18/10/17

L’animale non è una cosa: investì un cane, condannato

Il Tribunale di Roma fissa il risarcimento per il danno patrimoniale e aggiunge un indennizzo per «l’apprensione» del proprietario del cane ferito


Investito (e non soccorso) da un furgone, Joe, cucciolo di Border Collie, si è salvato per miracolo nonostante le fratture spinali. Quella di sette anni fa – era il luglio 2011 – fu un’estate drammatica per il proprietario di Joe, che aveva appena 17 mesi, e viveva con la famiglia in una villetta alla periferia di Faleria, piccolo comune del viterbese. Le cure furono lunghe e costose. E l’uomo si rivolse in prima battuta al Giudice di Pace, nel tentativo di avere un risarcimento dall’investitore, il quale però si dichiarò “incompetente per valore”. La vicenda finì così al tribunale civile. Il 24 ottobre scorso a scrivere la parola fine è stato il giudice della XII sezione civile del Tribunale di Roma, Isabella Di Lalla che ha condannato il proprietario del mezzo, il conducente e l’assicurazione Rc auto del veicolo a risarcire 5.800 euro al padrone di Joe.
La sentenza è interessante e innovativa, perché nonostante il codice civile (art.816) ponga gli animali tra i «beni mobili» e non abbia ancora recepito le indicazioni del Trattato Europeo di Lisbona, ratificato dall’Italia nel 2008, che parla di animali come «esseri senzienti», il giudice determina sia un danno patrimoniale (il costo per le cure) sia non patrimoniale «per l’apprensione del proprietario» durante i tre mesi di terapia effettuata in una clinica veterinaria di Roma, distante 45 km da casa. «Joe risulta acquistato a 400 euro — spiega Dario Ferrara di Cassazione.net — ma non trova spazio la tesi dell’investitore secondo cui l’animale è una “cosa” e dunque il risarcimento dovrebbe essere contenuto nel limite del valore del cane».
A consentire la ricostruzione della dinamica dell’incidente fu, va detto, la testimonianza di un operaio che lavorava sul posto. Perché se è vero che Joe era solito correre dietro ai mezzi di trasporto che transitavano sulla stradina sterrata antistante la villetta dove abitava, la sua abitudine giocosa era nota a tutti coloro che passavano da lì, ed «era perfettamente visibile» se soltanto l’investitore che la percorreva ogni giorno avesse osservato una velocità consona alle condizioni della strada».

 (Fonte: http://www.corriere.it/animali)

15/10/17

Diamo voce alla sofferenza


Loro hanno sentimenti e sono provati dalle sofferenze. 
Guardali e prova a percepire sulla tua pelle e nel cuore una minima parte del loro dolore. 
Se senti un brivido addosso è il loro stesso brivido ... 
Diamo voce alla sofferenza per raccontarla agli altri e magari un giorno riusciremo a sconfiggerla!



Cassazione Penale: punibile anche il solo patimento psichico degli amici a quattro zampe



Per far scattare il reato di maltrattamento di animali non è necessario che l’animale riporti una lesione all’integrità fisica, potendo la sofferenza consistere anche soltanto in meri patimenti psichichici.

È quanto ha deciso la Cassazione Penale, con una sentenza – la n.10009/17 del 01.03.2017 – destinata ad aprire una nuova e più ampia prospettiva di tutela degli animali, considerati come esseri dotati di una loro sensibilità interiore e, per questo, meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico, anche in assenza di un patimento fisico.

Già con una precedente sentenza – la n.52031 del 07/12/2016 – la Cassazione aveva ritenuto che il reato di maltrattamenti di animali si configura non soltanto per i comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali destando ripugnanza per la loro aperta crudeltà ma anche per le condotte che incidono sulla sensibilità dell’animale, ovvero quei “comportamenti colposi di abbandono e incuria che offendono la sensibilità psico-fisica degli animali quali autonomi essere viventi, capaci di reagire agli stimoli del dolore come alle attenzioni amorevoli dell’uomo”.

In questo caso dalla Suprema Corte è stata riconosciuta colpevole del reato di cui all’art. 727 del cod. pen una donna che aveva rinchiuso dei gatti selvatici in uno spazio ristretto, provocando loro forte stress e fobie di vario tipo.

Gli animali erano apparentemente in salute e non avevano riportato lesioni fisiche, ma è stata accertata a loro carico una vera e propria condizione di “alterazione psichica” causata proprio dall’ambiente limitato in cui erano stati costretti a vivere, ritenuto contrario alla loro natura.
Il reato di abbandono di animali – chiarisce la Suprema Corte – punisce chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, determinandone «gravi sofferenze» non solo fisiche ma anche psichiche.

