30 ottobre 2020

CINGHIALI UCCISI A ROMA: DA OGGI I CITTADINI POSSONO UNIRSI ALL’AZIONE LEGALE DELLA LAV RAFFORZANDOLA.



CINGHIALI UCCISI A ROMA: DA OGGI I CITTADINI POSSONO UNIRSI ALL’AZIONE LEGALE DELLA LAV RAFFORZANDOLA.


SUL SITO DELLA LAV IL MODULO DA COMPILARE CHE INTEGRERA' IL FASCICOLO APERTO PRESSO LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA.

AIUTACI AD OTTENERE GIUSTIZIA PER LA MAMMA E PER I SUOI 6 CUCCIOLI COMPILANDO IL MODULO.

Era la sera del 16 ottobre quando, in un parco giochi per bambini a Roma, sono stati uccisi una femmina di cinghiale con i suoi sei cuccioli: un atto di violenza inaudita che ha generato una fortissima ondata di sdegno anche fra i cittadini che, assieme alle associazioni di tutela degli animali, chiedevano soluzioni alternative non cruente per lo spostamento dei cinghiali. 

Una richiesta rimasta inascoltata dai burocrati del Comune di Roma, che, in attuazione del Protocollo cofirmato con Regione Lazio e Città Metropolitana, hanno rifiutato ogni proposta procedendo con l’esecuzione degli innocenti animali. 

La LAV ha prontamente depositato una denuncia nei confronti di coloro che si sono resi responsabili di un atto tanto violento, compiuto sotto gli occhi di adulti e bambini intervenuti in difesa degli animali, che hanno chiesto invano libertà e vita per i sette cinghiali. 

Da oggi, ogni cittadino potrà dare più forza all’azione legale intrapresa dalla LAV, compilando il modulo presente sul sito web dell’associazione (https://www.lav.it/news/battaglia-cinghiali), che entrerà a far parte del fascicolo aperto presso la Procura della Repubblica di Roma, a dimostrazione della forte richiesta di giustizia per gli animali uccisi al Parco Moderni.

Gli animali selvatici ripopolano Fukushima, come avvenne a Chernobyl dopo il disastro nucleare: sono loro i nuovi “cittadini”

 L'11 marzo 2011 è una data che i giapponesi, in particolare gli (ex) abitanti di Fukushima, non dimenticheranno facilmente. Il terremoto di Tōhoku a Ōkuma, nella prefettura di Fukushima, provocò l'incidente nucleare della centrale di Fukushima Dai-ichi, costringendo l'intera popolazione a evacuare la città.

Nel frattempo, in assenza dell'essere umano, la natura ha continuato a fare il suo corso. E quindi crescono gli alberi da frutto, la vegetazione ha ricoperto le case e l'inquinamento acustico si è praticamente azzerato. Ma il dato più rilevante è certamente "l'assalto" in città che è stato fatto dagli animali. A Fukushima non ci sono persone: i nuovi abitanti sono i macachi, gli orsi, i fagiani, le volpi, i cinghiali, i conigli, i procioni, una lista che comprende 20 specie di animali diverse.

La scoperta è stata resa nota dai ricercatori dell'Università della Georgia. Gli scienziati hanno posizionato 106 telecamere, ottenendo quasi 267 mila foto di animali selvatici in 120 giorni. Di queste, 46 mila erano foto che ritraevano i cinghiali: 26 mila nell’area di esclusione, 13 mila nell’area ristretta e settemila nella zona abitata.

Questo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Ecology and the Environment e ha esaminato gli impatti delle radiazioni sulle popolazioni della fauna selvatica. Fino ad oggi, infatti, la maggior parte degli studi aveva cercato di dare una risposta agli effetti sui singoli animali.

Sembra che a Fukushima gli animali si stiano comportando come a Chernobyl. Anni dopo i disastri nucleari, queste zone sono diventate l'habitat preferito di ogni tipo di animale.

Il ripopolamento degli animali in quest'area però ci insegna una cosa: gli esseri umani, pacificamente intenti alla loro vita quotidiana, risultano essere spesso più pericolosi per la natura rispetto all’esplosione simultanea di 200 bombe di Hiroshima (questa è stata la potenza del disastro nucleare che ha subito la città di Chernobyl).


La scomparsa dell’uomo ha significato la scomparsa dei pesticidi, dei gas di scarico e di ogni altra forma di inquinamento, nonché dei cacciatori e delle automobili, migliorando drasticamente, nel giro di pochi anni, la qualità dell’ambiente e le opportunità di vita. E questo spiega il ripopolamento impetuoso della fauna selvatica, tranne che per un dettaglio: la radioattività. Quella purtroppo, continua a sopravvivere, mettendo in serio pericolo la salute di ogni essere vivente, transitante in quella zona.

