03 marzo 2021

L'Australia ha un ambizioso piano per salvare l'ornitorinco


Dopo gli incendi che negli ultimi due anni hanno devastato centinaia di ettari di terra nel paese, è iniziata la corsa contro il tempo per evitare l'estinzione dell'inimitabile mammifero dal grosso becco, una specie endemica di queste aree

È un mammifero, ma depone le uova: è forse questa la bizzarria più conosciuta dell’ornitorinco, l’animale dall’aspetto buffo che vive nelle paludi e nei corsi d’acqua dell’Australia orientale e rischia di estinguersi, secondo gli scienziati, nel giro di appena 50 anni. Una previsione che ha spinto il governo del paese a promuovere un piano in collaborazione con lo zoo di Taronga nel Nuovo Galles del Sud – una delle riserve naturali più grandi dell’Oceania – per salvaguardarne la sopravvivenza.

Il ministro dell’ambiente Matt Kean, presente lo scorso 3 marzo al Taronga Zoo, ha annunciato in occasione della Giornata mondiale della fauna selvatica promosso dalle Nazioni Unite un piano che prevede, tra le altre cose, la costruzione del primo rifugio al mondo per ornitorinchi. Il centro sarà inaugurato entro il 2022 e ospiterà circa 65 esemplari, liberi di vivere e riprodursi in totale sicurezza.

La decisione arriva in seguito al terribile biennio 2019-2020, nel quale a causa degli incendi sarebbero morti in Australia oltre 3 miliardi di animali: per quanto riguarda gli ornitorinchi, schivi e timidi, è molto più difficile un censimento rispetto ad altre specie come i koala e non sappiamo il numero preciso di esemplari presenti in natura. Il nuovo rifugio potrebbe aiutare, sostengono gli esperti, a conoscere meglio la specie e scoprirne abitudini e gusti, in modo da poter agire ancora più efficacemente per scongiurarne la scomparsa. Nel frattempo, godetevi un po’ di foto che abbiamo raccolto nella nostra gallery di oggi: la trovate qui in alto.

(Fonte:  www.wired.it)

"I segreti dell'immunità". Tutto ciò che possiamo imparare dagli animali su igiene e controllo delle infezioni


L’etologo Christian Lenzi, con il libro «I segreti dell’immunità», spiega che gli umani devono imparare dagli animali a gestire infezioni e malattie

I macachi giapponesi lavano con cura il proprio cibo prima di ingerirlo. I ricercatori, infatti, hanno scoperto che la specie ha imparato a difendersi dalle infezioni. Secondo l’etologo Christian Lenzi, questo può essere inteso come un perfetto esempio di immunità comportamentale. L’insieme dei comportamenti immunitari delle specie animali può fornire risposte ad un antico interrogativo con cui, mai come nel 2020, ci siamo ritrovati a dover fare i conti: come affrontare gli agenti patogeni. Secondo Lenzi, si può imparare molto dalle specie animali su igiene e controllo delle infezioni. E nel suo libro, edito da Lindau, racconta I segreti dell’immunità.

ALLA BASE DEL LIBRO RITROVIAMO il concetto di immunità interpretato come un fenomeno che va oltre la semplice difesa biologica degli esseri umani e delle altre specie. «Con una visione più ampia, l’immunità include necessariamente anche sistemi e patterns che riguardano i comportamenti, di un singolo individuo o di un intero gruppo, che hanno come fine ultimo l’attivazione della risposta immunitaria», spiega Lenzi. Inoltre, secondo l’etologo, c’è una stretta relazione tra capacità igieniche e successo adattativo. Ma sarebbe errato pensare che una specie sia in grado di sviluppare un adattamento in termini di igiene e controllo delle infezioni in maniera «autonoma», in base alla variabilità delle condizioni ambientali, come la presenza di una pericolosa malattia infettiva.

«NELL’OTTICA DELL’EVOLUZIONE, infatti, è più ragionevole pensare che se un dato comportamento aumenta le difese immunitarie, questo abbia portato un certo vantaggio selettivo a chi lo manifesta». Alcune risposte immunitarie coinvolgono direttamente la «struttura sociale», in questo senso si fa riferimento all’«immunità sociale», un fenomeno che riguarda la cooperazione dei singoli membri del gruppo per ridurre il rischio di trasmissione di malattie. Tra le specie che presentano una capacità di immunità sociale ci sono le specie eusociali – o super organismi – come le formiche, le termiti e le api. Negli insetti, quando un gran numero di individui acquisisce una certa immunizzazione, si forma un vero e proprio «muro immunitario», che impedisce la trasmissione dell’agente patogeno. Questo fenomeno riflette un concetto più volte menzionato durante questi mesi di pandemia: l’immunità di gregge.

IN QUESTO SENSO, IL LIBRO DI LENZI traccia un parallelo tra i comportamenti immunitari delle specie animali e quelli degli esseri umani. Virus, batteri e microrganismi possono diffondere malattie e, per questo, le specie animali adottano diverse strategie per ridurre i contagi. Come ci ha mostrato il 2020, i sapiens non sono estranei a questo processo. L’autore risponde a questa domanda: cosa possiamo imparare dagli animali in termini di igiene, immunità e controllo delle infezioni?

La risposta è: moltissimo. Lenzi offre uno sguardo unico sul mondo animale che reitera quanto sia preziosa la conservazione delle specie: non solo abbiamo molto in comune con le altre specie terrestri ma, per molteplici aspetti, ne dipendiamo. L’attività umana che degrada e altera gli ecosistemi non farà altro che incrementare la diffusione di agenti patogeni sconosciuti.

«I SEGRETI DELL’IMMUNITA’» racconta la lotta costante delle specie animali contro i pericoli delle malattie infettive. Scopriamo, così, che gli esseri umani non hanno «inventato» nulla, nemmeno la quarantena. Un individuo infetto, per esempio, può essere allontanato dai proprio simili per impedirgli di contagiare il gruppo: avviene in alcune specie di scimmie dove gli individui malati vengono scacciati con comportamenti di minaccia.

SECONDO LENZI, LE STRATEGIE DIFENSIVE dalle api sono quelle da cui potremmo apprendere di più. «Oltre all’uso di propoli come se fosse gel disinfettante, uno dei meccanismi più efficaci riguarda la possibilità di modulare la struttura sociale e le relazioni inter-individuali», spiega l’etologo. «Infatti, all’interno dell’alveare, in caso di epidemia, i membri più fragili (come la regina e le larve) vengono isolati in modo da non entrare in contatto con gli individui più esposti all’ambiente esterno».

