14/05/19

Bracconaggio degli uccelli, 25 Paesi uniti per contrastarlo




"Il bracconaggio è un fenomeno odioso, ci stiamo impegnando per contrastarlo". Così il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, in merito al meeting internazionale sul bracconaggio degli uccelli in programma fino al 10 maggio a Roma, nella tenuta presidenziale di Castelporziano. All'evento prendono parte i rappresentanti di 25 Paesi europei e dell'area mediterranea, organismi internazionali e associazioni non governative.

L'incontro è organizzato ogni anno dalla Convenzione di Berna sulla conservazione della vita selvatica in Europa e dalla Convenzione di Bonn sulle specie migratrici. L'obiettivo è affrontare il problema del bracconaggio degli uccelli nella regione mediterranea e valutare i progressi nell'attuazione del Piano d'azione di Tunisi (2013-2020) in materia. Nel meeting di quest'anno si discuterà in via prioritaria del prolungamento del Piano, che ad oggi identifica azioni concrete per ridurre il fenomeno del bracconaggio entro il 2020.

"Siamo orgogliosi come Italia di ospitare questo evento", ha detto Costa. "Due giorni fa il rapporto sulla biodiversità pubblicato dall'Onu ha lanciato l'allarme sull'enorme perdita di specie a causa dall'impatto umano. Proprio perché siamo consapevoli dei gravi impatti del bracconaggio, un fenomeno odioso, sulla conservazione della biodiversità, ci stiamo impegnando per contrastarlo". "Come primo Paese nel bacino Mediterraneo - ha evidenziato il ministro - a marzo 2017 l'Italia ha approvato il Piano d'azione nazionale per il contrasto sugli illeciti contro gli uccelli selvatici".

Il Piano d’azione Nazionale per il contrasto sugli illeciti contro gli uccelli selvatici prevede 32 azioni, ripartite in cinque aree di intervento: contrasto diretto (11), contrasto indiretto (9), prevenzione (5), monitoraggio (5) e cabina di regia (2). Particolare rilevanza assumono l’impegno a un maggiore coordinamento degli interventi, in particolare nei sette black-spot individuati per la particolare concentrazione di atti di bracconaggio, il rafforzamento dei controlli da parte dei Carabinieri Forestali e dei Corpi di Polizia Provinciali, un’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

(Fonte: ansa.it)


I koala sono funzionalmente estinti: ad annunciarlo sono degli esperti



Tutti noi sappiamo che animali sono i koala e come sono fatti anche se non in molti ne avranno visto un esemplare dal vivo. Questi particolari animali sono autoctoni dell’Australia e una delle caratteristiche più famose è la dieta a base di foglie di eucalipto. Purtroppo secondo un annuncio dell’Australian Koala Foundation il numero di esemplari è sceso sotto le 80.000 unità e quindi l’intera specie è stata considerata funzionalmente estinta.
Per quanto il numero possa sembrare alto in realtà non lo è. È molto al di sotto delle precedenti stime e a causa della loro natura molto pigra la riproduzione non è una loro priorità; questo dipende anche dalla loro dieta che offre pochissimo nutrimento tanto da renderli così letargici come sono. Le popolazioni presenti sulla grossa isola sono sceso sotto il punto critico è questo sta rendendo difficile, se non impossibile, una riproduzione per la prossima generazione.

Funzionalmente estinto può fare riferimento a diversi aspetti. Nel caso del koala di alcune zone dell’Australia è un discorso che riguarda la capacità di riprodursi. Come detto il numero non è così piccolo, ma va diviso per i diversi gruppi sparsi del paese i quali spesso risultano troppo piccoli per la creazione di un pool genetico valido. In sostanza, la popolazione sta soffrendo a causa della ridotta variazione genetica.
Secondo alcune ricerche fatte nel 2016 il numero di esemplari nel paese era di 329.000, ma era solo una media dovuta alla migrazione interna degli animali; l’intervallo andava dai 144.000 ai 605.000. La diminuzione del numero è dipeso dai cambiamenti climatici, dalla perdita di habitat favorevole ovvero le foreste e boschi di eucalipti.