(Fonte: corriere.it) 



Stop dal Senato all’olio di palma e niente più sussidi (pubblici) al biodiesel




Olio di palma, di soia e loro derivati hanno i giorni contati. La fine dei sussidi per i biodiesel si avvicina. Dal 1 gennaio 2023 potrebbero essere esclusi dal conteggio delle energie rinnovabili e dai sussidi di mercato oggi previsti dalla legge: quasi 1 miliardo di euro all’anno pagato dalle famiglie italiane o ogni pieno di carburante e su ogni bolletta elettrica, secondo le stime di Legambiente. La decisione è stata presa martedì sera in aula al Senato. Ora la proposta dovrà essere approvata dalla Camera dei deputati. Un passo in avanti storico per l’associazione ambientalista. Il gruppo informale di senatori “stop palmoil” (Loredana De Petris, Monica Cirinnà, Paola Nugnes, Maurizio Buccarella, Sandro Ruotolo, Elena Fattori) appartenente a diversi gruppi politici, nel corso dell’ultima interruzione dei lavori, ha convinto maggioranza e governo a votare l’emendamento alla proposta di “Legge di delegazione europea” che accelera la fine degli usi energetici dei due olii alimentari (palma e soia) causa primaria di deforestazione nel mondo (Indonesia e Brasile): l’Europa, nella nuova direttiva sulle energie rinnovabili impone infatti la fine prima del 2030, ma gli stati membri possono anticiparla.

La Francia è stata la prima (dal 1 gennaio 2020), la Norvegia la seconda (2021), l’Italia – se la proposta dovesse appunto passare anche alla Camera dei deputati nelle prossime settimane – appunto nel 2023. E alla Camera dei deputati è già pronta la pattuglia “stop palmoil” con la promotrice, l’ambientalista onorevole Rossella Muroni, che dichiara: «L’approvazione dell’emendamento che esclude dal primo gennaio 2023 l’olio di palma e di soia dalle energie rinnovabili è una buona notizia per l’ambiente per il clima, gli oranghi la biodiversità del Borneo e i contadini sfruttati indonesiani. Alla Camera proveremo ad anticipare questo cambiamento a partire dal 2021».

Sui tempi la battaglia della fine dei sussidi all’olio di palma è aperta da tempo: Legambiente (e oltre 60 mila firme www.change.org/unpienodipalle) chieda da un anno di cessare i sussidi al 1 gennaio 2021,. Ed Eni si è impegnata ad eliminare l’olio di palma dal proprio biodiesel entro il 2023. Il 2023 sembra essere diventata quindi la “via italiana”, la mediazione possibile interessi di petrolieri e lobbisti indonesiano della palma e lotta alla deforestazione e alle emissioni climalteranti. Una mediazione che soddisfa solo in parte Andrea Poggio, segreteria nazionale Legambiente: «A spese dei cittadini, sovvenzioniamo ancora per altri 2 anni la combustione di olio di palma e di soia che, alla luce delle ricerche commissionate dalla stessa Commissione Europea, comporta l’emissioni di CO2 doppie o triple del gasolio fossile. Ecco perché è sbagliato usare e sovvenzionare l’uso di alimenti per produrre energia, specie se prodotti in piantagioni che hanno sostituito foreste e torbiere nel mondo». Intanto, la senatrice Loredana De Petris , presidente del gruppo Misto, è «un altro passo in avanti per salvare dalla devastazione i grandi polmoni verdi della terra». Il provvedimento si inserisce nella parte relativa ai criteri di recepimento della nuova direttiva 2018/2001 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili valida nei prossimi dieci anni. «Noi avevamo chiesto lo stop dei sussidi all’olio di palma nei biocarburanti e biocombustibili già dal primo gennaio del 2021, perché il continuo incremento dei consumi mondiali di olio di palma a fini energetici, ha avuto effetti devastanti in termini di deforestazioni equatoriali, di sterminio delle popolazioni indigene e degli oranghi del Borneo, peggiorando anche la situazione climatica».

(Fonte: corriere.it )


13 ottobre 2020

Arriva il freddo… e gli animali vanno in letargo!



Quando il freddo inizia a farsi sentire e le temperature iniziano ad irrigidirsi, molti animali vanno in letargo, per una questione di sopravvivenza. Infatti, il letargo per gli animali non è soltanto un lungo sonno, ma è un vero e proprio stratagemma per superare in modo economico le scarse offerte alimentari ed idriche che la stagione invernale offre. Altre specie animali, invece, preferiscono migrare in luoghi più floridi e caldi.

Ma in cosa consiste il letargo per gli animali? 

La tecnica del letargo è una funzione biologica che consiste nel ridurre al minimo le funzioni vitali di alcuni mammiferi e animali a sangue freddo. La temperatura corporea si abbassa, così come il battito cardiaco, e si riduce il metabolismo. Questo “risparmio energetico” permetterà di sopravvivere fino all’arrivo della primavera.
Lo stato di riduzione dei processi vitali di un animale si chiama quiescenza che permette all’acqua contenuta nel sangue dell’animale di non congelare, anche a temperature molto rigide. In questo modo, il flusso di sangue che lentamente continua a scorrere,garantisce la sopravvivenza delle cellule e degli organi.

La preparazione al letargo  

Tutti gli animali che, con l’arrivo della stagione fredda, dovranno affrontare il lungo periodo di letargo, dovranno prepararsi adeguatamente, nutrendosi il più possibile durante l’estate e l’autunno. In modo da immagazzinare la quantità di grasso corporeo necessaria da poter sfruttare successivamente.

Quali animali vanno in letargo? 

Non tutti gli animali hanno la capacità di andare in letargo. Gli animali che per eccellenza sono conosciuti per il loro letargo sono i ricci e i ghiri. Essi si rinchiudono nella loro tana arrotolandosi su se stessi e sono in grado di dormire in maniera continuativa per 6 mesi. Ma il letargo è tipico anche di animali come orsi, procioni, talpe, pipistrelli, tassi, marmotte, molte tartarughe di terra e anche alcuni rettili.
Le marmotte iniziano a preparare la loro tana dal mese di settembre con fieno e foglie. Dopo la scorta di grasso corporeo, si abbandonano al letargo, dormendo ininterrottamente fino a sei mesi e abbassando la temperatura corporea da 35 a 5 gradi. Anche la vipera e la biscia sono soliti andare in letargo quando le temperature si abbassano, per tornare poi a strisciare tra i prati all’arrivo della primavera.

