La nuova longevità dei cani. La rivoluzione veterinaria sta cambiando tutto

 

La ricerca veterinaria ha cambiato la storia dei nostri amici a quattro zampe. E oggi aiuta la scienza a comprendere meglio anche l'invecchiamento dell'uomo

 

Una ricerca appena pubblicata su Royal Society Open Science ribalta un luogo comune radicato nel mondo equestre: una quota rilevante di ciò che definiamo “carattere” non è immutabile né inscritta soltanto nella razza o nel “sangue”, ma prende forma nella relazione con l’uomo, dunque è influenzata da scelte e pratiche quotidiane.

Lo studio, condotto dall’Università di Turku in collaborazione con l’Università di Helsinki e la Swedish University of Agricultural Sciences, ha raccolto tra giugno 2023 e febbraio 2024 le risposte di 2.257 proprietari riferite a 2.767 cavalli, tramite un questionario diffuso in inglese, francese e finlandese.

Ai partecipanti è stato chiesto di delineare l’animale attraverso 52 affermazioni e di descriverne la gestione: vita in box o al pascolo, isolamento o convivenza, frequenza del lavoro in sella, storia dei passaggi di proprietà.

Dall’analisi emergono quattro dimensioni della personalità equina: la socievolezza verso l’uomo; la socievolezza verso i conspecifici; l’attenzione, intesa come capacità di concentrarsi e cooperare durante l’attività; e il nevroticismo, che include ansia, paura e reattività.

Questi assi sono noti da tempo nella letteratura internazionale, ma la novità sta nell’averli messi in relazione non solo con età, sesso e razza, bensì con le pratiche di gestione quotidiana.

“È uno studio rigoroso, che ha anche caratteri innovativi sia per l’ampiezza del campione sia per il rigore statistico con cui i dati sono stati analizzati”, commenta Michela Minero, etologa specializzata in equidi, professoressa ordinaria e direttrice del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali dell’Università di Milano.

Un risultato spiazzante per molti addetti ai lavori riguarda il cosiddetto “tempo di qualità”: trascorrere momenti con il cavallo senza richiedere prestazioni, nel box o in paddock, accarezzarlo, offrirgli qualcosa, semplicemente esserci.

Gli animali che ricevono questo tipo di attenzione quattro-sette volte a settimana mostrano un punteggio di socievolezza verso l’uomo superiore del 10,3% rispetto a quelli che ne beneficiano raramente.

Conta anche la durata del legame: oltre i dieci anni con lo stesso proprietario il punteggio cresce del 12,3% rispetto ai cavalli arrivati da poco, mentre cala all’aumentare dei passaggi di mano.

“In fondo quello che questo studio dice è che dove ci sono interazioni positive, frequenti e costanti con la stessa persona, i tratti di personalità del cavallo nel tempo evolvono verso una maggiore socievolezza, verso tranquillità, sicurezza, confidenza”, osserva Minero.

Le evidenze si inseriscono in un filone consolidato sulla cognizione equina.

Il gruppo di Léa Lansade, etologa dell’Università di Tours e autrice per Carocci di “Nel mondo del cavallo”, ha dimostrato che i cavalli riconoscono su semplici fotografie il volto di persone familiari anche a mesi dall’ultimo incontro e reagiscono alle emozioni umane sul piano fisiologico ancor prima che comportamentale.

Il fattore età, spesso interpretato come destino, viene ridimensionato.

Nel campione, la socievolezza verso l’uomo tende a decrescere con l’invecchiamento per poi stabilizzarsi intorno ai vent’anni, ma senza esiti ineluttabili.

“Non è mai troppo tardi per migliorare il comportamento, o comunque lo stile di relazione con l’animale. C’è una curva che decresce con il passare degli anni, però i benefici ci sono sempre.”

E ancora: “Prima degli anni Cinquanta si pensava che il comportamento degli animali fosse in qualche modo predeterminato geneticamente. Oggi sappiamo con certezza, e sono tantissimi gli studi che lo dimostrano in tutte le specie, che il comportamento ha sicuramente una base ereditaria ma evolve attraverso l’apprendimento per tutta la vita dell’animale, anche in età avanzata”.