(Fonte:  focustech.it)


Un ddl contro il maltrattamento degli animali - Pene più severe e l'abbandono dei bocconi avvelenati sarà reato



Pene certe e più severe a chi maltratta gli animali, che sono esseri senzienti e quindi meritano una tutela diretta. E' l'obiettivo contenuto nel contratto di governo con la Lega e ora nel disegno di legge depositato al Senato dal Movimento 5 stelle partendo dal precedente testo presentato nella scorsa legislatura dal cinquestelle Vittorio Ferraresi per introdurre norme più stringenti ed efficaci anche contro il bracconaggio. E su quest'ultimo fenomeno - in particolare contro il bracconaggio degli uccelli - l'Italia è in prima linea: ospita fino al 10 maggio una conferenza internazionale  nella tenuta presidenziale di Castelporziano.

Una "rivoluzione concettuale, copernicana", quella di "far diventare oggetto della tutela direttamente l'animale e non più l'uomo legato emotivamente o sentimentalmente allo stesso" ha spiegato - in una conferenza stampa - il senatore Gianluca Perilli, primo firmatario del ddl con accanto con i ministri della Giustizia Alfonso Bonafede, della Salute Giulia Grillo e dell'Ambiente Sergio Costa.

Aumento delle pene, ampliamento delle fattispecie penali esistenti e introduzione di nuovi reati sono le tre direttrici della legge che il M5s punta ad approvare in Parlamento nel minor tempo possibile, auspicando una totale convergenza. Canili in condizioni pessime, uccelli con ali rotte usati come esche vive, gatti randagi avvelenati, fino al cigno ucciso e al cagnolino brutalmente seviziato con il fuoco in Sardegna appena prima di Pasqua, sono alcuni esempi citati per evidenziare "atrocità" per le quali spesso i responsabili restano impuniti.

Pene più severe, quindi, per chi uccide un animale, o lo abbandona; rimodulata l'aggravante del delitto di spettacoli o manifestazioni vietate. E poi lasciare in giro bocconi avvelenati diventa un reato punito con l'arresto sino a quattro anni. Importante è la modifica al codice di procedura penale: ufficiali e agenti di polizia possono arrestare chiunque sia colto in flagranza di reato.

A giugno prossimo, ha annunciato il ministro Grillo, "sarà pubblicato online il Registro degli avvelenamenti di animali, molto dettagliato", mentre il ministro Costa ha detto soddisfatto che ora finalmente ci saranno quegli "strumenti giuridici con cui operare" che gli sono mancati in 35 anni di attività. Il ministro Bonafede infine ha sottolineato che c'è "un impegno a 360 gradi" perché questi reati riguardano anche la salute delle persone e l'ambiente. "L'abbandono di esche nocive è un pericolo per i bambini", ha spiegato rilevando che "le bestie che fanno violenza agli animali sono persone violente anche con gli esseri umani, come documentato da numerosi studi. Quindi alzare l'asticella serve a individuare anche le persone violente".

(Fonte: ansa.it) 

11/05/19

Vietato nuotare con i delfini nei parchi acquatici. Il Tar del Lazio accoglie il ricorso della Lav



Non si potrà più nuotare con i delfini nei parchi acquatici. Lo ha deciso il TAR LAZIO , accogliendo il ricorso presentato dalla Lav, la Lega anti vivisezione, un anno e mezzo fa, con il quale aveva impugnato il Decreto-deroga dei ministeri della Salute, Ambiente e Politiche Agricole del 20 dicembre 2017 che introduceva l'ingresso in vasca con i delfini, "ai soggetti che partecipano ad attività di educazione e sensibilizzazione in materia di biodiversità".

Questa, insieme ad altre questioni attinenti alla condizione degli animali in cattività, era stata oggetto di contestazioni relativamente al fatto che, come affermato dal presidente della Lav Gianluca Felicetti, "il nuoto con i delfini, nei delfinari, era stato di fatto aperto al pubblico. Senza considerare le conseguenze sugli animali".

