Dopo decenni di protezione sulle spiagge di nidificazione, regole più severe per la pesca e un gigantesco lavoro di sensibilizzazione, la tartaruga verde (Chelonia mydas) è stata riclassificata a livello globale dalla IUCN (Unione Internazionale per Conservazione della Natura): da Endangered (minacciata di estinzione) a Least Concern (a rischio minimo).
È un passaggio storico che fotografa una ripresa di lungo periodo e che la stessa IUCN ha messo nero su bianco nel suo ultimo aggiornamento della Lista Rossa delle Specie Minacciate.
Questa promozione non spunta dal nulla: in più aree del pianeta le popolazioni sono cresciute in modo misurabile. In Florida, ad esempio, il 2023 è stato un anno record con 76 645 nidi di tartaruga verde censiti a livello statale; nell’Archie Carr National Wildlife Refuge gli scienziati di UCF hanno contato 23 220 nidi, un balzo nettissimo rispetto agli anni precedenti. Sono numeri che testimoniano l’efficacia di protezione dei siti di deposizione, illuminazione controllata sulle spiagge e riduzione delle interferenze umane.
Anche nelle Hawaii la curva va nella direzione giusta: grazie a misure di tutela varate negli anni, la principale colonia nidificante dell’arcipelago è cresciuta circa del 5% all’anno nelle ultime due decadi, con quasi 500 femmine nidificanti a stagione rispetto alle poche decine degli anni ’70.
“Non più a rischio” non significa “problema risolto”
Attenzione però alle semplificazioni. La IUCN fotografa una tendenza globale e oggi considera la specie a basso rischio di estinzione complessivo, ma non tutte le popolazioni stanno bene allo stesso modo. Nel Mediterraneo, per esempio, la sottopopolazione è valutata Near Threatened (prossima alla minaccia) per perdita/alterazione dell’habitat; altre unità regionali presentano vulnerabilità diverse. Inoltre, nel sistema statunitense l’inquadramento legale resta più prudente: la specie è suddivisa in undici Distinct Population Segments, alcuni ancora minacciati o in pericolo secondo l’Endangered Species Act, a rimarcare che la gestione si fa popolazione per popolazione.
Cosa ha funzionato (e perché va mantenuto)
Il progresso è figlio di misure concrete: protezione delle spiagge e dei nidi, contrasto al bracconaggio di uova e femmine gravide, riduzione delle catture accidentali con modifiche agli attrezzi (per esempio l’uso dei Turtle Excluder Devices nelle reti a strascico), gestione dell’illuminazione costiera e piani locali di tutela. Sono azioni che non devono interrompersi: le minacce restano, dalla pesca al degrado degli habitat, fino al clima che altera temperature della sabbia (determinanti per il sesso dei piccoli, una temperatura più alta favorisce la nascita di femmine), innalza il livello del mare e cambia la disponibilità di alimenti sulle aree di foraggiamento.
La lezione dietro il successo
L’uscita della tartaruga verde dalla categoria “a rischio” nella Lista Rossa IUCN è una buona notizia, rara nel panorama della biodiversità: dimostra che l’applicazione delle regole e la collaborazione tra la scienza e le comunità possono invertire una rotta che sembrava segnata. Ma è anche un invito alla lucidità: la ripresa è reale ma disomogenea e può tornare indietro se abbassiamo la guardia. A contare non è solo il totale globale: sono le colonie locali, le spiagge singole, i corridoi di migrazione e alimentazione che vanno preservati e ripristinati.
Foto: Richard Whitecombe / Shutterstock
(Fonte: petme.it)
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