5 set 2019

5 TECNOLOGIE PER PRESERVARE GLI ANIMALI IN VIA D’ESTINZIONE


La sesta estinzione di massa è alle porte e pare che a causarla sarà proprio l’uomo. Non tutto è perduto, però, e sempre l’uomo sta tentando di salvare il salvabile.

Al mondo esistono solo due esemplari di rinoceronte bianco settentrionale, entrambi femmine, l’estinzione completa della loro specie è solo questione di tempo. Ma forse possiamo fare qualcosa per evitarlo. Il 22 agosto un gruppo di veterinari è riuscito a raccogliere ovuli dai due esemplari, incapaci di portare a termine una gravidanza, che ora verranno inseminati da spermatozoi congelati di esemplari maschi e verranno poi impiantati in esemplari femmina di rinoceronte bianco meridionale, un parente stretto di questi pachidermi. Il futuro di questi animali è nelle mani dei veterinari e dei ricercatori che stanno portando avanti le più avanzate tecnologie in ambito riproduttivo.
Questo è solo uno degli esempi di tecnologie che possiamo usare per preservare specie animali sull’orlo dell’estinzione: ci troviamo di fronte a quella che sembra essere la sesta estinzione di massa sul nostro pianeta e spetta all’uomo, a cui si possono attribuire buona parte delle sue cause, trovare delle soluzioni. Scopriamo alcune delle tecnologie che potrebbero essere usate per salvare gli animali più a rischio.
La stampa 3D che salva i rinoceronti. Uno dei motivi principali che hanno portato i rinoceronti sulla soglia dell’estinzione è il bracconaggio. I loro corni vengono venduti a peso d’oro per essere utilizzati nella medicina tradizionale orientale. Per provare a sconfiggere questo fenomeno l’azienda di biotech Pembient produce corni di rinoceronte sintetici. Sfruttando la stampa 3D sono in grado di creare corni indistinguibili da quelli rimossi dagli animali, fatti di cheratina e sviluppati da cellule contenti DNA di rinoceronte. Questi corni vengono venduti a un prezzo più basso rispetto quelli provenienti dal bracconaggio che in questo modo vengono letteralmente tagliati fuori dal mercato.
 Droni. In Kenya il governo ha avviato un programma di monitoraggio delle aree protette attraverso droni ad ala fissa in grado di sorvegliare gli animali e identificare i bracconieri, così da poterli arrestare. Al momento in tutti i 52 parchi naturali vengono utilizzati assieme a unità cinofile e pattuglie armate. I dati raccolti con i droni inoltre vengono utilizzati, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale, per predire gli spostamenti dei branchi di animali ed evitare che incappino in zone abitate o molto trafficate.
 Clonazione. La clonazione potrebbe essere una di quelle tecnologie rivoluzionare nell’ambito della conservazione animale. Grazie al materiale genetico conservato nelle biobanche sarebbe possibile riportare in vita animali estinti da poco (per i fan di Jurassic Park, niente T.Rex quindi, ci spiace). Non solo, andando a modificare il genoma di alcune specie animali a rischio le si potrebbe rendere adatte alle condizioni climatiche dettate dal riscaldamento globale.
Pinger. Le popolazioni di cetacei sono a rischio, una delle minacce principali sono le reti da pesca in cui spesso rimangono impigliati, un fenomeno in aumento con l’incremento della pesca. Un piccolo dispositivo potrebbe cambiare le cose: si chiama “pinger” ed è un piccolo emettitore di impulsi sonori che viene attaccato alle reti da pesca. Questi impulsi vengono captati dai delfini e dalle balene che riescono quindi a “vedere” le reti, altrimenti invisibili ai loro sistemi di ecolocazione, riuscendo a evitarli.
Le biobanche. Come abbiamo accennato prima, per riuscire a clonare animali estinti o in via d’estinzione è necessario avere accesso al loro materiale genetico. Qui entrano in gioco le biobanche, istituti che conservano tessuti e DNA di animali a rischio (e non solo). Alcuni esempi sono lo Zoo congelato di San Diego e il progetto Frozen Ark. Mantenere in condizioni ottimali questi campioni non è semplicissimo quindi sforzi di questo genere sono spesso guidati da grandi associazioni e aziende che possono permettersi le spese per mantenere queste infrastrutture.
(Fonte: magazine.impactscool.com)

4 set 2019

Tartarughe marine, a Goro nasce il centro di soccorso


L'annuncio della Regione: è il secondo punto del genere, dopo quello di Riccione. Accoglierà animali malati o feriti