La "tutela del benessere animale, in quanto esseri senzienti", i potenziali "rischi per la salute e l'incolumità" che, tale attività, avrebbe potuto comportare al pubblico e agli animali, così come l'ingresso in acqua con i delfini, "concesso ai richiedenti, senza alcuna forma di selezione", sono tra le motivazioni esposte nella decisione del tribunale che ha ordinato, all'Autorità Amministrativa, di eseguire la sentenza.

(Fonte: www.ilmessaggero.it)

03/05/19

Legge Regionale 11 aprile 2019, n. 3 - "Disposizioni volte a promuovere e a tutelare il rispetto ed il benessere degli animali d'affezione e a prevenire il randagismo"

 

Legge Regionale 11 aprile 2019, n. 3.

Bollettino Ufficiale Regione Campania n. 21 del 15 aprile 2019
"Disposizioni volte a promuovere e a tutelare il rispetto ed il benessere degli animali d'affezione e a prevenire il randagismo"
IL CONSIGLIO REGIONALE
ha approvato
IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE
promulga
La seguente legge:     
INDICE
Art. 1 Finalità.
Art. 2 Definizioni.
Art. 3 Competenze della Regione.
Art. 4 Competenze dei Comuni.
Art. 5 Competenze delle Aziende Sanitarie Locali.
Art. 6 Banca dati regionale anagrafe degli animali d'affezione.
Art. 7 Registro Tumori Animali.
Art. 8 Commissione per i diritti degli animali d'affezione.
Art. 9 Responsabilità e doveri dei proprietari e dei detentori di animali d'affezione.
Art. 10 Misure di protezione animale e tutela della pubblica incolumità.
Art. 11 Canili municipali e canili privati.
Art. 12 Controllo del randagismo.
Art. 13 Disciplina dei cani liberi accuditi.
Art. 14 Protezione dei gatti in libertà.
Art. 15 Accesso dei cani alle spiagge.
Art. 16 Trasporto degli animali d'affezione.
Art. 17 Allevamento degli animali d'affezione.
Art. 18 Obblighi degli allevatori di cani e dei gatti e dei commercianti di animali d'affezione.
Art. 19 Formazione.
Art. 20 Istituzione dell'Albo regionale delle associazioni per la protezione degli animali.
Art. 21 Guardie zoofile.
Art. 22 Indennizzo per le perdite zootecniche da cani randagi o inselvatichiti.
Art. 23 Contributi regionali.
Art. 24 Istituzione del Garante regionale dei Diritti degli Animali.
Art. 25 Sanzioni amministrative.
Art. 26 Clausola valutativa.
Art. 27 Abrogazione.
Art. 28 Copertura finanziaria.
Art. 29 Entrata in vigore.

Art. 1
(Finalità)
1. La Regione Campania, per realizzare sul proprio territorio una corretta convivenza tra le persone e gli animali d'affezione, promuove e disciplina ogni utile iniziativa e servizio per favorire il rispetto e il riconoscimento dei diritti degli animali, come previsto dall'articolo 8, comma 1, lettera s), dello Statuto regionale, dalle convenzioni internazionali e dalla normativa comunitaria e incentiva l'accoglienza e la buona tenuta degli animali d'affezione presso le famiglie proprietarie.
2. La Regione Campania promuove e disciplina il controllo del randagismo, in attuazione di quanto disposto dalla legge 14 agosto 1991, n. 281 (Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo), a tutela della salute pubblica e dell'ambiente e per migliorare in modo efficace il benessere degli animali d'affezione e il loro rapporto con l'uomo.
3. All'attuazione della presente legge provvedono, nei rispettivi ambiti di competenza, la Regione, gli enti locali competenti e le Aziende Sanitarie Locali (ASL), con la collaborazione dell'Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, delle istituzioni scolastiche e universitarie, dei veterinari liberi professionisti, delle guardie zoofile, attraverso le organizzazioni che li rappresentano a livello regionale, oltre gli enti ed associazioni di volontariato protezionistiche, zoofile e animaliste, regolarmente riconosciute e iscritte nell'apposito albo regionale, nel rispetto delle indicazioni impartite dal Commissario ad acta per l'attuazione del Piano di rientro dal disavanzo sanitario fino al perdurare del commissariamento.