E chi non va in letargo come supera il freddo? 

Le volpi ed i lupi, ad esempio hanno anch’essi le loro strategie per superare l’inverno, pur rimanendo sempre attivi. Con l’arrivo dell’autunno la pelliccia si infoltisce funzionando da isolante contro il freddo, mentre per far fronte alla carenza di cibo la volpe dimostra la sua proverbiale furbizia: nei periodi di abbondanza accantona scorte alimentari seppellendole in tante piccole buche di 5-10 cm anziché in un unico magazzino. Si suppone che questa accortezza venga utilizzata per evitare di correre il rischio di perdere tutte le provviste in un’unica volta.






Piccole mangiatoie fai da te per nutrire gli uccelli


E’ arrivato il freddo intenso e molti uccelli dovranno resistere anche alla neve. Per loro sarà difficile trovare cibo! 

Possiamo aiutarli esponendo all’interno dei nostri giardini e sui nostri terrazzi, piccole mangiatoie realizzate in casa con materiali di recupero da rifornire regolarmente con pezzetti di grasso e carne, croste di formaggio, frutta fresca e secca, briciole dolci, miscele di semi. Ricordiamoci che il cibo salato o piccante è tossico per gli uccelli. 

Numerose specie di uccelli insettivori cambiano in inverno per necessità la propria dieta: ecco allora che merlo, pettirosso, capinera si nutrono di briciole dolci (per esempio panettone e plum-cake), biscotti e frutta fresca; cinciarella, cinciallegra e picchio muratore di arachidi non salate, semi di girasole, pinoli sgusciati, frutta secca tritata (noci e nocciole). Per uccelli granivori come passera d’Italia e mattugia, fringuello, verdone e cardellino miscele di semi vari (miglio, canapa, avena, frumento), semi di girasole, mais spezzato. 

Anche con il freddo gli uccelli hanno bisogno di acqua per bere e fare il bagno. Sarà utilissimo per loro trovare una vaschetta sul balcone o in giardino.


12 ottobre 2020

LA CONDANNA DEI PESCIOLINI ROSSI.


E' davvero tanto difficile per un essere umano capire che SOPRATTUTTO gli animali, in quanto esseri nati LIBERI abbiano bisogno di SPAZIO, RISPETTO, DEDIZIONE?
Tutti gli animali che noi rinchiudiamo in acquari e nelle gabbie sono costretti dal nostro egoismo a una sopravvivenza triste perchè non è il loro habitat.
Che dire del pesciolino rosso? 
Spesso non viene considerata la vita e il destino di questo pesciolino che nelle nostre case boccheggia in solitudine dalla sua boccia. Vi sembra giusto tenerlo lì?

29 settembre 2020

Magawa, il ratto che trova le mine terrestri riceve una medaglia d’oro per il suo coraggio

Magawa è un ratto speciale: è addestrato per salvare vite umane. Nella sua carriera ha fiutato 39 mine terrestri e 28 ordigni inesplosi, e ha svolto il suo compito con così grande coraggio e devozione che gli è stata conferita una medaglia d’oro! Il riconoscimento gli è stato assegnato dalla PDSA, la principale organizzazione benefica veterinaria del Regno Unito, che fornisce cure veterinarie gratuite e a basso costo agli animali domestici malati e feriti delle persone bisognose, e promuove la proprietà responsabile degli animali domestici. Magawa è il primo topo a ricevere il premio nei 77 anni di storia dell’organizzazione!

Vi presentiamo Magawa, il ratto che ha ricevuto la medaglia d’oro PDSA per il suo eccezionale coraggio

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Magawa lavora in coppia con la sua collega umana Malen

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

“Magawa è un topo eroe. Siamo entusiasti di celebrare la sua devozione salvavita assegnandogli la medaglia d’oro del PDSA”, ha detto il direttore generale del PDSA Jan McLouglin in una presentazione virtuale della medaglia, che è stata appositamente progettata per adattarsi all’imbracatura da lavoro di Magawa.

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Grazie al suo lavoro, Magawa ha salvato molte vite umane, e può essere davvero orgoglioso della sua medaglia!

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

HeroRAT Magawa, come si chiama ufficialmente, è stato addestrato dall’organizzazione no profit APOPO, e fino a oggi ha bonificato 141.000 metri quadrati di terreno in Cambogia per la popolazione locale, l’equivalente di 20 campi da calcio.

È il primo ratto a ricevere una medaglia PDSA

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Magawa è un ratto gigante africano, ed è uno dei roditori più grandi del mondo. Come i ratti della sua specie, che sono intelligenti e facili da addestrare, ha una vista molto debole, ma un olfatto e un udito molto sviluppati, caratteristiche che lo rendono davvero bravo nel suo lavoro!

Grazie a lui diverse aree in Cambogia sono state bonificate da mine e ordigni inesplosi e la popolazione può muoversi in sicurezza

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Magawa è stato addestrato dall’organizzazione no profit APOPO, e riesce ad individuare i pericoli molto più velocemente di un uomo con il metal detector

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Magawa ha iniziato ad allenarsi fin da giovane e “ha superato tutti i suoi test a pieni voti” prima di essere schierato in Cambogia. È stato addestrato a ignorare rifiuti metallici in giro e segnala al suo conduttore quando rileva la posizione esatta di una mina. Secondo la PDSA, può liberare un’area delle dimensioni di un campo da tennis in 30 minuti, mentre un uomo potrebbe impiegare 4 giorni per bonificare la stessa zona.