Nasce a Goro, il Centro di soccorso e cura delle tartarughe marine al servizio di tutta la costa ferrarese. Il pronto soccorso è ospitato nella sede locale dell’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna dove sono state posizionate due vasche per accogliere e accudire gli animali malati o feriti.
“È la seconda struttura di questo tipo che sorge sulla costa emiliano-romagnola dopo ‘l’ospedale delle tartarughe’ di Riccione. Qui, dal 1994, sono stati recuperati oltre 600 esemplari - spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Paola Gazzolo -. I due centri sono fondamentali per la conservazione della biodiversità e per la tutela di specie in via di estinzione, come appunto le tartarughe marine: permettono di intervenire in caso di spiaggiamenti e di agire con tempestività, riducendo la mortalità nei casi di cattura accidentale durante le attività di pesca”.
All’attività del nuovo Centro collabora un pool di enti composto da Polizia provinciale di Ferrara, Fondazione Cetacea e alcune importanti realtà associative, volontari che hanno seguito un corso di preparazione per affinare le tecniche di recupero degli animali.
“Ospitare il nuovo Centro di primo soccorso per le tartarughe - osserva la responsabile di Struttura oceanografica Daphne di Arpae, Carla Rita Ferrari - è un ulteriore passo in avanti nella tutela di un ambiente delicato come l’Adriatico che trova nella sede del Distretto Daphne di Goro uno dei presidi più vicini alla comunità e agli operatori economici del territorio. Presso questa sede sono state recentemente integrate le attività di studio e monitoraggio delle acque di transizione della Sacca di Goro a tutela dell’ecosistema e dell’economia locale condotte dalla Struttura oceanografica Daphne, di elevata competenza, riconosciuta anche a livello nazionale e capofila dell’area Adriatica per la cosiddetta Strategia marina europea".
Progetto Tartalife
Il neonato Centro di Goro è un risultato concreto del progetto Tartalife che, nell’ambito del programma comunitario “Natura 2000”, tra il 2013 e il 2018 ha lavorato per aumentare il numero di punti di raccolta con vasche per la sosta temporanea di tartarughe marine lungo le coste di Emilia-Romagna e Marche.
“La Regione - chiarisce Gazzolo - è impegnata in questo campo fin dal 2012 con l’istituzione della Rete regionale per la conservazione e la tutela delle tartarughe marine. Nel 2019 rinnoveremo l’accordo alla base della ‘Rete’ per valorizzare in pieno le buone prassi già sperimentate, facendole diventare vere e proprie linee-guida e norme univoche sul recupero e la liberazione delle tartarughe, da Goro a Cattolica. Le tartarughe “caretta caretta” sono esemplari marini sempre più numerosi nel nostro Adriatico: una garanzia della qualità dell’acqua e dell’habitat che offre”.


2 set 2019

Inizia (in anticipo) la stagione della caccia e gli ambientalisti insorgono



La stagione venatoria si sarebbe dovuta aprire la terza domenica di settembre, ma numerose regioni italiane hanno autorizzato la preapertura tra le proteste delle associazioni ambientaliste e animaliste che annunciano ricorsi. I Tar di Marche e Abruzzo hanno già bloccato le preaperture nelle rispettive regioni.

Per molte specie animali non è più tempo per stare tranquilli. 
Da ieri 1 settembre in quindici regioni italiane sono tornate a sparare le doppiette dei cacciatori. C'è un altro piccolo dettaglio da aggiungere: la stagione venatoria sarebbe dovuta iniziare la terza domenica di settembre. Come mai allora è partita in anticipo? Il motivo è presto spiegato: molte amministrazioni regionali hanno autorizzato la preapertura, ossia l’anticipo dell’avvio della stagione di caccia ai primi giorni di settembre, avvalendosi della deroga prevista dalla legge nazionale n. 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica e le attività di caccia. Deroga, è bene precisare, che dovrebbe avvenire in casi particolari e con il parere motivato dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). Ma come accade troppo spesso in Italia, l'eccezione diventa la regola.
Le reazioni di animalisti e ambientalisti non si sono fatte attendere. Il Wwf ha annunciato che farà ricorso contro le decisioni prese dalle regioni e in due casi, quelli di Marche e Abruzzo, ha già avuto ragione: i rispettivi Tribunali amministrativi hanno ritenuto prevalente l'interesse pubblico generale alla conservazione della fauna selvatica e quindi hanno bloccato le preaperture con un decreto cautelare urgente.
Secondo la Lipu, la Lega Italiana Protezione Uccelli, la preapertura minaccia la sopravvivenza di alcune specie, come la tortora selvatica, il moriglione e la pavoncella, la cui popolazione è fortemente in declino e chiede all'Unione Europea di aprire una procedura d'infrazione contro l'Italia in caso di mancato rispetto delle regole. Le normative europee infatti non consentono la caccia nel periodo di fine estate, perché gli esemplari di alcune specie selvatiche sono considerati ancora troppo immaturi o stanno ancora nidificando. L'Enpa (l'Ente nazionale per la protezione degli animali), infine, parla di concessioni molto generose ai cacciatori, soprattutto in regioni come Piemonte, Veneto, Molise e Puglia, Emilia Romagna, Basilicata e Campania.
Come puoi facilmente intuire, caccia anticipata significa un numero più alto di vittime. E non solo tra gli animali. Lo scorso anno, dal 1 settembre al 31 dicembre , l'Associazione vittime della caccia ha contato ben 65 vittime umane – 16 morti e 49 feriti, tra cui anche due bambini – a causa proprio delle attività di caccia.
(Fonte: ohga.it)

22 ago 2019

Quanto costa una scelta?