TRA LE REAZIONI IMMUNITARIE che più ci riguardano c’è anche l’evitamento. Negli esseri umani, il comportamento di evitamento è coordinato dal sistema neurale del disgust adaptive system: il sistema percepisce l’agente patogeno nell’ambiente circostante e innesca risposte emotive che ne facilitano la reazione di evitamento. È una sorta di sistema di allarme preventivo. Per questo, scrive Lenzi, alcuni ricercatori sostengono che così come si parla di «paura» per sfuggire ai predatori, si potrebbe parlare di «disgusto» come strategia difensiva dai patogeni. Ma i comportamenti di evitamento non vengono dettati soltanto dal disgusto. Nel caso dei bonobo, l’attivazione dei comportamenti di evitamento si basa su «sistemi multisensoriali»: le decisioni rispetto al cibo si basano sulla possibilità di contrarre qualche parassita; maggiore è il rischio di contagio e maggiore è la discriminazione operata dagli individui.

UN RUOLO PRIMARIO, TRA LE RISPOSTE immunitarie animali, poi, è svolto dall’impollinazione. «Quando un’ape o una volpe volante (una specie di pipistrello) si spostano tra un fiore e l’altro in cerca del nettare, trasportano il polline», spiega Lenzi. In questo senso, le specie modificano, in qualche modo, l’ambiente in cui vivono: è la «costruzione di nicchia» e deriva dal bisogno della specie di rendere l’ambiente il più possibile adatto al proprio «mestiere biologico». Possiamo considerare come «costruzione di nicchia» anche tutte quelle «modifiche» che hanno come risultato l’immunità nei confronti dei patogeni.

SAPPIAMO ANCHE CHE L’«ETICHETTATURA» può svolgere un ruolo importante nella diffusione delle infezioni. Le strutture di nidi o tane influenzano la velocità con cui avviene una diffusione epidemica tra gli individui di una specie. Ad esempio, negli insetti eusociali, i nidi sono costruiti con una separazione degli ambienti interni per ritardare la trasmissione di malattie e contenere un focolaio infettivo. Anche le tane dei tassi sono suddivise in «zone»: dall’esterno sono facilmente riconoscibili per la presenza di buche piene di feci nei pressi dell’apertura principale, un chiaro segno di un comportamento che tiene gli ambienti separati. Inoltre, è stato osservato che i tassi usano diversi ambienti alla volta per dormire, al fine di combattere più efficacemente gli ectoparassiti.

DIVERSE SPECIE DI UCCELLI, POI, utilizzano erbe aromatiche nei nidi. Le erbe svolgono una funzione nel rafforzare il sistema immunitario dei pulcini e nel ridurre la presenza di pidocchi, pulci e altri parassiti. Lenzi sostiene che, dal punto di vista evolutivo, le strategie di tipo individuale possono risultare vincenti, ma quelle di tipo collettivo possono rappresentare un enorme vantaggio. Eppure, va fatta una distinzione tra le risposte immunitarie collettive degli animali e quelle degli umani. «Credo che la differenza principale sia una: la nostra disorganizzazione. La specie umana rientra a tutti gli effetti nella categoria di quelle definite sociali. Purtroppo, però, nel corso della nostra storia recente abbiamo un po’ perso la nostra capacità di agire uniti per il bene comune…Il Covid-19 ci ha mostrato quanto l’egoismo di uno possa compromettere la salute di molti».

(Fonte: ilmanifesto.it)

Giornata Mondiale della Fauna Selvatica, troppi gli animali a rischio in Italia


Nella Giornata mondiale della fauna selvatica, Legambiente lancia un appello per grifone, lontra, tritone, trota mediterranea, orso bruno marsicano, ma anche delfino comune e tartaruga Caretta Caretta perchè sempre più “specie in pericolo”.
Buone notizie arrivano invece dal ritorno della foca monaca nel Mediterraneo e dai progetti di tutela del lupo e camoscio appenninico.

Nonostante l’Italia ospiti circa la metà delle specie vegetali e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti in Europa, la sua biodiversità sta diminuendo a causa della perdita di habitat, della crisi climatica, dell’inquinamento diffuso, dell’eccessivo sfruttamento delle riscorse, dall’attività antropica e dai crescenti impatti delle specie aliene invasive.

A fare il punto su alcune delle specie della nostra Penisola è il nuovo report di Legambiente dedicato alla fauna selvatica in cui si analizzano 12 specie a rischio e di elevato valore conservazionistico: il grifone, la trota mediterranea, il tritone crestato italiano, la lontra, l’orso bruno marsicano, il lupo e il camoscio appenninico, le farfalle e gli impollinatori, per poi passare alla fauna del Mediterraneo prestando attenzione a squali, delfini e alla tartaruga Caretta caretta.

Alcune di queste specie sono a rischio estinzione come il grifone, la trota mediterranea e l’orso bruno marsicano, le farfalle e impollinatori, altre sono in pericolo come il delfino comune e la tartaruga Caretta caretta; altre ancora come il tritone crestato italiano sono tra le specie per le quali è stata richiesta una protezione rigorosa e poi c’è chi grazie ai progetti LIFE e all’impegno dei Parchi è scampato all’estinzione come il camoscio appenninico e il lupo.

Una situazione quella della fauna selvatica nel complesso delicata e preoccupante come sottolineano anche diversi studi scientifici e gli stessi dati delle Liste Rosse italiane realizzate dal Comitato Italiano IUCN e dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare. La stessa Unione Europea ha ricordato che la fauna selvatica del Pianeta si è ridotta del 60% negli ultimi 40 anni e un milione di specie rischiano addirittura l’estinzione, la perdita di biodiversità e la crisi climatica sono interdipendenti e se una si aggrava anche l’altra segue la stessa tendenza e che per raggiungere i livelli di mitigazione necessari entro il 2030 è essenziale ripristinare le foreste, i suoli e le zone umide e creare spazi verdi principalmente nelle città.

Per questo Legambiente, nel giorno in cui si celebra la giornata mondiale della fauna selvatica, nel suo report raccoglie anche un pacchetto di proposte. Per l’associazione ambientalista per tutelare la fauna selvatica a rischio e il capitale naturale è importante prima di tutto incrementare entro il 2030 le aree protette e le zone di tutela integrale; migliorare la gestione della biodiversità e il capitale naturale rafforzandone la conoscenza e il monitoraggio, migliorare la gestione della Rete Natura 2000 e definire i Piani d’azione per le specie faunistiche a rischio e per ogni area protetta completando, ad esempio, il Piano di conservazione e gestione nazionale del lupo, rafforzando le strategie per la tutela dell’orso bruno (PACOBACE e PATOM) e aggiornando il Piano d’azione del camoscio appenninico.