Sebbene sia molto più grande di molte altre specie di ratti, Magawa è comunque abbastanza piccolo e leggero da non essere in grado di innescare una mina quando vi cammina sopra. Per questo l’animale non corre nessun rischio durante le sue missioni.

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Ed ecco Magawa in azione mentre rileva le mine antiuomo

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Dalla caduta del regime di Khmer Rossi nel 1979, la Cambogia ha registrato 64.840 vittime causate da mine o altri esplosivi, secondo la Cambodian Mine Action and Victim Assistance Authority, e il più alto numero di amputati, sempre per la stessa causa.

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

Magawa, un piccolo eroe dal grande coraggio!

Ratto trova mine terrestri riceve medaglia d'oro PDSA

 Fonte: https://www.keblog.it

11 settembre 2020

Sventato traffico illegale di tordi, cardellini e allodole: 11mila gli uccelli catturati e venduti ogni anno in Italia


 

Un’operazione anti-bracconaggio le cui indagini erano iniziate nel 2018 si è conclusa ieri nel migliore dei modi: 2 persone sono finite agli arresti domiciliari e altre 5 sono state denunciate per aver catturato e rivenduto uccelli di specie protette.

L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, i militari della Sezione Operativa Anti-bracconaggio e Reati a Danno degli Animali del Raggruppamento Carabinieri CITES e del Nucleo Carabinieri CITES di Napoli, non è stata semplice dato che la banda aveva messo in atto tutta una serie di strategie per farla franca.

Quello che è emerso è un ampio commercio illegale di uccelli appartenenti a specie protette, che venivano catturati da alcuni degli indagati in diverse zone dell’Italia meridionale utilizzando tra l’altro metodologie illegali come trappole e richiami vietati (tra cui altri uccelli vivi come esca).

Gli animali venivano poi tenuti al sicuro in depositi (non a norma e dove gli uccelli erano in evidente sofferenza), prima di essere venduti al mercato nero.

Per il trasporto degli uccelli verso Nord, la banda si serviva lungo il tragitto di diversi depositi, auto-staffette e cortili privati sicuri, tutti sistemi utili a scongiurare il rischio di controlli da parte delle forze dell’ordine.

Tordi, cardellini, allodole e altri uccellini venivano venduti, soprattutto nel Nord Italia, non solo a privati ma anche a negozianti.  Il tutto grazie anche alla complicità di veterinari e altre figure professionali atte a fornirgli una documentazione (ovviamente falsa) che serviva a far sembrare regolari gli uccelli.

2750 sono stati gli uccelli commercializzati nel corso delle intercettazioni e indagini degli ultimi mesi ma, proiettando il dato su base annua, gli uccellini vittime di questi bracconieri sarebbero stati 11mila esemplari all’anno, per un giro d’affari di circa 350mila euro.

A dare notizia dell’accaduto è stato anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che in un post su Facebook ricorda che:

Il bracconaggio non danneggia semplicemente il singolo animale, ma è un problema per l’equilibrio del sistema naturale. Un danno inestimabile per la biodiversità e la nostra avifauna.

Ora l’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere prevede gli arresti domiciliari per i 2 capi dell’associazione e l’obbligo di dimora nel comune di residenza con firma presso la polizia giudiziaria per le altre 5 persone coinvolte. Tutti sono stati accusati di associazione a delinquere finalizzata all’illecito commercio di avifauna protetta e all’illecita cattura.

Speriamo che, a seguire, vengano individuati e denunciati anche tutti gli altri “collaboratori” di questa rete di bracconieri senza scrupoli.

 (Fonte: https://www.greenme.it/informarsi/animali/traffico-illegale-uccelli-protetti/)

M49, viaggio dentro la gabbia dell'orso Papillon: ecco come vive


L'animale, fuggito diverse volte e sempre stato ri-catturato, vive adesso nell'area di Casteller, 8mila metri quadri nella provincia di Trento. Ancora polemiche sulla cattura

articolo di Francesco Battistini

TRENTO - Detenuto M49, è l’ora della pappa: di buon mattino, i forestali tolgono l’elettricità, aprono il recinto e gli portano una cassetta di mele assieme a mais, crocchette per cani, pezzi di carne, frutta varia, assicurando che «non è più sedato, lo trattiamo bene, mangia di gusto, riprenderà presto i 40 kg persi nei 42 giorni di fuga».

Prigioniero Papillon, ci sono visite: il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, annuncia che «fa male saperlo chiuso in una gabbia», che in fondo «non aveva mostrato pericolosità per l’uomo» e che comunque manderà un’ispezione dei carabinieri forestali «per verificarne lo stato di salute». Fratello Orso, tieni duro: gli animalisti sono agguerriti, lo scrutano dall’alto coi droni e progettano di noleggiare perfino un elicottero, «un blitz per levarlo da quel lager». Bestia d’un orso, sei da ergastolo: facile intenerirsi per Yoghi, dice Massimo Fugatti, il presidente della Provincia di Trento che ne ha ordinato la cattura, «ma se avete a cuore le vite animali, allora pensate pure alle 13 mucche, alle 17 pecore, ai cavalli, alle galline che ha sbranato. Non sono animali anche quelli?».