L'uomo è l'unico essere che uccide per il gusto di farlo! 
Loro due non conoscono il crudele destino che li attende ... pur trovandosi in un mattatoio sono sereni e il piccolo si riposa con la sicurezza e l'amore che la sua mamma le trasmette. Ma sarà per poco. 
Soltanto la nostra scelta di non mangiarli li salverà. 
Ci costa tanto questa scelta? 
E' davvero così difficile cambiare per difendere la vita? 
Madre natura non accetta più i dolori che le stiamo infliggendo e abbiamo fin troppo da pagare per tutte le crudeltà che continuiamo a seminare con la nostra pacata indifferenza! 
Riusciremo a salvarci soltanto rispettando la vita degli animali, dei fiumi, dei laghi, dei mari e di quanto la natura ci offre con la sua straordinaria bellezza. 
Giriamo pagina e scriviamo una nuova storia.




L'inquinamento e la strage di bambini nel mondo




Centinaia di migliaia di morti innocenti ogni anno che potrebbero essere evitate se solo i leader mondiali avessero fatto davvero quello che da decenni, dai tempi del protocollo di Kyoto, il primo (https://www.reteclima.it/protocollo-di-kyoto/ ) promettono di fare. Promesse che, fino ad ora, sembrano finite nel dimenticatoio.
“Una morte su quattro fra i bambini sotto i cinque anni di età è attribuibile a un ambiente insalubre”. È questa la dichiarazione shock dell’Organizzazione mondiale della sanità. I numeri sono spaventosi: 270.000 bambini morti durante il primo mese di vita per cause che potrebbero essere evitate consentendo un accesso all’acqua pulita, a servizi igienico-sanitari idonei e riducendo l’inquinamento atmosferico; altri 570.000 bambini sotto i 5 anni morti per infezioni respiratorie (come la polmonite), attribuibili all’inquinamento dell’aria interna ed esterna, o a causa del tabagismo di altri. E ancora: 361.000 bambini morti di diarrea per l’impossibilità di accedere a fonti di acqua potabile, servizi igienico-sanitari e di igiene. Almeno 200.000 bambini morti di malaria e altrettanti per eventi involontari attribuibili all’ambiente, come l’avvelenamento, cadute o annegamento.
(nella foto di OMS i Bambini della Papua Nuova Guinea )


I DIECI PAESI PIU' INQUINANTI DEL MONDO


Un recente studio Australiano classifica 228 nazioni in base all’impronta ambientale. I più verdi in assoluto sono gli abitanti di Antigua e Barbados, i peggiori i Brasiliani.
Che cosa accomuna Antigua al Brasile? A parte le spiagge assolate e la vita notturna probabilmente niente, tranne il fatto di essere ai due estremi di una singolare classifica recentemente stilata dall’Università di Adelaide (Australia) che mette in ordine 228 paesi in base al loro impatto ambientale.
Lo studio, condotto in collaborazione con le Università di Princeton e Singapore, è il più completo fin'ora mai realizzato e ha misurato lo stato dell’ambiente in base a sette parametri:

1) il tasso di deforestazione;
2) il tasso di conversione degli habitat (cioè la trasformazione di habitat naturali in zone residenziali, agricole o industriali);
3) i volumi di pesca;
4) il livello di utilizzo di fertilizzanti chimici;
5) il livello di inquinamento delle acque;
6) le emissioni di CO2;
7) il numero delle specie animali a rischio.
Questi dati sono poi stati messi in correlazione con tre variabili socioeconomiche: la numerosità della popolazione, il prodotto interno lordo e la qualità di governo, quest’ultima calcolata in base ai parametri del Worldwide Governance Indicators Project adottati dalla Banca Mondiale per valutare l’affidabilità dei governi.


Ne è emerso un dato sconcertante: i paesi più ricchi sono anche quelli che hanno l’impatto più devastante sull’ambiente. «C’è una teoria secondo la quale all’aumentare del benessere di una nazione corrisponde una maggior coscienza ecologica» afferma Corey Brasdshow, responsabile dello studio. «La disponibilità di risorse economiche dovrebbe favorire l’accesso a tecnologie più pulite e una maggior sensibilità alle esigenze dell’ambiente, ma non abbiamo trovato alcuna evidenza a supporto di questa tesi».