“Il declino della biodiversità – spiega Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente – è uno dei maggiori problemi ambientali che l’umanità si trova ad affrontare. Malgrado ciò, la portata e la gravità delle conseguenze di questo declino non sono ancora percepiti dal grande pubblico e dalla gran parte dei decisori politici. Nel nostro Paese manca ancora la capacità di pianificare le priorità e le scelte per mettere in sicurezza il nostro capitale naturale. Mancano gli strumenti, sia i Piani d’azione delle specie a rischio che le risorse per continuare a operare in questo campo, e manca la capacità di concertare e decidere in maniera appropriata anche questioni spinose come nel caso dell’incomprensibile ritardo nell’approvazione del Piano di gestione e conservazione del lupo. Per questo è importante adottare un approccio integrato alla risoluzione dei problemi e mitigare la perdita di biodiversità, ridurre l’impatto della crisi climatica aumenta e prevenire le zoonosi rispettando anche gli obiettivi contenuti nella Strategia dell’UE sulla Biodiversità per il 2030”.

Le specie al centro del report: il grifone – Gyps fulvus – è tra i più grandi uccelli presenti in Italia e si tratta di un avvoltoio che può raggiungere un’apertura alare di 280 cm e un peso variabile dai 6,5 ai 12 kg. Negli ultimi 20 anni ci sono stati numerosi progetti di tutela attuati in Sardegna e di introduzione o re-introduzione con casi di successo registrati in Friuli (Alpi Orientali), in Abruzzo (Appennino abruzzese) e in Sicilia. Completa il quadro delle aree di interesse del grifone il territorio del Pollino. Sebbene oggi la popolazione del grifone sia in lento aumento in quasi tutto il suo areale italiano, con un numero stimato di circa 600 individui, nessuna delle più abbondanti sotto-popolazioni ha raggiunto il numero minimo previsto di coppie per garantire la persistenza a lungo termine (circa 70 coppie riproduttive a popolazione). L’avvoltoio grifone risulta quindi essere, in Italia, soggetto ad alto rischio di estinzione. Le minacce per la specie sono costituite da l’uso illegale di bocconi avvelenati, dal calo del tasso di mortalità del bestiame con conseguente minore disponibilità di risorse trofiche, dai disturbi antropici diretti e indiretti, elettrocuzione e collisione con impianti di produzione di energia elettrica, intossicazione da sostanze chimiche e da piombo usato nella caccia, malattie, perdita, frammentazione e alterazione degli habitat.

Lontra, tritone e trota mediterranea. La lutra lutra rappresenta una specie di interesse comunitario inserita negli allegati II e IV della Direttiva “Habitat” il cui status di conservazione delle popolazioni italiane appare, alla luce delle informazioni disponibili, critico. Per questi motivi Legambiente è stata tra i sottoscrittori del Piano d’Azione Interregionale per la Conservazione della Lontra (PACLO), promosso dal Ministero dell’Ambiente, per la salvaguardia della lontra, con lo scopo di definire stringenti azioni in materia, tra cui azioni di monitoraggio, di gestione dei conflitti tra e con le attività umane, di recupero delle popolazioni periferiche, di tutela dell’ambiente e contenimento dei fattori di disturbo. Tra le più comuni cause di morte della lontra si registrano gli incidenti stradali, l’annegamento in nasse o in altri equipaggiamenti da pesca, il bracconaggio e la riduzione della connettività ecologica dei sistemi fluviali.
Altra specie al centro del report, è il tritone crestato italiano Triturus carnifex, un anfibio urodelo presente in Italia che, a causa del suo livello di minaccia, è stato inserito negli allegati II e IV della direttiva Habitat come specie per la quale è richiesta una protezione rigorosa. Questa specie risulta essere minacciata a causa della distruzione del proprio habitat riproduttivo, ma anche per la massiccia predazione delle sue larve da parte di molti salmonidi introdotti. Per quanto riguarda la trota mediterranea: quella che oggi rimane in Italia delle popolazioni di S. cettii autoctone, stimato in qualche migliaio di individui, si trova per lo più frammentato e/o isolato in piccoli bacini idrici di montagna. Protetta dalla Direttiva Habitat in quanto dichiarata “specie vulnerabile” in Europa “a rischio critico di estinzione” nel territorio italiano, la trota mediterranea è anche oggetto di due progetti Life sul territorio italiano attualmente in svolgimento. Tra le numerose minacce che mettono in pericolo la sopravvivenza di questa specie vanno segnalate: le alterazioni subite dagli habitat, le pratiche diffuse del bracconaggio e dei rilasci illegali, la mancanza di una strategia diffusa e condivisa per contrastare in modo incisivo il fenomeno dell’introgressione con il genoma atlantico (ibridazione del genoma con la trota atlantica).

Orso bruno marsicano e farfalle e impollinatori: specie di interesse comunitario e a rischio estinzione, l’orso bruno marsicano conta circa 50-55 individui, la maggior parte dei quali concentrata nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con popolazione stazionaria ma in leggera espansione geografica. Tra le principali cause di morte registrate: avvelenamento, lacci, uccisione diretta intenzionale, collisioni con auto e treni, uccisione accidentale durante le attività di caccia al cinghiale sono tra le casistiche più diffuse cui vanno aggiunte le infezioni trasmesse dal bestiame e la perdita di habitat idoneo che, per l’orso bruno in generale, è fattore di minaccia più preminente che non per il lupo. Altra specie in pericolo sono le farfalle e gli impollinatori a rischio estinzione. Una recente analisi sulla riduzione dell’entomofauna ha dimostrato che Apoidea è tra i gruppi che hanno sperimentato il più alto tasso di declino. Le api sono a rischio a causa della perdita di habitat, a causa dell’intensificazione dell’agricoltura (ad esempio cambiamenti nelle pratiche agricole, tra cui l’uso di pesticidi e fertilizzanti), sviluppo urbano, aumento della frequenza degli incendi e cambiamenti climatici.

Fauna marina: Nel report non manca uno sguardo al Mediterraneo considerato uno dei 25 hot spot della biodiversità mondiale. Preoccupa la situazione del delfino comune (Delphinus delphi) che, a dispetto del suo nome, è diventato negli ultimi decenni uno dei cetacei più in pericolo. Oltre che dalle catture accidentali, i delfini nel Mediterraneo sono minacciati dalla forte antropizzazione (traffico marittimo intenso, ad esempio), inquinamento acustico e chimico, esaurimento delle prede e degrado del loro habitat, compreso l’aumento decisivo della plastica in mare. C’è poi la Caretta caretta, la tartaruga marina più comune del Mediterraneo, considerata specie vulnerabile dalla Lista Rossa della IUCN e minacciata in primis dai rifiuti galleggianti e dall’inquinamento da plastica in mare. Secondo studi scientifici nel Mediterraneo ogni anno la pesca professionale cattura accidentalmente oltre 130 mila esemplari, con oltre 40 mila possibili casi di decesso. A ciò si aggiungono le testimonianze dei pescatori e l’aumento degli interventi dei Centri di Recupero lungo le coste italiane.