Bear lives matter. Tutti a vendere cara la pelle dell’orso più ricercato delle Alpi. Uno che ha distrutto reti elettrificate da 7mila volt. È scappato tre volte in 14 mesi. S’è strappato il radiocollare. Ha fatto 44 incursioni. E ha diviso fin dal nome: anonima sigla M49 per Fugatti e chi lo braccava; eroico Papillon per Costa e chi inneggiava alla sua fuga per la libertà. Nessuno può fargli visita, manco i consiglieri provinciali che pure hanno accesso alle carceri degli umani: M49 è un 41-bis. L’hanno acchiappato lunedì all’alba sulle pendici di Cima d’Asta con un’esca di cereali e miele in una trappola a tubo («non s’è rivelato molto intelligente — sorride Giovanni Giovannini, capo della Forestale che l’ha catturato —, è caduto per la terza volta nella stessa imboscata: un lupo non sarebbe mai entrato in quel tubo...»). L’hanno trascinato a valle in un corteo di lampeggianti che nemmeno Totò Riina. L’hanno rinchiuso nell’area faunistica del Casteller, 8mila metri quadri alle porte di Trento da spartire con altri due plantigradi «problematici» come l’anziana orsa Dj4 e il pericoloso M57, rei d’aggressioni aggravate. Ora aspetta il suo destino: trasferito in un parco protetto, venduto ai boschi romeni o chiuso forever fra le vaghe stalle dell’orsa Dj4.

Papillon è un simbolo. Della famosa invasione degli orsi in Trentino, che cominciò anni fa e non s’è più fermata. Spaccando i trentini sulla domanda fondamentale: di chi dev’essere la montagna? «Di chi la fa fiorire del proprio lavoro e non può rischiare la vita» (Coldiretti) o di «una possibile convivenza con questi orsi che, in fondo, fanno solo gli orsi» (l’ex ministra azzurra Maria Vittoria Brambilla)? Bisogna intendersi su quali plantigradi si vogliono, dice l’esperto Giovannini: quelli innocui da circo che si trovano nei Balcani, veri peluche, o questi giganti selvatici e talvolta molto aggressivi. «Capisco che l’orso in fuga per la libertà piaccia ai giornali. Ma io ho inseguito M49 non dimenticando mai una cosa: che è pericoloso. Noi siamo fra i pochi al mondo che l’orso problematico lo catturano, non l’abbattono».

Il Grande Carnivoro recluso è una grossa grana, anche politica. Col ministro, verde ambientalista, che volentieri lo vedrebbe libero nei boschi. Col presidente trentino, verde leghista, che aspetta solo d’associarlo alle patrie gabbie assieme a un altro feroce superlatitante, l’imprendibile Jj4, e a un altro centinaio di bestioni che «ormai sovrappopolano le nostre montagne e minacciano i contadini, i pastori e i turisti». Con un’animalista estrema come Ornella Dorigatti, dell’Oipa, che addirittura ha iniziato uno sciopero della fame «contro questa caccia alle streghe», «questa cinica campagna d’odio» e soprattutto contro Fugatti «che nel 2011 — accusa — organizzava i banchetti a base di carne d’orso». S’è mangiato un orso? Ma è vero? Giriamo la domanda al presidente della Provincia: «Non era proprio un banchetto — non nega —. E poi, va beh, è la dimostrazione che m’occupavo d’orsi già allora…».

(FONTE:  https://www.corriere.it/animali/20_settembre_09/m49-viaggio-dentro-gabbia-orso-papillon-ecco-come-vive-959197fc-f2c9-11ea-86fc-7fbaee355822.shtml)

Fine dell’incubo per Kaavan, l’«elefante più solo del mondo»: presto lascerà lo zoo di Islamabad

 


Non solo vive recluso in uno zoo, ma anche in completa solitudine. Proprio lui che, per natura, sarebbe portato a muoversi in branco. È la triste storia di Kaavan, da più parti soprannominato «l’elefante più solo del mondo», il cui calvario sembra però finalmente giunto al termine. Contestualmente alla chiusura dello zoo di Islamabad, infatti, già lo scorso maggio l’Alta Corte del Pakistan aveva disposto la liberazione dell’animale. Ora è arrivato anche il definitivo via libera dei veterinari. Ad annunciarlo, con un post pubblicato su Facebook, è stata l’organizzazione animalista Four Paws International. Una grande vittoria per le centinaia di migliaia di persone interessatesi negli anni alla vicenda. Tra queste anche la cantante Cher, dal 2016 in prima linea per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito alle sorti dell’esemplare.

1985-2020: trentacinque anni di reclusione. Una vita, letteralmente. Nato in Sri-Lanka, Kaavan venne infatti donato dal suo Paese d’origine al governo pakistano quando aveva appena pochi mesi. Poi venne tramutato in una delle principali attrazioni dello zoo della capitale. Nel 1990 gli venne poi affiancato un esemplare femminile di nome Saheli, che tuttavia sopravvisse soltanto fino al 2012. Da allora Kaavan è rimasto completamente solo, peraltro in condizioni igienico-sanitarie a dir poco precarie. Obesità, unghie incrinate e deformate, comportamenti ripetitivi e stereotipati: tutte dirette conseguenze dell’inadeguatezza del suo recinto, della totale assenza di manutenzione e della cattiva nutrizione a cui è stato sempre sottoposto. Per non parlare poi delle torture che ha dovuto sopportare nel corso degli anni, come interi periodi passati con le zampe immobilizzate da grosse catene. Da qui la necessità del parere degli esperti per autorizzarne lo spostamento in completa sicurezza. Probabile destinazione, un «santuario» specializzato in Cambogia (sarebbe d’altronde improponibile reinserirlo completamente in natura dopo tanti anni passati in cattività): senz’altro un enorme miglioramento per la sua qualità di vita.