Ma vediamo nel dettaglio quali sono i 10 paesi maggiormente responsabili del degrado ambientale del nostro pianeta.
10a posizione: Perù
A prima vista verde e inoffensivo, il Perù è la decima nazione meno eco-compatibile al mondo. Si è guadagnata questa poco invidiabile posizione grazie alla pesca indiscriminata (secondo i dati della FAO è il secondo paese al mondo per quantità di pescato) e al commercio illegale di specie animali protette. Tra queste il cincillà a coda corta e altre 10 specie prossime all’estinzione, oltre a 127 specie a rischio.

9a posizione: Australia
Nella sconfinata Australia solo l’11,5% del territorio è sottoposto a qualche forma di tutela ambientale (in Italia siamo al 12%). Ciò significa che tutto il resto è terra di conquista per speculatori immobiliari e grandi imprenditori agricoli. E in effetti l’Australia è il settimo paese al mondo per conversione degli habitat e il decimo per perdita di foreste naturali. A questo si aggiunge il fatto che gli australiani sembrano essere di manica molto larga con i concimi chimici, visto che sono il nono paese al mondo per quantità utilizzate.

8a posizione: Russia
Meno di metà della popolazione russa ha libero accesso all’acqua potabile: falde e sorgenti sono infatti inquinate dai liquami delle discariche di immondizia e da scorie radioattiva. Anche se negli ultimi dieci anni l’inquinamento da attività industriali è diminuito a causa della crisi economica che ha colpito il paese, la Russia rimane comunque il 4° paese al mondo per contaminazione delle acque. E se farsi la doccia tutti i giorni è un lusso per pochi, anche respirare crea non pochi problemi: in oltre 200 città la qualità dell’aria è decisamente pessima, con livelli di inquinamento molto più alti di quelli stabiliti dalle normative internazionali. La Russia è inoltre il 7° paese al mondo per volumi di pescato.

7a posizione: India
Secondo il Wall Street Journal, nel corso degli anni, il governo indiano ha aumentato a dismisura i contributi per la produzione di urea e altri fertilizzanti chimici e attualmente sostiene con le proprie casse oltre il 50% dei costi industriali di questo settore. Grazie a questa poco lungimirante politica l’India si colloca al secondo posto nella classifica dei maggiori utilizzatori di concimi artificiali, con risultati oltretutto controversi: l’uso intensivo di urea è infatti così devastante per il terreno che le rese di alcuni cereali stanno diminuendo. Le attività agricole e industriali, la generazione di energia e altri utilizzi stanno inoltre riducendo sempre di più le risorse idriche del paese e le poche acque disponibili sono inquinatissime: l’India è infatti tra i tre paesi con le acque più sporche al mondo.

6a posizione: Messico
Con oltre 450 specie di mammiferi, 1000 uccelli, 693 rettili, 285 anfibi e 2000 pesci, il Messico è uno dei paesi con la più grande biodiversità. Già nel 1990 molti di questi animali erano però a rischio di estinzione. Il Messico non ha infatti mai aderito alla Convenzione CITES che regola il commercio internazionale di piante e animali a rischio. Sarà per questo che il paese del Centro America è al primo posto per il numero di specie in via di estinzione o sarà per l’elevata deforestazione che minaccia i loro habitat?

5a posizione: Giappone
È la quarta nazione al mondo per volumi di pescato e detiene il 25% del commercio mondiale delle 5 più grandi specie di tonno: pinne blu, pinne blu del sud, ala lunga, pinne gialle e albacore. Anche se gli scaffali dei nostri supermercati sono pieni di tonni in ogni forma e confezione, questo grande pesce è da considerarsi a tutti gli effetti un animale i pericolo: basti pensare che nel 2004 il numero di tonni pinne blu dell’Atlantico in grado di deporre le uova si era ridotto al 19% rispetto al 1975. E il Giappone è anche uno dei principali consumatori di carne di balena: nonostante la moratoria internazionale del 1986 che ha formalmente vietato la caccia ai cetacei, le baleniere del Sol Levante continuano il loro lavoro, ufficialmente per scopi scientifici. Secondo l’International Whale Commission sono responsabili di oltre 1000 catture ogni anno. E se i mari giapponesi sono costantemente minacciati dai pescatori, a terra non si sta certo meglio: il Giappone è infatti il 6°paese al mondo per emissioni di CO2 e il 5° per conversione degli habitat.