Buone Notizie: Non mancano nel report alcune buone notizie come quella del ritorno dopo oltre 50 anni di assenza della foca monaca che ha fatto la sua comparsa nel Mediterraneo. Per Legambiente ciò deve portare tutti paesi del bacino Mediterraneo, ed in particolar modo quelli in cui sono segnalati avvistamenti, a condurre studi e monitoraggi sull’effettivo areale di distribuzione, sviluppare piani adeguati di gestione per ridurre le minacce per le specie per promuovere il recupero e la conservazione della foca monaca del Mediterraneo. C’è poi la storia del camoscio appenninico e del lupo salvati dall’estinzione. Oggi, grazie al programma LIFE e all’impegno delle aree protette, si contano 3mila esemplari di camoscio appenninico in un’area che comprende i Parchi dell’Appennino centrale contro i 30 esemplari che si contavano agli inizi del ‘900. Anche il lupo, specie protetta dall’attuale quadro normativo nazionale (L. 157/92, D.P.R. 357/97) ed internazionale, è una delle specie che ha riconquistato aree da cui era scomparsa, con una popolazione che oscilla tra i 1.800 e i 2.400 individui e su cui è in corso un monitoraggio da parte di Ispra per avere dati più aggiornati. Restano però da risolvere problemi gestionali, principalmente per l’impatto predatorio esercitato sul patrimonio zootecnico ed i conflitti che ne derivano che possono essere all’origine del diffuso bracconaggio, una delle principali cause di mortalità della specie in Italia che, in alcune aree critiche, assume un particolare livello di pericolosità per la specie.

Proposte Legambiente: Tra le altre proposte lanciate oggi dall’associazione ambientalista per tutelare la Fauna selvatica: occorre redigere Piani di adattamento e di mitigazione al cambiamento climatico per la fauna a rischio; attuare la Strategia marina per rafforzare la tutela della fauna e gli ecosistemi costieri e marini; creare una rete nazionale dei boschi vetusti e aree rifugio per la fauna selvatica a rischio. Proteggere gli ecosistemi e migliorare i servizi ecosistemici offerti dal capitale naturale entro il 2030. Combattere le specie aliene invasive e procedere alla eradicazione di specie dannose per la biodiversità. Sostenere l’economia della natura e finanziare la biodiversità e il capitale naturale: destinare risorse adeguate per la tutela, il monitoraggio e la gestione del capitale natura, favorire le soluzioni basate sulla natura (Nature Based Solution –NSB) per ripristinare le aree degradate e il rewilding del territorio e finanziare i Centri e le Strutture qualificate per il recupero della fauna selvatica a rischio.

 (Fonte: https://liguriaoggi.it)

26 gennaio 2021

Va in vacanza e affida i gatti ai figli minorenni: condannata - sentenza Cassazione n. 32157 del 16 novembre 2020

 


Detenzione impropria di animali domestici: 

La detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali.
Le gravi sofferenze non vanno necessariamente intese come quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche i meri patimenti.
Assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell'animale, procurandogli dolore e afflizione.

Questi i principi contenuti nella Sentenza n. 32157 del 16 novembre 2020, con la quale la Corte di Cassazione, Sez. 3 Penale, ha rigettato il ricorso presentato dalla padrona di tre gatti che era partita per un lungo periodo di ferie affidando la cura degli animali domestici ai figli minorenni, soggetti prevedibilmente inadeguati al compito loro assegnato, sia per l'età che per la durata dello stesso.

La Suprema Corte, ritiene integrato il reato di cui agli artt. 110, 727 anche in situazioni quali la privazione di cibo, acqua e luce, o le precarie condizioni di salute, di igiene e di nutrizione e precisa inoltre che la grave sofferenza dell'animale, elemento oggettivo della fattispecie di cui all'art. 727 cod.pen., deve essere desunta dalle modalità della custodia che devono essere inconciliabili con la condizione propria dell'animale in situazione di benessere.

https://www.ateneoweb.com/notizie-legali/detenzione-impropria-di-animali-domestici-sentenza-cassazione.html

https://www.laleggepertutti.it/443993_abbandonare-gatto-in-casa-quando-e-reato

Gli animali domestici lasciati soli per periodi protratti provano sofferenze fisiche e psichiche. La legge li tutela penalmente dalle incurie dei proprietari.

Siamo abituati a pensare ai gatti come animali indipendenti e piuttosto indifferenti, ma chi li possiede sa bene quanto siano legati all’uomo e, se vogliono, capaci di affetto.

Il benessere dei gatti dipende molto dall’habitat domestico: questi felini “vivono” la casa e quando si verifica un’assenza protratta dell’essere umano possono manifestare disagio, ansia e problemi comportamentali, oltre ovviamente a soffrire fisicamente se mancano loro il cibo, l’acqua e le cure.

Tralasciando la questione, qui irrisolvibile, se i felini siano affezionati più alla casa che ai loro proprietari, sta di fatto che essi sono animali senzienti, dunque senza dubbio capaci di provare patimenti e sofferenze.

Se questi dolori vengono arrecati dall’uomo, scattano le tutele previste dalla legge. A parte i casi estremi dell’uccisione o del maltrattamento di animali, che quando avvengono «per crudeltà o senza necessità» sono delitti puniti con la reclusione fino a due anni, esiste nel Codice penale un’altra figura di reato, quella dell’abbandono di animali. Perciò, l’abbandono di un gatto è vietato e sanzionato penalmente dalla legge. L’abbandono può avvenire in vari modi, che esamineremo, e il responsabile può essere il proprietario, il possessore o anche chi ha in custodia l’animale.

Si tratta dunque di vedere quando è reato abbandonare un gatto lasciandolo solo in casa: la giurisprudenza ha ultimamente assunto una posizione severa, basata sulle concrete condizioni in cui si trovano i felini quando i loro proprietari sono assenti per periodi protratti, come nel caso delle vacanze estive.

A chi affidare il gatto durante le vacanze?

La soluzione ottimale sarebbe quella di lasciare i gatti in un’apposita pensione, ma a volte questo non è realizzabile per problemi pratici o economici.

In genere, si è portati a pensare che se la vacanza è breve, due o tre giorni o fino a una settimana, il gatto riuscirà a badare a sé stesso, se viene munito di una consistente scorta d’acqua e di cibo; ma occorre provvedere anche all’igiene e alla sicurezza dell’ambiente. Gli animali domestici non dovrebbero mai restare completamente incustoditi per periodi lunghi.