A onor di cronaca Kaavan sarà solo l’ultimo degli ospiti dello zoo di Islamabad a riconquistare una seppur parziale libertà. Come accennato, infatti, la struttura è stata sbarrata già mesi fa per via delle terribili condizioni in cui versavano i suoi animali. Questo tuttavia non ha impedito al personale di commettere ulteriori atti di crudeltà. È il caso per esempio di due leoni morti durante un tentativo di trasferimento alla fine di luglio, quando, secondo quanto riporta Four Paws, «i gestori avevano appiccato un incendio nel loro recinto per costringerli a entrare nelle casse di trasporto». L’ennesimo episodio destinato ad appartenere al passato: fortunatamente è giunto il momento di voltare pagina.

 (Fonte: https://www.corriere.it)

Regione Campania, tutela e rispetto degli animali: l’intervista al Gen.De Pascale


Animali d’affezione e randagismo: la Legge Regionale n.3 della Campania dà voce ai bisogni e alle sofferenze degli animali. L’intervista al Generale Carmine De Pascale, consigliere della Regione Campania

Ogni giorno la cronaca ci aggiorna su terribili vicende, i cui protagonisti sono animali, animali d’affezione e randagi, che devono misurarsi a volte con la crudeltà dell’uomo e con il suo smoderato bisogno di prevaricazione. In una società complessa, ma ricca di mezzi tecnologici e di informazione, l’educazione dell’uomo al rispetto dell’ecosistema in cui è integrato e al rispetto delle specie viventi, con cui condivide lo spazio vitale non può conseguire un’importanza minore, anzi.

La sana convivenza tra l’uomo, le specie vegetali e quelle animali, non è soltanto indispensabile alla luce degli odierni mutamenti climatici. L’armoniosa convivenza tra l’uomo e gli animali, sulla base di un rapporto di rispetto e tutela verso questi ultimi “è indice di qualità del grado di civiltà raggiunto dalla società”.

La “Dichiarazione universale sui diritti degli animali” redatta dall’Unesco nel lontano 15 ottobre del 1978, considerava il rispetto degli animali da parte dell’uomo legato al rispetto degli uomini tra loro. Inoltre stabiliva nell’articolo 2. che “l’uomo, in quanto specie animale non può attribuirsi il diritto di sterminare altri animali o di sfruttarli, violando questo diritto. Egli ha il dovere di mettere le sue conoscenze al servizio degli animali”.

A tal proposito la Regione Campania nell’aprile 2019 ha fatto un passo avanti verso la tutela ed il benessere degli animali, in particolare quelli d’affezione. Il testo di Legge Regionale n. 3 dell’ 11 aprile 2019 è stato redatto dal Generale Carmine De Pascale, Consigliere dell’attuale Consiglio della Regione Campania e Presidente del Comitato regionale di Volontariato della Protezione Civile, per garantire agli animali quali cani e gatti, di proprietà o randagi, la tutela necessaria e le cure in caso di problemi di salute compromettenti per la loro vita. Ma non solo.

Il testo si articola in 27 articoli, con indicazioni specifiche in merito a competenze e doveri che Asl, comuni, Regione e proprietari di animali sono tenuti ad assumere. Abbiamo chiesto direttamente al Generale De Pascale quali siano gli effetti che questa legge ha avuto in un ambito, il rispetto degli animali, che ancora oggi non riceve le giuste attenzioni nella cultura generale.

  • Generale De Pascale, con la Legge Regionale dell’11 aprile 2019 n.3, la Regione Campania ha fatto un enorme sforzo per garantire agli animali liberi, randagi e di proprietà maggiore tutela per i loro bisogni fisiologici, etologici ecc. Questa legge promuove azioni volte alla realizzazione dei diritti degli animali d’affezione, tenendo fede alla “Dichiarazione universale dei diritti degli animali”. Cos’ è cambiato nelle nostre realtà e nei nostri comuni della Regione Campania dall’entrata in vigore di questa legge, rispetto alle misure applicate nei decenni precedenti?

“Questa legge io l’ho fortemente voluta perché erano anni che non veniva aggiornata la normativa del settore. Lo scopo principale che io ho perseguito è stato quello di stabilire un corretto rapporto tra persone e animali, soprattutto animali domestici, che noi chiamiamo animali d’affezione. Con questa legge ho cercato di stabilire le competenze e le relative responsabilità di Regione, comune, Asl e poi detentori o proprietari di animali. Numerose sono state le innovazioni che hanno riguardato questa legge, tra cui l’istituzione di un fondo per finanziare tutti i cambiamenti che noi abbiamo voluto apportare al sistema di tutela dei diritti degli animali”.

  • La Legge Regionale dell’11 aprile 2019 ha istituito una Commissione per i diritti degli animali d’affezione, che si riunisce ogni tre mesi. Quali sono i piani, i programmi e le azioni previste nei prossimi mesi per garantire continuità ai provvedimenti già messi in campo?