4a posizone: Indonesia
Secondo i dati del Global Forest Watch, tra il 1950 e il 2000 le foreste indonesiane si sono ridotte del 40%, passando da 162 milioni di ettari (equivalenti alla superficie forestale dell’intera Europa) a solo 98. Per questo motivo l’Indonesia si colloca al secondo posto nella classifica dei paesi maggiormente colpiti dalla deforestazione. L’elevato numero di specie animali a rischio e le emissioni di CO2 le fanno conquistare un poco invidiabile 4 posto nella classifica dei paesi più dannosi per l’ambiente.

3a posizione: Cina
È in assoluto la nazione con le acque più inquinate al mondo. Oli pesanti, pesticidi, immondizia: nelle acque cinesi c’è davvero di tutto. Più di 20 milioni di cinesi non hanno accesso all’acqua potabile e il 70% delle acque del paese è contaminato Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità ogni anno circa 100.000 persone, quasi 300 al giorno, muoiono a causa dell’inquinamento idrico. Nonostante questo è il primo paese al mondo per volumi di pescato. A tutto questo si aggiungono le elevatissime emissioni di CO2, di cui la Cina è il secondo produttore mondiale. Le agenzie cinesi per la tutela ambientale devono fare i conti con una cronica mancanza di fondi, autonomia ma soprattutto potere: gli interessi economici del governo e degli imprenditori privati hanno sempre la meglio sulla protezione degli interessi della natura.

2a posizione: USA
Sono il primo paese al mondo per l’utilizzo di fertilizzanti chimici e per emissioni di CO2, il secondo per inquinamento delle acque e il terzo per volumi di pescato: grazie a questi poco invidiabili record si classificano come la seconda nazione al mondo con l’impronta ambientale più pesante. Da una nazione evoluta, ricca e potente come gli USA ci si sarebbe aspettato qualcosa di meglio…

1a posizione: Brasile
Il Brasile entra nella "top ten" su quasi tutti i sette parametri di impatto ambientale considerati dai ricercatori: 1° per deforestazione, 3° per conversione degli habitat, 3° per uso di fertilizzanti, 4° per numero di specie a rischio e per emissioni di CO2 e 8° per inquinamento delle acque.
Ma l’aspetto più preoccupante resta comunque la deforestazione: la creazione di pascoli, di zone agricole e industriali, politiche di governo sbagliate stanno sterminando la foresta amazzonica. E sulla costa Atlantica del Brasile stanno rapidamente crescendo grandi piantagioni di eucalipti: piante non autoctone introdotte per la produzione di cellulosa e che stanno progressivamente modificando l’ecosistema.

E l’Italia?
Nella classifica assoluta dei paesi meno eco sostenibili l’Italia si colloca maluccio: occupa infatti il 38° posto su 228, subito dopo la Spagna e appena prima dell’Iran. A penalizzarci è soprattutto l’impiego non proprio oculato dei fertilizzanti chimici (siamo il 21° Paese al mondo) e l’elevato inquinamento delle acque che ne deriva. E nemmeno l’aria è sana: siamo il 13° paese al mondo con le più alte emissioni di CO2. Non entusiasmano nemmeno le performance dei nostri politici: i nostri parlamentari e ministri si piazzano al 48° posto per qualità, tra la Slovacchia e la microscopica repubblica caraibica di Saint Lucia.

L'isola della plastica nel Pacifico


BASTA CON L'UTILIZZO DELLA PLASTICA! BISOGNA IMPEGNARSI TUTTI PER COMBATTERE QUESTA PIAGA! NEL 2050 L'OCEANO CONTERRA' PIU' PLASTICA CHE PESCI!
Un accumolo di immondizia, per lo più di plastica, che, portato dalle correnti, si sta accumulando sempre più nel Pacifico formando l’Isola di Plastica, una massa grande tre volte la Francia.
In inglese è stato denominato Pacific Trash Vortex ma per noi è semplicemente l’Isola di Plastica.
La massa viene monitorata da anni ma, nell’ultimo periodo, ne è stata registrata una crescita tanto esponenziale quanto allarmante, sintomo di un Pianeta sempre più intaccato dall’uomo.

L’Isola di plastica cresce sempre più, le correnti oceaniche trasportano i rifiuti in un’area in cui la concentrazione supera oramai il chilogrammo al chilometro quadro, una massa 16 volte più alta rispetto a quanto si stimasse fino a ieri.
A verificare la crescita impressionante dell’Isola di plastica sono state le navi e gli aerei della fondazione olandese Ocean Cleanup che, percorrendo la zona in lungo e in largo, hanno contato 80mila tonnellate di frammenti in un’area grande circa tre volte la Francia.
L’isola di plastica appare ancora come una massa non certo compatta ma che, purtroppo, va sempre più addensandosi, in un’area compresa tra California e Hawaii. La maggior parte di questi rifiuti è costituito da plastica, reti da pesca per lo più ma anche bottiglie e altro, oggetti di varie dimensioni ma in numero esorbitante se si conta anche i frammenti più piccoli, che ne costituiscono la maggior parte. La contaminazione da plastica si è espansa fino ai mari polari e ha "infettato" diverse specie a rischio d'estinzione. 
18 navi della Ocean Cleanup hanno dragato con le loro reti la superficie ma a preoccupare è ciò che si trova sotto il pelo dell’acqua, una forma degradata di plastica che, ingerita dai pesci o dal plankton, entra nella catena alimentare. Le conseguenze di tutto ciò sono ancora da determinare con precisione ma certo non promettono nulla di buono.