Meglio allora se qualche parente, amico o vicino riesce ad andare a dare un’occhiata ogni giorno durante la nostra assenza, per provvedere ai bisogni necessari, come l’alimentazione e la pulizia della lettiera, e magari per trascorrere un po’ di tempo in compagnia del gatto e giocare un po’ con lui.

Quanto tempo un gatto può stare da solo in casa?

Non esiste un periodo di tempo prestabilito e fisso per individuare quanto tempo un gatto può restare da solo in casa. Certamente è possibile lasciarlo quando si esce quotidianamente per il lavoro, la spesa o le altre faccende e di solito il gatto è in grado di sopportare senza conseguenze l’assenza del padrone per un’intera giornata.

Un noto esperto di comportamento degli animali, Desmond Morris, disse, forse provocatoriamente, che «un cane solo è infelice, un gatto ha solo la pace». Ma molto dipende dalla personalità dell’animale, dal suo grado di adattamento alla casa, dalla presenza di un giardino o di balconi e dunque di possibilità di stare all’aria aperta, dal legame affettivo instaurato con il proprietario e dalle condizioni concrete in cui viene lasciato: è ben diverso tenerlo chiuso in una stanza dal lasciargli la possibilità di muoversi nell’intero appartamento, possibilmente con aria e luce.

Anche l’età del gatto influisce sul periodo che può trascorrere da solo: gli esperti affermano che i cuccioli non dovrebbero essere lasciati soli per più di qualche ora, mentre i gatti adulti, specialmente se di carattere tranquillo, sono in grado di trascorrere tempi più lunghi anche senza un essere umano vicino.

Il reato di abbandono di animali

Finora abbiamo parlato di aspetti pratici, ora passiamo ad esaminare gli aspetti legali della faccenda. La legge contempla il reato di abbandono di animali [1] che è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Si tratta di un reato contravvenzionale, per il quale non è richiesto il dolo ma è sufficiente la colpa.

La norma si riferisce a tutti gli «animali domestici o che abbiano acquisito le abitudini della cattività», dunque comprende sicuramente i gatti; ma non indica in cosa consista l’abbandono, anche se specifica che «alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze».

A colmare il vuoto è intervenuta la giurisprudenza, che ha stabilito un criterio in base al quale l’abbandono si configura quando l’animale è lasciato solo per periodi protratti, senza nessuno che si prenda cura di lui.

Il bene giuridico protetto dalla norma è, infatti, il benessere degli animali, dunque il loro diritto alla “non sofferenza” che qui assume rilievo nel diritto a non essere abbandonati, rimanendo privi di attenzioni materiali ed affettive.

È chiaro che gli animali domestici sono esseri viventi dotati di una propria sensibilità psicofisica e sono capaci di provare dolore ed essere feriti anche psicologicamente quando sono costretti a subire la mancanza delle cure necessarie, che come abbiamo visto non sono soltanto materiali.

Andare in vacanza e lasciare i gatti a casa è reato?

L’abbandono rilevante dal punto di vista penale si verifica specialmente durante il periodo estivo, se i padroni vanno in vacanza a lungo e i gatti rimangono soli a casa in uno stato di incuria, privi di supporto materiale e di attenzioni.

Un caso emblematico in tal senso è quello recentemente deciso dalla Corte di Cassazione [2] che ha confermato la condanna al pagamento di 1.500 euro di ammenda ad una donna che era andata in vacanza affidando i suoi tre gatti ai figli minorenni, che però concretamente non si erano occupati degli animali.

I gatti sono stati ritrovati in pessime condizioni dai Carabinieri e dalle guardie zoofile, intervenuti a seguito di segnalazione: rinchiusi in un’unica camera, affamati ed assetati perché rimasti senza cibo, con poca acqua stagnante nella ciotola e con la lettiera sporca e completamente satura; anche i mobili e i divani erano ricoperti da escrementi ed urine.

La Suprema Corte ha ritenuto che in questo stato i gatti fossero detenuti «in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze». D’altro canto, i figli della proprietaria erano minorenni, vivevano in un’altra casa, si recavano nell’appartamento dove erano collocati i gatti solo a giorni alterni; ma soprattutto, vista l’età, erano «prevedibilmente inadeguati al compito loro assegnato» di accudirli, e ciò ha fondato la colpa della proprietaria.

Perciò – rimarca la sentenza – «l’imputata, a fronte del lungo periodo di assenza e della impossibilità di avvalersi di un sostituto adeguato per la cura dei propri animali domestici, avrebbe dovuto affidare i gatti ad una struttura, pubblica o privata, di custodia e cura».

Le sofferenze degli animali lasciati senza cure

Gli Ermellini sono stati molto fermi nel sottolineare che «la detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza» dunque bisogna dare per scontato che i gatti richiedono cure costanti, tenendo presente anche «le acquisizioni delle scienze naturali» sul comportamento di questi animali domestici.

Ed ancora – prosegue il Collegio – «le gravi sofferenze non vanno necessariamente intese come quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche i meri patimenti». Questo implica che «assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione».

I giudici di piazza Cavour hanno precisato che «la grave sofferenza dell’animale, elemento oggettivo dell’abbandono, deve essere desunta dalle modalità della custodia che devono essere inconciliabili con la condizione propria dell’animale in situazione di benessere».

Ed infatti anche in precedenti pronunce della Suprema Corte «è stato ritenuto integrato il reato anche in situazioni quali la privazione di cibo, acqua e luce o le precarie condizioni di salute, di igiene e di nutrizione» [3]. Per maggiori informazioni puoi leggere la sentenza della Cassazione che riportiamo in forma integrale nel box al termine di questo articolo.

[1] Art. 727 Cod. pen.

[2] Cass. sez. 3°Penale, sent. n. 32157/20 del 16 novembre 2020.

[3] Cass. sent. n. 52031 del 04 ottobre 2016, sent. n.17677 del 22 marzo 2016 e sent. n. 49298 del 22 novembre 2012.