Restano le fasi sensibili in cui certi apprendimenti attecchiscono meglio: “Tutto quello che riguarda la socievolezza e il rapporto con l’uomo si stabilizza soprattutto nei primi anni di vita, ma può evolvere, in meglio o in peggio, fino agli ultimi giorni”.

La dimensione sociale tra cavalli, invece, dipende quasi interamente da una decisione gestionale: la modalità di alloggio.

Gli animali tenuti in gruppo presentano punteggi superiori del 4,2% rispetto agli individui alloggiati da soli; quelli che vivono in coppia segnano un +3,5%.

Non emergono differenze significative tra coppie e branco, né conta la dimensione del gruppo: rileva l’inclusione o l’esclusione.

Lansade riassume le priorità nella triade “amici, libertà di movimento e foraggio”, e chiarisce l’ordine d’importanza: “La priorità assoluta è ripensare le condizioni di vita”.

E ammonisce sulla rapidità degli effetti negativi della stabulazione singola: “Si sospettava che il box fosse un problema, ma non con questa rapidità”.

Gli autori finlandesi avanzano anche un’ipotesi scomoda, che chiama in causa i proprietari: il cavallo ritenuto poco socievole viene isolato per prudenza; l’isolamento ne deteriora le competenze sociali; il peggioramento conferma la diagnosi iniziale e giustifica l’isolamento.

Un circolo vizioso che, in qualunque direzione lo si legga, porta allo stesso esito: alcuni soggetti restano sistematicamente esclusi dal contatto con i loro simili.

Non mancano i limiti, esplicitati dagli stessi ricercatori e sottolineati da Minero.

“Non è uno studio definitivo, e lo scrive lo studio stesso: si basa su dati raccolti tramite questionario, quindi è sempre la voce umana. Non sono state fatte osservazioni sul comportamento dei cavalli, ci basiamo su quello che i rispondenti hanno visto”.

Inoltre, “sono per più del 90 per cento donne, di paesi occidentali e di estrazione culturale elevata. Sono i limiti degli studi che si basano su questionari”.

Il tema non è secondario, perché tocca un risultato ricorrente: i castroni appaiono più socievoli e affidabili delle femmine quasi ovunque, divario che ricerche precedenti attribuiscono in parte a bias di chi osserva più che a differenze comportamentali reali.

Va ricordato, infine, che si tratta di un’istantanea trasversale: non prova rapporti di causa-effetto, e diverse associazioni possono essere lette in entrambe le direzioni.

Cosa può imparare l’equitazione italiana?

Lo studio nasce in paesi con tradizioni equestri diverse dalla nostra, ma le ricadute sono chiare.

“Assolutamente sì”, risponde Minero senza esitazioni.

“Questi risultati ci dicono che è importantissimo continuare a studiare, individuare metodi più etici per l’addestramento, migliorare la conoscenza del comportamento dei cavalli per migliorarne il benessere, capire sempre di più come funziona l’interazione tra uomo e cavallo, ma dal punto di vista del cavallo”.

Cruciale anche la divulgazione: “Uno degli aspetti più importanti è il trasferimento della conoscenza scientifica: prenderla e diffonderla al pubblico più ampio, con parole comprensibili e messaggi che arrivino davvero al proprietario.

Oggi più che mai chi si avvicina ai cavalli, in Italia come ovunque nel mondo, sono persone di genere femminile e molto giovani. Dobbiamo imparare a raccontare quello che la scienza scopre, perchè i nuovi cavalieri possano adottare i comportamenti migliori, per la reciproca soddisfazione”.

Quanto resta da apprendere?

Minero sceglie una chiosa socratica: “Più studio, meno so: più studio e più mi accorgo che c’è ancora tanto da imparare in questo ambito. Per l’equitazione italiana questo è vero a maggior ragione”.

Un percorso, conclude, che può portare a “assoluta maggiore soddisfazione per i cavalli e per i cavalieri, se si intraprende la strada giusta, che è la strada di una conoscenza basata su ciò che l’animale è realmente e non su ciò che ci immaginiamo vorremmo che fosse”.

(Fonte: mondosanita.it)

 

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