Il punto di non ritorno



Cambiamenti climatici, riscaldamento globale, ognuno di noi è responsabile di tutto questo.
Stiamo perdendo le altre specie ad un ritmo sempre più veloce e ci stiamo avvicinando a un punto critico di non ritorno. 

Il cambiamento del clima e il riscaldamento globale del Pianeta sono fattori responsabili del declino delle popolazioni di orso bianco. La riduzione della superficie del pack mette in difficoltà la caccia degli orsi alle foche, che costituiscono le loro prede principali. Il ghiaccio che si ritira sempre più blocca le femmine a terra dove crescono i loro piccoli e da dove non riescono più a raggiungere il pack, sempre più ridotto, sottile e lontano.
Ogni boccone di cibo, ogni sorso d’acqua, l’aria che respiriamo, tutto ciò è il risultato del lavoro svolto da altre specie. La natura ci dà tutto ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Senza le altre specie, non ci siamo neanche noi. 

Questo stentiamo a capirlo!









Amazzonia devastata dagli incendi, 72.000 roghi da Gennaio: brucia il polmone verde del mondo



Immagini sconvolgenti quelli che giungono dall'Amazzonia, devastata dagli incendi che stanno annientando ettari di vegetazione e mettendo a rischio specie animali

Brucia il polmone verde del mondo. Brucia. Mentre il mondo corre veloce e si accorge appena del suo urlo disperato, delle fiamme, degli animali carbonizzati, dei tanti impauriti. A poco vale la dichiarazione dello stato di emergenza di Amazonas per il crescente numero di incendi, a poco valgono gli appelli internazionali: sembra essere arrivati a un punto di “quasi” non ritorno. Le fiamme hanno letteralmente devastato la foresta, principale patrimonio naturale della Terra, dove risiedono più di 40.000 specie animali e svariate piante.

Da Gennaio gli incendi sono stati 72.000 mila, e quasi 10.000 solo nell’ultima settimana, come spiega l’agenzia spaziale brasiliana (Inpe) alla Bbc. Si tratta di numeri imbarazzanti per la specie che dovrebbe essere la più evoluta della terra, l’uomo: si conta un incremento dei roghi pari all’84% con delle conseguenze che potrebbero avere delle proporzioni planetarie.

E non si parla solo di quelle a breve termine, come il fenomeno accaduto lo scorso lunedì nei cieli di San Paolo, oscurati in pieno giorno a causa del fumo degli incendi, ma soprattutto per quelle a lungo termine. La deforestazione in Amazzonia è una questione di “grande preoccupazione” , ha detto Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. “Le foreste nel mondo – ha aggiunto – giocano un ruolo enorme nel tentativo di mitigare gli effetti del riscaldamento climatico”. 

Secondo uno studio dell’Università dell’Oklahoma pubblicato sulla rivista accademica Nature Sustainability e ripresa dall’edizione brasiliana della Bbc la deforestazione in Amazzonia sarebbe doppia rispetto a quella registrata dall’Istituto nazionale di ricerca spaziale (Inpe). Secondo gli scienziati dell’universita’ statunitense, tra il 2000 e il 2017 l’Amazzonia brasiliana ha perso circa 400 mila chilometri quadrati di area verde, pari al territorio della Germania.
Si conta solo nell’ultimo anno un aumento della deforestazione del 15%, con 5.054 Kmq di area disboscata. Solo a luglio 2019 la deforestazione nell’Amazzonia legale è stata del 66% superiore rispetto a luglio 2018, raggiungendo 1.287 chilometri quadrati. L’area dell’Amazzonia legale è compresa tra nove stati brasiliani: Acre, Amapà, Amazonas, Parà, Rondonia, Roraima e parte degli stati di Mato Grosso, Tocantins e Maranhao.

Immagini sconvolgenti quelle che giungono dal Brasile, un disastro ambientale di proporzioni epiche. Il mondo intero si sta accorgendo solo adesso della catastrofe e mentre sui social è stato lanciato l’hastag #Prayforamazonas le grandi potenze stanno a guardare. E’ davvero possibile lasciar morire il polmone verde del pianeta solo perché esso non si trova in uno Stato di propria competenza? Quanta e quale responsabilità hanno le potenze mondiali che stanno inermi? Domande lecite, dal momento che la foresta fornisce ossigeno per l’intero pianeta, senza distinzioni geografiche. Domande lecite, mentre gli incendi continuano e un’altra parte dell’Amazzonia muore. E l’umanità ne esce, ancora una volta, sconfitta.