 

 

21 gennaio 2021

La nuova, ultima, speranza di sopravvivenza per la rara tartaruga gigante dello Yangtze


 
C’è una nuova speranza per uno dei rettili più minacciati al mondo. Stiamo parlando della rarissima tartaruga gigante dello Yangtze, un tempo diffusa in Cina e Vietnam. Quello che si pensava essere l'ultimo maschio vivente si trova nello zoo di Suzhou, in Cina. Ma i ricercatori hanno avvistato una femmina lo scorso ottobre nel lago Dong Mo di Hanoi, in Vietnam. E sperano di poterla ritrovare la prossima primavera, avviando così un programma di riproduzione che potrebbe far tornare indietro la specie dall'orlo dell'estinzione.
La femmina trovata dai ricercatori lo scorso ottobre era sana e forte: pesava 86 chili, è stata sottoposta a una serie di esami, microchippata e rilasciata nel lago lo stesso giorno. Insieme a questo esemplare hanno avvistato, senza riuscire a raggiungerlo, un secondo esemplare più grande, di circa 130 chili, probabilmente un maschio.
La nuova, ultima, speranza di sopravvivenza per la rara tartaruga gigante dello Yangtze
«Una volta che conosceremo il sesso anche dell'altro esemplare potremo fare un piano sui prossimi passi da intraprendere per salvare la specie», afferma Timothy McCormack, direttore dell'Asian Turtle Program of Indo-Myanmar Conservation, che sta collaborando a questo progetto con l'Hanoi Department of Agriculture and Rural Development e la Wildlife Conservation Society. «Se sono un maschio e una femmina come ci aspettiamo, il recupero della specie potrebbe essere una possibilità reale. Allo stesso tempo, le nostre indagini in altre aree del Vietnam suggeriscono che altri animali potrebbero ancora sopravvivere in natura. Dobbiamo cercare di riunirli per avviare un piano di conservazione più ampio possibile».
La tartaruga gigante dal guscio molle dello Yangtze è da anni classificata tra le specie in pericolo critico. La caccia eccessiva e la distruzione dell'habitat hanno contribuito alla loro scomparsa. C'era stato un grande sforzo per far riprodurre la coppia che viveva nello zoo di Suzhou ma la femmina è morta nell'aprile 2019 proprio durante il recupero dall'anestesia dopo una procedura di inseminazione artificiale.
 
(Fonte: www.lazampa.it) 
 
 

12 gennaio 2021

Lo straordinario intervento che ha restituito il becco a un pappagallo brasiliano

Lo straordinario intervento che ha restituito il becco a un pappagallo brasiliano

Un becco nuovo di zecca. Se non fosse stato per un intervento tutt'altro che di routine, questo pappagallo brasiliano oggi non sarebbe ancora in vita. A offrirgli la seconda possibilità di cui aveva bisogno è stata l'intera ricostruzione del becco: il suo era gravemente danneggiato e non gli permetteva più non solo di procurarsi cibo e mangiare, ma anche di arrampicarsi e manipolare oggetti. Azioni indispensabili per la sua sopravvivenza e protezione.

A trovarlo e prenderlo sotto la loro ala, prima che fosse troppo tardi, sono stati i professionisti del Centro di riabilitazione Renascer Acn di Planura che hanno tentato il delicato intervento che ha restituito al pappagallo un becco artificiale perfettamente funzionante e identico a quello «originale».

Lo straordinario intervento che ha restituito il becco a un pappagallo brasiliano

«Questo pappagallo è stato trovato in condizioni terribili: aveva perso completamente il becco. Insieme alla veterinaria Maria Angela Panelli Marchió, l'abbiamo operato il prima possibile», spiega il dottor Paulo Roberto Martins Nunziata. «I pappagalli fanno affidamento sui loro becchi nelle loro attività quotidiane per sopravvivere, quindi la sua vita era seriamente a rischio».

Per lui, la dottoressa Panelli Marchió, ha scolpito una protesi in resina che riproduce il becco con le sue cavità e proporzioni in base al cranio. «Il processo è stato completamente artigianale. Il materiale utilizzato, il polimetilmetacrilato, ha un rapido indurimento ed è così resistente che sarebbe necessaria una motosega per rimuoverlo».

Lo straordinario intervento che ha restituito il becco a un pappagallo brasiliano

Le due arcate sono state fissate a quello che rimaneva del becco naturale e in poche ore dall'intervento il pappagallo è potuto tornare a «una vita normale». Ora può tranquillamente arrampicarsi, sgranocchiare i semi e fare tutto quello che faceva prima della grave contusione. Un vero successo.

 (Fonte: www.lazampa.it) 




Addio a Inji, l’orango più anziano del mondo: aveva 61 anni, 60 trascorsi rinchiuso in uno zoo

 


E' morta Inji. Con i suoi 61 anni era l'orango di Sumatra più anziano del mondo. Non si conosce precisamente la data di nascita di questo esemplare di femmina, ma quando è arrivato negli Stati Uniti, frutto del commercio degli animali selvatici, si è stimato che avesse circa un anno. E' stato rinchiuso nello zoo il 30 gennaio 1961. Questo vuol dire che ha trascorso in questo suo mondo innaturale per circa 60 dei suoi 61 anni di vita.

In natura, gli oranghi raramente vivono oltre i 40 anni e Inji, a 61 anni, ha raggiunto un'età davvero da record dimostrando di sapersi tenere sempre in forma. Non però nell'ultimo decennio quando le sue condizioni di salute sono peggiorate a causa di una malattia che le provocava molte sofferenze. Nelle ultime settimane si muoveva poco o in maniera molto rigida, aveva smesso di mangiare e gli antidolorifici non le facevano più effetto. Così lo staff veterinario dello zoo ha deciso di sottoporla a eutanasia.

 «Sapevamo che non poteva vivere per sempre, ma la sua scomparsa ci fa davvero male, e so che molti visitatori sono in lutto insieme a noi - ha detto Bob Lee, che supervisiona le aree degli animali dello zoo -. La capacità di Inji di entrare in contatto con le persone è stata incredibile. Ha ispirato generazioni».

«Siamo felici di essere stati in grado di dare a Inji una buona casa, ma è straziante pensare alle circostanze che l'hanno portata qui - ha detto Asaba Mukobi, custode dei primati anziani dello zoo - . Anche se il commercio di animali selvatici è illegale ora, esiste ancora. È considerato una grave minaccia per la sopravvivenza degli oranghi, insieme all'invasione umana e alla perdita di habitat dalle piantagioni di palma da olio. Gli oranghi sono sull'orlo dell'estinzione, specialmente a Sumatra, da dove viene Inji».

(Fonte: www.lazampa.it)  




08 gennaio 2021

La sofferenza di Makasi riflessa in uno specchio, cucciola di scimpanzé vittima del bracconaggio

 


Nei suoi occhi le si legge tutta la sofferenza che ha provato. Lo si vede anche dal suo comportamento: non vuole rimanere sola, ma non si fa prendere in braccio. «Un comportamento che per un baby scimpanzè è molto insolito –  dicono gli operatori del Lwiro, un rifugio che si prende dei primati rimasti orfani in Congo – . Il suo stato psicologico ci spezza il cuore. Di situazioni di questo tipo ne abbiamo viste tante, ma mai niente così».