“Questa legge si prefigge lo scopo di aggiornare e modernizzare le strutture delle Asl sul territorio. Queste innovazioni in termini organizzativi prevedono un diverso trattamento degli animali. In passato gli animali, es. gli animali randagi, venivano immessi direttamente nei canili. Con questa legge invece prevediamo che l’animale venga prima curato, con trattamenti di primo e secondo livello, cioè un trattamento di base e specialistico presso le Asl. Pertanto è stato necessario anche adeguare le Asl per poter effettuare questi trattamenti sanitari. Sono le stesse Asl che lanciano campagne di adozione e di affidamento. Perché ho sempre considerato che il canile, per un animale, per un cane, sia l’ultima spiaggia dove dover andare e in ogni caso se ci dovesse andare, deve rimanervi il minor tempo possibile. Ritengo che l’animale debba vivere in famiglia e se non è possibile, che possa vivere anche libero sul territorio.Quindi abbiamo anche lanciato la figura dell’animale libero e accudito sul territorio. Per quanto riguarda la Commissione, si tratta di una Commissione che vigila sull’applicazione della legge però preciso, che questa legge deve essere corredata da regolamenti che non hanno ancora visto la luce, un po a causa del lock-down e un po a causa della complessità del lavoro che ha dovuto tenere conto di proposte e suggerimenti provenienti dalle associazioni, categorie di medici veterinari e dagli stessi canili. Si sta pertanto lavorando su questi regolamenti, per cercare di organizzare e stabilire delle procedure che diano luogo concretamente a tutti gli atti previsti dalla legge. Nel testo della legge è possibile individuare i compiti e le responsabilità dei vari attori, degli enti istituzionali e dei proprietari. E’ stata prevista anche la creazione di un registro di tumori degli animali per interfacciare i dati con quello del registro tumori delle persone e dallo studio dei dati capire se su un determinato territorio ci sia un’incidenza maggiore di tumori. Inoltre è stato anche istituito un numero verde veterinario che funziona h24 (800 178 400) , che i cittadini possono contattare nel caso vedano sul territorio un animale ferito e permettere alle  Asl di intervenire”.

  • Tra i volontari ed i medici veterinari che lavorano nel settore vengono ancora sollevate diverse problematiche riguardanti la necessità di aprire ambulatori veterinari dell’Asl su tutto il territorio delle periferie. Altre problematiche riguardano la necessità di gattili comunali, controlli serrati sui canili per prevenire la formazione dei cosiddetti “canili lager”, gestione del volontariato con un’azione normativa, capace di regolarizzare la gestione degli animali in custodia e l’approvvigionamento degli strumenti essenziali come cibo, gabbie, gabbie-trappola e farmaci. Molti volontari danno la vita per salvare anime innocenti, tanti altri gestiscono “impropriamente” il proprio lavoro facendo subentrare interessi economici. Come si può ancora intervenire in merito a queste problematiche attuali?.

Il volontariato animalista è una componente importante, che interviene laddove le istituzioni a volte mancano. Io ho sempre sostenuto e tutt’oggi cerco ancora di ampliare questo associazionismo animalista sul territorio regionale. Per le Asl sono anche stati finanziati tutti gli interventi strutturali, in modo da prevedere anche dei locali dove gli animali possono essere ricoverati, curati, accuditi e dati in affidamento. Per i canili la legge prevede anche le misure delle gabbie sulla base della taglia degli animali, prevede un registro d’ingresso e di uscita, prevede anche che ci sia un medico competente nominato dal canile sia privato che pubblico. Queste sono tutte innovazioni perché in passato veniva tutto tralasciato, pertanto si è avuto anche uno sfruttamento degli animali, ai fini di lucro e anche dei canili che non erano all’altezza di curare gli animali. Magari alcuni canili percepivano anche il sostegno regionale per ogni animale ricoverato, ma non tutelando la salute dell’animale stesso. E’ per questo che si è arrivati anche ai cosiddetti canili “lager”. La tutela dei diritti degli animali comporta anche il rispetto delle regole, e come ho detto, i canili devono rispettare rigorosamente delle regole per quanto riguarda lo spazio per i cani, la pulizia ed il medico competente deve esserne il garante. Dobbiamo esattamente sapere l’animale quando entra e quando esce, perché si sono verificati dei casi dove si continuava a percepire il finanziamento regionale e poi magari un animale era scomparso, deceduto da anni. Avere un registro delle entrate e delle uscite serve un po a controllare gli afflussi degli animali. Nel canile l’animale ci deve rimanere il minor tempo possibile. Non è quello il suo posto. Ormai abbiamo un buon 2/3 delle famiglie italiane che hanno un animale d’affezione e che nella scala dei valori affettivi familiari ricopre un ruolo importante, dando anche benefici in termini affettivi alla famiglia. Non bisogna far l’errore di utilizzare un animale come un peluche o come un giocattolo. Questo ci fa capire che bisogna anche un po diffondere la cultura degli animali, farne capire il valore e in che modo deve essere curato e tenuto nelle famiglie. Dal punto di vista pubblico dobbiamo conoscere i comportamenti che proprietari di animali devono avere, cioè dove possono accedere gli animali e quali sono gli animali, razze ritenute più pericolose che devono necessariamente tenere la museruola. Ciò è tutto indicato con precisione nella legge. Abbiamo anche previsto delle aree di accesso sulle spiagge: i comuni devono pubblicare quali sono le spiagge che consentono l’accesso agli animali per favorire un turismo familiare, per quelle famiglie che hanno un animale ed evitare così che si verifichi nel mese di luglio-agosto l’abbandono dello stesso animale. Poi in città abbiamo chiesto di prevedere delle aree nei parchi pubblici. I comuni devono adeguare le aree comunali a queste esigenze. Abbiamo valorizzato il registro regionale dell’iscrizione canina e abbiamo girato tanti comuni della regione con i camper dove abbiamo fatto queste iscrizioni nel registro regionale e l’impianto del microchip gratuito. Ci stiamo muovendo tanto, non è semplice perché diffondere, avvicinare la cultura delle persone verso il mondo degli animali comporta tempo ed energia a questa missione. Però abbiamo iniziato e continueremo con questo perché l ‘indice di civiltà di un popolo si misura anche su questo, sul trattamento degli animali. I miglioramenti ci cono stati e continueremo ancora di questo passo sperando che gli enti locali si attivino.