Cane percosso per scopi educativi: sì al sequestro - Cassazione penale, sez. III, sentenza 05/10/2018 n° 44554



Lo scopo educativo non è idoneo ad escludere il reato di maltrattamenti nei confronti di un cane, oggetto di violente percosse da parte del padrone.

E' quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione del 5 ottobre 2018, n. 44554.

Il caso vedeva un uomo sottoporre a sevizie il proprio cane, colpendolo ripetutamente con calci, pugni, con una cintura e lanciandolo addirittura contro ad un muro. Per tale motivo veniva disposto sequestro dell'animale anche se, in sede di riesame, annullava il provvedimento ritenendo non sussistenti i presupposti del reato di maltrattamenti di animali, posto che le percosse sarebbero state inflitte a scopo educativo e senza lasciare tracce visibili sul corpo del cane.

L'art. 544-ter c.p., comma 1, differenzia la condotta di aver cagionato all'animale una lesione senza necessità, dalla condotta di sottoposizione dell'animale a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche, in assenza di lesioni. Si tratta, infatti, di un reato a forma libera a più fattispecie con diverse modalità di concretizzazione della condotta criminosa e di offesa al bene giuridico tutelato.

Il caso di specie rientrerebbe, secondo la Suprema Corte, proprio in questa seconda ipotesi, con la conseguenza che avrebbero errato i giudici di merito nell'evidenziare la mancanza di crudeltà e l'assenza di necessità, in quanto si tratta di profili che rilevano solo nel caso di condotta produttiva di lesioni sull'animale.

Senza considerare che la condotta di sottoposizione a sevizie non richiede nemmeno che i maltrattamenti posti in essere con crudeltà abbiano lasciato segni visibili sul corpo dell'animale.

(FONTE: Altalex, 4 dicembre 2018. Nota di Simone Marani - altalex.com )






Cane in condizioni di cattività? Scatta il reato di maltrattamenti - Cassazione penale, sez. III, sentenza 20/02/2018 n° 8036




Integra il concetto di sevizie e comportamenti incompatibili con le caratteristiche dell'animale, costituendo elemento materiale del reato ex art. 544 ter c.p. il tenere lo stesso, per periodi considerevoli di tempo, in isolamento, legato in uno spazio angustamente circoscritto, senza cure igieniche né somministrazioni alimentari e senza un'adeguata protezione dalle intemperie, con ricadute sulla sua integrità.

E' quanto statuito dalla Corte di Cassazione (sentenza 16 gennaio - 20 febbraio 2018, n. 8036) con riguardo al caso sottoposto al suo esame, conclusosi con la condanna del ricorrente in entrambi i gradi di giudizio per avere inflitto, senza necessità, maltrattamenti e sevizie a un cane di razza pastore tedesco, tenendolo per vari giorni legato ad una catena all'aperto, in assenza di un valido riparo, privo di assistenza igienica, senza somministrazione né di cibo né di acqua.

Il ricorrente aveva interposto ricorso per cassazione avverso la sentenza resa in secondo grado contestando la qualificazione del reato come maltrattamento ex art. 544 ter anziché come abbandono ex art. 727 c.p. sull'assunto secondo cui l'animale non aveva patito delle lesioni dolosamente cagionategli dall'imputato.

Giova ricordare come l'articolo che disciplina il reato contestato al ricorrente reciti al primo comma Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro.

La Corte ha, pertanto rilevato come nel caso di specie fosse inconferente la censura del ricorrente circa il mancato riscontro di lesioni nell'animale, poiché la condotta a questi contestata era di aver inflitto senza necessità sevizie consistite nel tenere l'animale in condizioni incompatibili con le caratteristiche etologiche dello stesso – tanto che all'intervento del veterinario presentava uno stato di magrezza e deperimento avanzato tale da subire un collasso - integrandosi appieno una delle modalità tipiche di estrinsecazione della condotta previste in via alternativa dalla disposizione sopra richiamata.