Di chi è la responsabilità?

Subito dopo la diffusione dei dati relativi all’incremento degli incendi e all’aumento della deforestazione, il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, ha criticato duramente il presidente dell’Inpe, Ricardo Galvao, per aver divulgato i dati che mostrano una preoccupante accelerazione nel processo di deforestazione dell’Amazzonia, accusando Galvao di essere un “bugiardo al servizio di qualche Ong”, e affermando che la deforestazione deve essere combattuta non facendo “campagna contro il Brasile“, dal momento che la diffusione di dati allarmanti “danneggia” il paese.

Il direttore dell’Inpe, dal canto suo, ha risposto duramente alle critiche del presidente Bolsonaro. Nel corso di un’intervista per il quotidiano “O Estado de Sao Paulo”, ha definito il presidente “pusillanime e codardo”: “il signor Jair Bolsonaro deve capire che un presidente della Repubblica non può parlare in pubblico, specialmente in una conferenza stampa, come se fosse in un bar. Ha fatto commenti impropri, infondati e ha fatto attacchi inaccettabili. Non solo per me, ma per le persone che lavorano per la scienza”, ha affermato Galvao. Pochi giorni dopo Galvao veniva rimosso dal suo incarico. “Il mio discorso sul presidente ha generato imbarazzo, quindi sarò licenziato”, ha detto Ricardo Galvao parlando alla stampa.

Nel dibattito è intervenuta anche l’organizzazione non governativa Greenpeace, che ha denunciato come le politiche attuate dal governo brasiliano di Jair Bolsonaro stiano distruggendo l’Amazzonia. L’Ong riporta i dati dei rilevamenti satellitari e acquatici dell’agenzia spaziale statunitense Nasa e dell’Inpe. Il coordinatore delle politiche pubbliche di Greenpeace, Marcio Astrini, ha pesantemente criticato la condotta del governo, che in una conferenza stampa ha screditato gli istituti che hanno effettuato le ricerche e contestato i dati della deforestazione. “Il presidente e tre ministri hanno criticato le prove scientifiche per un’ora e hanno cercato di mascherare la realta’. Inoltre, non hanno fornito alcuna soluzione concreta al vero problema della deforestazione”, ha detto Astrini.
“Bolsonaro sta favorendo un progetto anti-ambientale nel paese, che ha eliminato la capacità del Brasile di combattere la deforestazione e favorisce coloro che commettono crimini ambientali. Ora, di fronte alle conseguenze delle sue decisioni, cerca di nascondere la verità e incolpare gli altri. I numeri della deforestazione sono cosi’ gravi che parlano da soli. Mentire aumentera’ solo il danno al paese”, ha aggiunto.

Per Bolsonaro “le Ong ambientaliste sono responsabili degli incendi”

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha insinuato che le Ong ambientaliste potrebbero essere responsabili dell’ondata di incendi forestali che ha colpito il paese, con un aumento dell’82% dal primo gennaio al 18 agosto rispetto allo stesso periodo del 2018, secondo un rilevamento della Globo News, e il 52% degli incendi concentrati nell’Amazzonia, secondo dati ufficiali dell’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali (Inpe), responsabile del monitoraggio satellitare delle foreste del colosso latinoamericano.

“Riguardo agli incendi in Amazzonia, secondo me potrebbero essere stati potenziati dalle Ong, perche’ hanno perso i soldi che ricevevano. Quale sarebbe la loro intenzione? Causare problemi al Brasile”, ha detto Bolsonaro in un intervento con dirigenti del settore dell’acciaio. Interrogato su queste affermazioni dai cronisti, il presidente ha precisato successivamente che “non sto dicendo (che le Ong sono responsabili degli incendi), sto dicendo che qui c’e’ un reato da combattere e vedremo come combatterlo” ma “a mio avviso qui c’e’ un interesse delle Ong, che rappresentano interessi estranei a quelli del Brasile”. “Noi abbiamo tolto molti soldi alle Ong: dei fondi che venivano da fuori, il 40% andava alle Ong, e ora non ce l’hanno piu’. E abbiamo messo fine anche ai contributi pagati con fondi pubblici. E’ dunque logico che questa gente stia sentendo la mancanza di risorse”, ha aggiunto Bolsonaro.

