ciò che tanto ce li rende cari e vicini.
È pur vero che solo l’anima umana è dotata pienamente di libertà e razionalità, ma per Leopardi non v’è «alcuna difficoltà che impedir possa di ammettere una imperfetta libertà nei bruti, poiché chi mai potrà negare che un augello sia libero di alzare o no il suo volo, e di seguire in ciò gli impulsi della propria volontà».
Certo, a differenza di certe correnti eccessivamente new age presenti nell’animalismo d’oggigiorno, tanto radicali quanto irrazionali, per il giovanissimo Leopardi è evidente che si tratta di una libertà «imperfetta», dal momento che essa «non fa che i bruti possano meritare, o demeritare, poiché non hanno né aver possono cognizione alcuna della moralità delle azioni».
Quel che conta, però, è che Giacomo Leopardi, difendendo questo «barlume di ragione» proprio degli animali e contestando il meccanicismo cartesiano, sembra aver colto a fondo la radice dell’atteggiamento errato con cui molti dei nostri contemporanei accostano il rapporto con gli animali, vale a dire la loro riduzione a «meccanismi» inanimati, di cui si crede di poter fare ciò che si vuole, senza accorgersi che, proprio in tal modo, si finisce per affermare una concezione radicalmente materialistica e della vita e della realtà di cui, prima o poi, anche l’essere umano finisce per fare le spese.




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