Custodire un animale in una stanza stretta, infatti, costituisce una costrizione contraria alla natura dell’animale stesso, integrando così il reato di cui all’art. 727 del cod. pen., che punisce la condotta del responsabile con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda da mille a 10mila euro.

Per far scattare il reato di abbandono di animali – ed è questo l’elemento innovativo della recente sentenza – «non è necessario che l’animale riporti una lesione all’integrità fisica, potendo la sofferenza consistere anche soltanto in meri patimenti, la cui inflizione sia non necessaria in rapporto alle esigenze della custodia e dell’allevamento dello stesso».

Non c’è bisogno di procurare agli animali un vero e proprio danno alla salute intesa in senso fisico e materiale, ma è sufficiente anche arrecare loro un forte disagio, rendendoli ad esempio “fobici” e “stressati”.

LA CONDANNA DEI PESCIOLINI ROSSI.


E' davvero tanto difficile per un essere umano capire che SOPRATTUTTO gli animali, in quanto esseri nati LIBERI abbiano bisogno di SPAZIO, RISPETTO, DEDIZIONE?
Tutti gli animali che noi rinchiudiamo in acquari e nelle gabbie sono costretti dal nostro egoismo a una sopravvivenza triste perchè non è il loro habitat.
Che dire del pesciolino rosso? 
E' davvero tanto difficile per un essere umano capire che SOPRATTUTTO gli animali, in quanto esseri nati LIBERI abbiano bisog
Spesso non viene considerata la vita e il destino di questo pesciolino che nelle nostre case boccheggia in solitudine dalla sua boccia. Vi sembra giusto tenerlo lì?
Ovunque troviamo questi pesciolini rossi in piccole vaschette nelle fiere, nei negozi e poi tra le mura domestiche. Quando decideremo di porre fine a questa crudeltà? Bisogna avere il coraggio di dire ai nostri figli "NO, il pesciolino rosso non possiamo portarlo a casa, deve vivere nel suo ambiente, non possiamo costringerlo a vivere in una vaschetta nella completa solitudine perchè non è un giocattolo".
Ogni pesciolino rosso in una boccia è un pesciolino rosso TORTURATO! Se lo amiamo il nostro compito è liberarlo, lasciarlo fuggire da questa maledetta boccia e dargli una nuova opportunità di vita in un lagnetto con altri suoi simili.
Liberiamo tutti gli animali domestici da questo triste destino!!
Acquistando questi pesciolini alimentiamo un mercato incredibile che sopravvive grazie all'allevamento di questi esseri indifesi.
Non dobbiamo essere per loro dei "padroni", ma dei COMPAGNI di vita, dei CUSTODI, che li lascino vivere come la natura ha deciso per loro e come loro hanno fisiologiacamente bisogno.
Smettiamo di far giocare i nostri figli con delle CREATURE, piuttosto responsabilizziamoli insegnando loro come davvero il pesciolino rosso merita di vivere. 
Andiamoli a guardare in un laghetto.

13/10/17

Scoperto a Senago il lager degli animali

Tenuti in condizioni disastrose cani, gatti, capre, conigli, pappagalli e addirittura due tartarughe


Scoperto un lager dove erano tenuti in condizioni disastrose cani, gatti, capre, conigli, pappagalli e addirittura due tartarughe.
La prigione era una villetta in completo stato di abbandono, situata tra altre abitazioni in via Padova, a Senago. Quando le guardie zoofile ed i carabinieri  hanno fatto irruzione hanno trovato buona parte degli animali detenuti in due scantinati e in locali con tapparelle abbassate, dove regnavano solo sporcizia e fetore. Era da qualche giorno che il Nucleo delle Guardie Zoofile Ambientali Ittiche e Venatorie, dopo le segnalazioni degli abitanti della zona, aveva messo gli occhi su questa villetta la cui proprietaria riusulta momentaneamente assente per motivi di salute.
Per questo ha affidato, si fa per dire, gli animali ad un amico.
Le guardie, alla presenza dei carabinieri di Senago, hanno scoperto un serraglio esterno dove due caprette brucavano tra materiali fatiscenti. Poco distante, quattro gatti chiusi in un casotto. Mano a mano che l’ispezione andava avanti la villetta si rivelava sempre più un lager. Nello scantinato è stato trovato un cane lasciato completamente al buio.
Alla vista dei soccorritori ha scodinzolato saltando subito tra le loro braccia. Altri cani, 18 in tutto, sono stati trovati nel sottoscala o rinchiusi in locali angusti, pieni di escrementi e privi di acqua e cibo. Il controllo ha portato al ritrovamento di ben 28 gatti che avevano preso possesso dei locali e di alcuni armadi. Altri mici erano rinchiusi in gabbie. La stesso trattamento era stato riservato ai conigli malnutriti.
Nella casa dell’orrore c’erano anche quattro pappagalli e due tartarughe in una pozza d’acqua putrida. Il veterinario presente all’ispeazione ha descritto così o stato di salute degli animali: «Tutti i cani erano imbrattati di feci e urina e col pelo trascurato e maleodorante.
Particolare preoccupazione destano le loro condizioni psico fisiche». L’uomo e la donna che gestivano il lager sono stati denunciati e gli animali affidati all’Enpa e ai volontari.
Resta da appurare se, dietro al lager, si celi un traffico abusivo di animali che coinvolge altre persone. Saranno i carabinieri a stabilirlo.