Fermo restando che la condizione in cui era stato trovato il cane, non in grado di reggersi sulle quattro zampe né di alimentarsi, è comunque riconducibile al concetto di lesione, l'elemento materiale del reato è già integrato – ha spiegato la Corte – dal fatto di tenere l'animale per periodi considerevoli di tempo, in isolamento, legato in uno spazio angustamente circoscritto, senza cure igieniche né somministrazioni alimentari e senza un'adeguata protezione dalle intemperie, con ricadute sulla sua integrità poiché è nozione di comune esperienza il dato secondo il quale il cane sia di per sé un animale gregario, destinato cioè a vivere (...) non isolato ma in comunione con altri soggetti, comunemente rappresentati, data la oramai millenaria consuetudine che tale bestia ha con la specie umana, da uomini nei cui confronti esso non di rado riversa, in una auspicabile mutua integrazione, i segni evidenti della propria sensibile affettività, dovendo, peraltro, ricevere dall'uomo, ove sia instaurato con esso un rapporto di proprietà, le necessarie cure ed assistenze.

Ciò chiarito sotto il profilo dell'elemento materiale, la Corte ha poi riconosciuto la corretta qualificazione come maltrattamento anziché come abbandono essendo stata la condotta contestata al ricorrente posta in essere in termini di piena consapevolezza e volontarietà. A riguardo, infatti -  ha precisato - il criterio discretivo fra le due fattispecie è riconducibile al diverso atteggiamento soggettivo dell'agente (…)  essendo la prima connotata dalla necessaria sussistenza del dolo, persino nella forma specifica ove la condotta sia posta in essere per crudeltà o, comunque, nello sua ordinarie forme ove la condotta sia realizzata senza necessità (Corte di cassazione, Sezione III penale, 30 novembre 2007, n. 44822), mentre nel caso del reato di cui all'art. 727 cod. pen. la produzione delle gravi sofferenze, quale conseguenza della detenzione dell'animale secondo modalità improprie, deve essere evento non voluto dall'agente come contrario alle caratteristiche etologiche della bestia, ma derivante solo da una condotta colposa dell'agente (Corte di cassazione, Sezione III penale, 25 maggio 2016, n. 21932).

Sulla scorta di tali argomentazioni la corte ha dichiarato inammissibile il ricorso condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2000,00 in favore della Cassa delle ammende.



(FONTE: Altalex, 3 aprile 2018. Nota di Anna Larussa - altalex.com)



Cane addestrato con collare elettrico? Non è maltrattamento ma abbandono di animale - Cassazione penale, sez. III, sentenza 25/05/2016 n° 21932



L'utilizzo del collare elettrico con comando a distanza per addestrare il cane non costituisce maltrattamento di animale, stante la mancanza di sevizie, ma, piuttosto, la diversa fattispecie contravvenzionale di abbandono di animale. E' quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione del 25 maggio 2016, n. 21932.

Il caso vedeva un uomo addestrare due cani di sua proprietà, per scopi venatori, mediante l'utilizzo di un collare elettrico comandato a distanza; mediante tale apparecchio, che emetteva impulsi di brevissima durata ed energia trascurabile, i cani venivano richiamati al proprietario ed addestrati. Non si tratta di collare antiabbaio, per il quale si configurerebbe il reato di maltrattamento di animali, ex art. 544-ter c.p., ma di collare per addestramento, rientrante nella diversa fattispecie contravvenzionale di abbandono di animali, disciplinata dall'art. 727 c.p.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, l'abuso nell'uso del collare coercitivo di tipo elettrico “antiabbaio” integra il reato di maltrattamento di animali, atteso che ogni comportamento produttivo nell'animale di sofferenze che non trovino adeguata giustificazione costituisce incrudelimento rilevante ai fini della configurabilità del citato delitto contro il sentimento degli animali (Cass. pen., Sez. III, 13 aprile 2007, n. 15061).