  • Altro punto importante è la mancanza di una cultura, come diceva Lei prima, riguardate l’idea del cane e del gatto come animale da compagnia. In molte comunità agricole e pastorali sul nostro territorio i cani vengono utilizzati come compagni di lavoro e non visti come animali da compagnia. Quali sono le azioni che si potrebbero mettere in campo per sottrarre gli animali allo sfruttamento e ad una gestione impropria? Tra questo vorrei precisare che anche gli stessi gatti molto spesso vengono accolti nei giardini per catturare topi, serpenti e lucertole, ma poi non vengono ne vaccinati, ne microchippati e sterilizzati e tutto va a discapito della loro salute.

Per quanto riguarda il diffondere la cultura, noi dobbiamo rendere evidente al pubblico quello che noi facciamo, quali sono le norme. Ci sono da promuovere nei comuni delle discussioni, dei confronti tra medici veterinari, cittadini ed istituzioni. Parlarne, comunicare significa diffondere questa cultura e se questo non avviene si rimane sempre con le conoscenze che si hanno e che sono quindi insufficienti. Sul territorio esiste questo problema della proliferazione dei gatti e le colonie feline spesso non hanno un titolare, cioè qualcuno che si assume un po la responsabilità delle colonie. Esse vanno poi censite e curate anche attraverso la sterilizzazione, altrimenti ne avremo una proliferazione incontrollata e questo non fa bene a nessuno. Ho già iniziato su alcuni comuni, ad esempio in un comune del napoletano stiamo realizzando una colonia felina che sarà una colonia controllata e accudita e abbiamo già iniziato il censimento delle colonie, titolando a dei responsabili queste colonie e stiamo procedendo con una sterilizzazione di massa dei gatti che vivono liberi sul territorio. Insomma sappiamo cosa fare, ma siamo in pochi. Bisogna diffondere la cultura affinché venga ampliata in maniera tale che ognuno sa cosa fare. Se ci si sottrae vedremo sempre dei cani legati, che vengono utilizzati per la guardia, tenuti in cattività, vedremo sempre dei gatti liberi ma non controllati e curati e allora c’è bisogno che attraverso la cultura, la comunicazione, il confronto la gente sappia che ci sono delle procedure da seguire, fino ad arrivare ad una corretta convivenza tra gli animali e noi stessi.

  • Alla luce delle recenti notizie di cronaca: abbiamo assistito alla morte di un cavallo nel parco della Reggia di Caserta, abbiamo avuto la segnalazione da parte dei turisti in Costiera Amalfitana riguardante gli asinelli costretti al trasporto di pesanti carichi e al maltrattamento di maiali in alcuni allevamenti in Italia. L’associazione animalista “Essere animali” ha mandato in onda dal TG1 il 4 settembre 2020 un servizio che mostra immagini in cui la violenza in alcuni allevamenti in Italia è all’ordine del giorno. In futuro sono previsti interventi di controllo e delle misure normative a favore della tutela di altre specie animali, sia negli allevamenti che per quelli selvaggi, ad esempio i cinghiali, vittime ancora oggi dei selecontrollori.

La violenza sugli animali è punita ai sensi del codice penale.Quindi delle norme ci sono già, ma la crudeltà umana talvolta non ha limiti e bisogna effettivamente vigilare che non si compiano determinati atti di violenza o abusi sugli animali. L’episodio del cavallo che è deceduto, perché veniva impiegato ad una temperatura oltre 30° per il lavoro di trasporto con la carrozzella ne è un esempio. L’abitudine non ci fa rendere contro di determinate cose che non si possono fare. Io ho lavorato personalmente con i cani nelle mie missioni operative, erano esperti nell’individuazione dell’esplosivo affianco ad un militare.Ma nel deserto essi lavoravano fino alle 9 del mattino, poi non lavoravano nelle ore successive perché il caldo era così forte e non era il caso. Quindi il trasporto con la carrozzella o con il cavallo era assolutamente da vietare con un caldo del genere. E così con altre specie di animali, la violenza su animali, anche selvatici non è che può essere usata gratuitamente, ad esempio il caso dei maiali che vengono maltrattati, ci sono delle regole da seguire nel trattamento degli animali e certamente ogni abuso deve essere punito severamente. La legge lo prevede e quando noi siamo testimoni oculari o sappiamo di un abuso o una violenza su un animale dobbiamo denunciare prontamente, senza remore e nessuna esitazione, perché la sofferenza che ha l’uomo ce l’ha anche l’animale. Bisogna immaginare la violenza su un animale, bisogna immaginarla su se stessi per capire cosa prova.

 (fonte : https://www.zerottonove.it/tutela-degli-animali-intervista-de-pascale/)