“E’ opera dell’uomo”

C’è una relazione diretta tra il maggior numero di incendi e la crescita della deforestazione. Tra i 10 comuni che hanno registrato gli incendi più grandi nel 2019, 7 sono anche nella lista dei comuni con il più alto numero di allerte deforestazione”, ha scritto Gustavo Faleiros, editore del gruppo InfoAmazonia.

Non c’è niente di anomalo con il clima quest’anno o con le precipitazioni nell’area amazzonica, che sono solo di poco inferiori alla media. La stagione secca crea le condizioni favorevoli per l’utilizzo e la propagazione del fuoco, ma appiccare un incendio è opera dell’uomo, che sia intenzionalmente o accidentalmente”, ha spiegato Alberto Setzer, ricercatore INPE.




(fonte: meteoweb.eu) 


23 lug 2019

New York ha messo al bando l’asportazione delle unghie ai gatti



New York dice NO al declawing, ovvero alla crudele pratica di asportare le unghie ai gatti, grazie al Governatore Andrew Cuomo firmatario di un disegno di legge che ne vieta la pratica. New York  diventa il primo Stato “a stelle e strisce” a prendere questa decisione.
«Vietando questa pratica arcaica, ci assicureremo che gli animali non siano più soggetti a queste procedure disumane e inutili» ha affermato Cuomo in una nota.

La rimozione degli artigli di un gatto richiede l'amputazione parziale dell'ultimo osso in ciascuna delle dita delle zampe anteriori di un gatto: l'ufficio del governatore ha detto che i felini spesso sforzano le articolazioni delle gambe e della colonna vertebrale in risposta alla rimozione, il che può provocare dolore cronico.

Nella dichiarazione, il vicecapo del senato Michael Gianaris ha confrontato la procedura con il taglio di un dito umano alla falange: «Gli artigli dei gatti svolgono un ruolo importante in vari aspetti della loro vita – si legge nel disegno di legge -. Quando una persona sottopone l’animale al declawing, di solito nel tentativo di proteggere i mobili, fa un danno fondamentale a quell'animale sia fisicamente che in modo comportamentale».
Il disegno di legge fa eccezioni per "scopi terapeutici" o per motivi di salute, ma non elenca alternative specifiche all’asportazione oltre al "semplice addestramento". L'American Association of Feline Practitioners suggerisce ai proprietari di gatti di sfumare le unghie dei loro animali domestici con tiragraffi, rifiniture regolari e cappucci sintetici temporanei, che devono essere riapplicati ogni 4-6 settimane.

22 lug 2019

Rimini maltrattamento animali, assolto per legittima difesa

L'uomo prese a calci un Dogo che aveva attaccato il suo Golden retriever in un'area di sgambamento ed è finito a processo
Rimini, 19 luglio 2019 - Assolto per legittima difesa del suo cane. Si è chiuso così, ieri mattina, il processo che vedeva alla sbarra un riminese, accusato di maltrattamenti di animali, per avere preso a calci un grosso Dogo Argentino che stava per aggredire il suo Nick. Un Retrivier blasonato, con il quale il padrone forma un’affiatatissima ‘unità cinofila da soccorso’ che li vede impegnati in molte missioni di ricerca e soccorso di persone disperse in superficie o travolte dalle macerie. I fatti risalgono al marzo 2018, nell’area di sgambamento del parco Marecchia.
Il riminese, 65 anni, è lì con Nick quando arriva il Dogo. Altra stazza di cane, ma soprattutto altro ‘carattere’, un animale dal morso micidiale quando è addestrato alla difesa. Il Dogo punta Nick, comincia a ringhiare e sta per attaccarlo. Sarebbe una lotta impari, e a quel punto il padrone del Retrivier previene la mossa del Dogo e gli molla un calcio, prima che addenti il suo cane. Ma non ha fatto i conti con il proprietario del molosso, il quale grida all’aggressione e chiama le Guardie ecozoofile.
Queste arrivano, sentono le due versioni, ma alla fine il padrone di Nick viene denunciato per maltrattamento di animali. Due giorni fa, assistito dall’avvocato Roberto Brancaleoni, l’uomo è comparso davanti al giudice per rispondere di un’accusa che giudicava ingiusta. Il suo legale ha sottolineato come "in presenza di una situazione di pericolo, non solo per la propria persona, ma anche per il proprio animale, sia del tutto legittimo usare la violenza, se necessaria per eviatre peggiori conseguenze".
E il giudice ha concluso che si trovava di fronte proprio a una di quelle situazioni, uscendo con un verdetto di assoluzione "perché il fatto non sussiste". In sostanza, aveva agito per legittima difesa sua e del suo cane. "Il mio assistito – commenta l’avvocato Brancaleoni – rimarca il dolore che ha dovuto sopportare per essere stato ingiustamente additato come persona cattiva e dedita al maltrattamento degli animali".
(Fonte: ilrestodelcarlino.it)