L'utilizzo del collare elettronico che produce scosse o altri impulsi elettrici trasmessi al cane tramite comando a distanza si concretizza in una forma di addestramento fondata esclusivamente su uno stimolo doloroso tale da incidere sensibilmente sull'integrità psicofisica dell'animale. Si tratta di una differenza non trascurabile, posto che con il reato di maltrattamento si punisce chi dolosamente, con crudeltà o senza necessità, cagioni una lesione all'animale o lo sottoponga a sevizie o comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche, mentre la fattispecie contravvenzionale punisce chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.

La contravvenzione di abbandono di animali, ex art. 727 c.p., quindi, è integrata dalla detenzione dell'animale con modalità tali da arrecare gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, avuto riguardo, per gli animali domestici, al patrimonio di comune esperienza e conoscenza (Cass. pen., Sez. III, 16 settembre 2014, n. 37859).

(FONTE: Altalex, 4 luglio 2016. Nota di Simone Marani - altalex.com)



Maltrattamento di animali: rilevano anche i meri patimenti - Cassazione penale, sez. III, sentenza 04/04/2019 n° 14734



Con la sentenza 4 aprile 2019, n. 14734 la Corte di Cassazione ha specificato come, ai fini dell'integrazione della contravvenzione di cui all'art. 727 c.p. assumano rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell'animale, procurandogli dolore e afflizione. 


Nel caso all'esame della Corte un soggetto, titolare di alcune aziende agricole, era stato dichiarato responsabile per il reato di cui all'art. 727 c.p. perchè aveva fatto trasportare 63 asini destinati alla monticazione, alcuni dei quali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, per le unghie eccessivamente lunghe e per l'incapacità di reggersi in piedi.

Con ricorso per cassazione, oltre alle violazioni di legge per profili procedurali, veniva denunciata, per quel che interessa in merito alla fattispecie in esame, la violazione e l'errata applicazione dell'art. 727 c.p., assumendosi che gli animali si trovavano in buone condizioni di salute e che, per poter ritenere la detenzione degli stessi in condizioni incompatibili con la loro natura, il giudice del merito non avrebbe potuto prescindere dal necessario requisito della sofferenza, che non sarebbe stato adeguatamente dimostrato nel giudizio di merito.


La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso evidenziando come, ai fini dell'art. 727 c.p., assumano rilievo non necessariamente le condizioni di incompatibilità che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche quelle che possono determinare i meri patimenti:  secondo il patrimonio di comune esperienza e conoscenza, per le specie più note come gli animali domestici, secondo le acquisizioni delle scienze naturali, per le altre.   

Ciò posto, ha rilevato il Collegio che la detenzione degli asini in condizioni tali di trascuratezza per per l'eccessiva lunghezza delle unghie debba ritenersi certamente incompatibile con la loro natura e produttiva di gravi sofferenze, indipendentemente dalla conduzione o meno degli animali all'alpeggio e dalla difficoltà di pascolare su un terreno scosceso: ciò in quanto l'eccessiva lunghezza delle unghie, rendendo difficoltosa per l'animale anche la semplice deambulazione ed in un caso, rendendogli impossibile lo stare in piedi, lo costringe a posture innaturali che incidono sul requisito essenziale della stabilità, producendo grave sofferenza. 

Ne consegue che anche la detenzione di un animale in condizioni tali da costringerlo ad un portamento innaturale, tale da impedire o rendere difficoltosa la deambulazione o dal mantenere una posizione eretta e stabile, integra la violazione dell'art. 727 c.p..  

Sulla scorta di tali argomentazioni la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha conseguentemente condannato il ricorrente alle spese del procedimento e al versamento di 2000,00 euro in favore della Cassa delle ammende.

(FONTE: Altalex, 30 aprile 2019. Nota di Anna Larussa - www.altalex.com)




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