(Fonte:  http://www.ilgiorno.it)



10/10/17

Canile delle stragi, tutte condannate: "Volontarie crudeli senza motivo"

Cremona, pene fino a un anno e 3 mesi per direttrice e collaboratrici


Respinti i ricorsi delle difese e condanne confermate per le uccisioni di animali al canile comunale di Cremona. La Cassazione ha reso definitiva la sentenza pronunciata il 13 aprile di un anno fa dalla Corte d’appello di Brescia: un anno e 3 mesi per Cheti Nin, all’epoca vice presidente dell’Associazione zoofili cremonesi, che in base ad una convenzione con il Comune aveva in gestione il Rifugio del cane di via Casello; nove mesi per ciascuna delle due volontarie, Elena Caccialanza e Laura Gaiardi.
A tutte era stato concesso il doppio beneficio della sospensione condizionale della pena e della non menzione. In primo grado, nel febbraio del 2015, il tribunale di Cremona aveva condannato Cheti Nin a due anni e 2 mesi di reclusione e le due volontarie a un anno e 3 mesi ciascuna. 
Le tre imputate sono state giudicate colpevoli delle uccisioni di cani e di intere cucciolate attuate «con crudeltà» e «senza motivo» attraverso i farmaci eutanasici Tanax e Penthotal Sodium e di esercizio abusivo della professione veterinaria per la somministrazione dei farmaci e per avere vaccinato gli animali e rimosso punti di sutura. 
L'Appello bresciano aveva assolto Cheti Nin, difesa dall’avvocato Ennio Buffoli, dall’accusa di avere soppresso Matisse, un cucciolo di Labrador, e due pastori tedeschi, proprietà di due fratelli che li avevano affidati al canile. Altri episodi sono finiti sotto la scure della prescrizione. Per le parti civili, risarcimento di 10mila euro alla Lega nazionale per la difesa del cane, l’unica associazione animalista ammessa come parte civile in secondo grado a Brescia. Non erano stare invece ammesse le costituzioni di Enpa, Oipa Italia e Anpana, che nel processo a Cremona avevano ottenuto 2.500 euro a testa. Tre sentenze in tre anni, un record per i tempi della giustizia. Un esposto presentato nel 2008 aveva fatto da innesco alle indagini.
I fatti erano avvenuti fra il 17 agosto del 2007 e il 3 marzo del 2009, quando si erano materializzati i carabinieri del Nas, che avevano messo sotto sequestro la struttura. I militari avevano rinvenuto nelle celle frigorifere 33 carcasse di animali sulle quali il veterinario Rosario Fico, della sezione di Grosseto dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, aveva effettuato l’autopsia. Era risultato che 12 cani e due gatti erano stati eliminati con iniezioni di Penthotal, analgesico non registrato in Italia come eutanasico ma impiegato come tale. Secondo Fico si trattava di soppressioni del tutto immotivate. «Uccisi - scriveva infatti la perizia - senza senza che i cani manifestassero patologie tali da giustificare la loro soppressione». La perizia aveva svelato ecchimosi, ematomi, emorragie, segni lasciati da maltrattamenti costanti. Dalle indagini era emerso come nel canile avessero «dichiarato il falso sulle cause della morte di altri animali» e come i cani «risultavano essere stati soppressi, in molti casi, senza una motivazione legittima e dopo aver subito un traumatico contenimento fisico». Erano venuti a galla storiacce raccapriccianti, da lager per gli animali, come quella di cinque cani, tra cui un cucciolo, che sarebbero morti per sbranamento.

(Fonte:  http://www.ilgiorno.it/cremona/cronaca/canile-lager-1.3447945?wt_mc=fbuser)