L’hanno chiamata Makasi che significa “forte” in Lingala, una lingua bantu parlata nella Repubblica Democratica del Congo. Un nome che vuole sottolineare la sua forza e voglia di sopravvivere che ha avuto fino quando è stata salvata dalle crudeli mani dei bracconieri: Makasi ha visto uccidere la madre ed è stata catturata per essere destinata a chissà quale scopo criminale. «E’ stata salvata dalle mani dei bracconieri nella riserva dei primati Kisimba-Ikobo, dai ranger delle foreste – spiegano dal Lwiro – . Era ferita a causa della corda a cui era attaccata intorno alla vita. Era magra, debole e traumatizzata. Ha mostrato però appetito, le piacciono riso, mele, manghi e cavolo. Non vediamo l'ora di fornirle l'amore e le cure di cui ha bisogno per iniziare il suo recupero».

Il 4 gennaio sui social è stato pubblicato un video che racconta molto di quanta sofferenza abbia provato: Makasi si guarda riflessa in uno specchio. C’è rimasta per ore. Forse in quello specchio cerca sua madre, forse la compagnia di qualche suo simile e vede la sua sofferenza. 

«Sta 24 ore con un custode, giorno e notte. Ancora non vuole essere presa in braccio (che per un baby scimpanzé è molto insolito) ma non vuole stare sola... oggi ha passato ore davanti a uno specchio... magari in cerca di compagnia scimpanzè?» scrivono dal rifugio aggiungendo però un po’ di speranza per il futuro: «Makasi non si fida degli umani... non vuole essere presa in braccio e accetta a malapena che la tocchiamo. Non possiamo biasimarla, ha bisogno di tempo per fidarsi di noi. Anche se riusciamo a percepire il miglioramento fisico è ancora altamente traumatizzata.  Di cose ne abbiamo viste tante, ma niente così. Chissà cosa ha provato questa bambina. Appena finisce la sverminazione dei farmaci ed è un po’ più forte si unirà al gruppo degli altri cuccioli con Kyungu, Byaombe e Ujasiri».

(Fonte: www.lazampa.it)

 

 

04 gennaio 2021

Salvati da un traffico illegale e dati in affido, ora cinque cuccioli di cane rischiano di essere tolti alle famiglie che si prendevano cura di loro

La storia di Teo, Tino, Ambra, Scooby e Yule rischia di non avere un lieto fine. Eppure per questi cinque cani si era messa bene: loro erano fra i 14 cuccioli stipati in un veicolo e scoperti da un controllo dalla Polizia stradale di Palmanova lungo la A4. Le ennesime vittime di quei trafficanti di animali che partono dall’est, dove i cuccioli vengono messi al mondo come prodotti in catene di montaggio e poi trasportati clandestinamente in Italia senza vaccinazioni e in condizioni sanitarie precarie. E così l’11 dicembre scorso cinque barboncini nani, un bulldog francese e otto pomerania spitz erano stati trovati e salvati, per poi essere affidati alle cure di un allevamento locale e poi trasferiti al canile di Udine in attesa di essere affidati in custodia giudiziaria a famiglie del territorio.

E così è stato: l’affido è arrivato il 21 dicembre scorso, un vero regalo di Natale per le famiglie che li hanno potuti accogliere in casa. Alcuni ancora provati dall’esperienza vissuta e con la necessità di prendere medicinali per superare i problemi di salute che ai trafficanti poco importavano. Ma tutti subito amati dalle famiglie affidatarie, soprattutto dai figli con cui i cani hanno subito legato.

Ora però, racconta il Messaggero Veneto, è arrivata la doccia gelida: i cuccioli devono essere restituiti. Il magistrato ha deciso che, pur restando sotto sequestro, i cuccioli devono essere restituiti e continueranno l'affidamento con altre persone ossia chi li aveva acquistati.

«La Procura ha disposto il cambio di custodia pur mantenendo il sequestro a favore delle famiglie che hanno sostenuto di aver pagato i cuccioli - dichiara Alessandra Marchi, l’avvocato a cui le famiglie affidatarie si sono rivolte e responsabile regionale Lega italiana difesa animali e ambiente – . Una decisione anomala, che è più unica che rara e della quale non comprendiamo le ragioni. Queste famiglie si sono rese disponibili ad adottarli e a sostenere l'impegno di curarli. I cani tuttora non stanno bene, si tratta di cuccioli portati via anzitempo alle loro madri e che hanno subito un viaggio terrificante. Un'ulteriore movimentazione in questo momento porrebbe la loro vita in pericolo; per certi versi è già appesa ad un filo».

Ora l’avvocato chiederà di poter contattare le famiglie a cui i cuccioli sarebbero destinati per «trovare una soluzione» perché, spiega l’avvocato, «diversamente questa sarà un'amara sconfitta nella lotta di sensibilizzazione al traffico illecito di animali».

 (Fonte: www.lazampa.it)



16 dicembre 2020

Perché alcuni animali sono suscettibili all’infezione da coronavirus e altri no?

 


Perché alcuni animali sono suscettibili all’infezione da coronavirus e altri no? E quali sono le specie più a rischio? Una risposta a quelle che, fin dall’inizio della pandemia di Covid, sono e continuano ad essere tra le domande più cercate su Google, arriva da un nuovo studio condotto un team di ricerca internazionale che ha coinvolto l’Università di Stanford, in California, l’Istituto spagnolo di Chimica Avanzata della Catalogna e l’Hospital for Sick Children di Toronto, in Canada. Il gruppo di studiosi ha preso in esame i risultati di tutte le precedenti indagini sulla questione e identificato quali sono specie animali che rischiano di contrarre l’infezione da coronavirus Sars-Cov-2, chiarendo il motivo per cui alcune sono più vulnerabili di altre.

“Come molti altri virus, il primo passo del ciclo di infezione da Sars-Cov-2 è l’interazione tra una proteina virale e un recettore sulla superficie della cellula ospite – premettono i ricercatori – . La caratterizzazione a livello atomico della struttura tridimensionale di tali interazioni proteiche è dunque molto importante per comprendere il processo di infezione, per lo sviluppo di farmaci anti-virali e per prevedere quali sono le specie animali a rischio”. In tal senso, i ricercatori hanno messo a punto un modello computazione basato sui dati strutturali, di legame e di sequenza del recettore cellulare ACE2 di 28 specie animali che possono venire a contatto con l’uomo in una serie di contesti, dunque in ambito domestico, industriale e commerciale, e valutato l’affinità di legame tra ciascun recettore e il dominio virale RBD, ovvero la porzione della proteina Spike che Sars-Cov-2 utilizza per agganciare le cellule e penetrare al loro interno.

La diversa affinità, dovuta al fatto che specie differenti hanno ciascuna una propria “versione” di ACE2 che varia leggermente nella sua struttura molecolare, spiega il perché alcuni animali, come i gatti, i cavalli e le mucche vengono infettati dal coronavirus, mentre altri animali, come i maiali e i polli, sono immuni. Nel dettaglio, gli studiosi hanno calcolato un punteggio HADDOCK (una combinazione lineare di termini energetici di forze di Van der Walls, elettrostatiche e desolvatazione) per ciascuna interazione Ace2-RBD, e fornito inoltre un grafico semplificativo delle differenze osservate.

Nella foto: in blu le specie animali suscettibili al coronavirus; in rosso quelle immuni; in grigio quelle per cui non è stato possibile arrivare a un dato conclusivo / Plos Computational Biology

“Le specie che risultano suscettibili all’infezione da coronavirus (in blu) hanno generalmente punteggi HADDOCK inferiori rispetto alle specie immuni all’infezione (in rosso) – spiegano i ricercatori – . Nel complesso, i risultati suggeriscono che, nelle specie che non contraggono l’infezione, mancano specifici residui amminoacidici di Ace2 che formano forti interazioni con la proteina virale Spike, e questo porta a un legame non stabile tra le due proteine”. Le specie nel grafico sono in ordine crescente a seconda dei diversi punteggi HADDOCK e quelle per cui non è stato possibile stabilire la suscettibilità a Sars-Cov-2 (perché sconosciuta o le analisi non hanno fornito dati conclusivi) sono mostrate in grigio.

In particolare, i risultati dello studio pubblicati sulla rivista Plos Computational Biology, indicano che mucche e dromedari sono più suscettibili all’infezione rispetto all’uomo. Vulnerabili, anche se in misura leggermente minore, conigli, cavalli e gatti, quindi criceti, civette, pipistrelli, tigri siberiane, furetti e pangolini. Sono risultati invece immuni i porcellini d’India, polli, anatre e topi. “Il nostro modello – concludono i ricercatori – ha consentito anche di prevedere le mutazioni di Ace2 che migliorano l’affinità di legame e che potrebbero essere utilizzate per progettare varianti del recettore che possano essere utili per lo sviluppo di farmaci e terapie in grado di neutralizzare l’infezione”.

 

in blu le specie animali suscettibili al coronavirus; in rosso quelle immuni; in grigio quelle per cui non è stato possibile arrivare a un dato conclusivo / Plos Computational Biology

Fonte: scienze.fanpage.it



La gorilla Bua Noi: 32 anni in una gabbia, ora ci si batte per la sua liberazione

PETIZIONE DA FIRMARE A QUESTO LINK : 

 

Niente sole, niente erba, niente piante, niente terra. Questa è la vita di Bua Noi, la femmina di gorilla che vive da 32 anni in un box di vetro e cemento in uno zoo al settimo piano di un grande magazzino nel centro di Bangkok. Ora una petizione internazionale sta provando a salvarla

Niente sole, niente erba, niente piante, niente terra. Questa è la vita di Bua Noi, la femmina di gorilla che vive da 32 anni in un box di vetro e cemento in uno zoo al settimo piano di un grande magazzino nel centro di Bangkok.

Da sola, perché la sua ultima compagna è morta più di 10 anni fa. Trascorre la sua giornata guardando la tv (appositamente installata per farle compagnia) o ciondolando fra finti rami che dovrebbero ricordarle una libertà mai vissuta. Bua Noi, infatti, fu catturata ad un anno di vita e trasferita in questo micro zoo nel centro di una megalopoli della capitale thailandese, con lo scopo di far divertire con la sua presenza le persone che facevano shopping.

Da lì, dalla sua gabbia che la isola dal mondo, Bua Noi non è mai uscita. Il proprietario dello zoo, Kanit Sermsirimongkol, sostiene è «proprietà della Thailandia» e che se fosse liberata in qualsiasi luogo, anche in un santuario protetto, morirebbe perché la sua condizione di eterna prigioniera ha totalmente azzerato le sue difese immunitarie.

Ma la storia di Bua Noi potrebbe avere una svolta. Dopo anni in cui le associazioni animaliste si battono inutilmente per la chiusura di questa mostra vivente di animali selvatici, a scendere in campo questa volta è Cher. L’artista americana, ormai riconosciuta a livello internazionale come un’autorità leader in materia di benessere degli animali, questioni umanitarie, diritti delle donne e questioni LBGT, è reduce della battaglia per la liberazione di Kaavan, l’elefante liberato dallo zoo di Islamabad e trasferito in una santuario cambogiano. Anche questa volta Cher, sempre assieme alla sua associazione Free the Wild, fondata con Mark Cowne e a Gina Nelthorpe-Cowne, non si è tirata indietro. Ed è pronta a combattere una nuova battaglia che si prospetta lunga e complicata.

Già quasi 130 mila persone hanno firmato la petizione per la liberazione di Bua Noi e per il suo trasferimento in una struttura adeguata a lei e alle sue esigenze. Cher in una serie di tweet si è rivolta direttamente agli abitanti di Bangkok affinché la affianchino nella sua protesta: «So che capirete. Aiutatemi a fermare la tortura di animali innocenti. È un peccato, per favore aiutatemi a portare pace a questi animali. Liberali dallo zoo di Pata… Centro commerciale; ha scritto l’attrice. A Free the Wild, che punta a trasferire Bua Noi in un Santuario in Africa, si sono affiancati freegorilla.org, un gruppo di pressione istituito per sensibilizzare la causa e la Fondazione Aspinell, che si è dichiarata a disposizione per supportare, anche economicamente, il trasferimento in Congo dove è attiva già da molti anni e dove, negli ultimi decenni, è riuscita a trasferire in santuari accoglienti 8 rinoceronti neri, 135 primati, 11 bisonti europei e oltre 70 gorilla di pianura occidentale.

Nel frattempo Bua Noi languisce dietro i vetri. Accanto a lei solo oranghi, uccelli, languri, fenicotteri e pecore, ma nessun esemplare della sua specie con cui condividere una solitudine che macchia i suoi occhi sempre tristi. L’unico diversivo, quasi una beffa, è la pulizia del suo box che avviene, regolarmente, due volte al giorno in occasione dei pasti. Bua Noi lo sa. Lo ha imparato da tempo. Il 98% di DNA che condivide con l’uomo le permette di elaborare pensieri e di stabilire legami affettivi solidi e duraturi. Le permette anche di conoscere l’attesa e la gioia che prova ogni volta che qualcuno le porta quei quasi tre chili di di banane, arance, guava, mais bollito, uva rossa, mele e latte. Forse, per ora, è meglio che non sappia cosa è il sole e cosa è l’erba. Perché, per quello stesso DNA morirebbe di crepacuore.

(Fonte:  www.vanityfair.it)