20/03/19

La regione Puglia è leader mediterranea per la lotta alla plastica nei mari



LA PUGLIA E’ LA PRIMA REGIONE CHE VIETA L’USO DELLA PLASTICA MONOUSO NELLE SUE SPIAGGE E INVITA I PESCATORI PROFESSIONISTI A RACCOGLIRE I RIFIUTI DI PLASTICA IN MARE (UN PLAUSO AL PRESIDENTE DELLA REGIONE MICHELE EMILIANO)

Nei lidi della Puglia sarà vietato introdurre stoviglie, cannucce e sacchetti in plastica già dalla stagione 2019. Il divieto è stato ufficializzato con l’ordinanza balneare della Regione siglata lo scorso 7 marzo e annunciato al termine di una riunione di confronto con i rappresentanti dei sindacati dei balneari e delle associazioni ambientaliste.

Con due anni di anticipo sulla direttiva europea, dunque, la Puglia diventa la prima Regione a vietare la plastica monouso nelle spiagge. Il provvedimento accelera l’impegno dei 200 balneatori pugliesi che già a febbraio scorso avevano annunciato l’utilizzo di buste di carta e la riduzione della plastica monouso.

Un piccolo grande passo nella lotta contro il marine litter e le tonnellate di rifiuti non biodegradabili che finiscono nei nostri mari, come sottolinea anche l’assessore al Bilancio Raffaele Piemontese sulla sua pagina FB: “D’intesa con il presidente Michele Emiliano, ho proposto ai rappresentanti degli stabilimenti balneari, che hanno condiviso all’unanimità, la decisione di dire stop, sin da questa stagione estiva, alla plastica sui nostri lidi, a favore invece di materiale compostabile e monouso. È un risultato prezioso per l’equilibrio futuro del nostro ambiente marino. Siamo orgogliosi di poter mettere questo altro tassello in una Puglia sempre più green e ambientalista“.
Solo imballaggi , piatti, bicchieri e cannucce biodegradabili, dunque, potranno essere venduti nei lidi e introdotti sulle spiagge. Con un’unica eccezione per le bottigliette d’acqua che, data la mancanza sul mercato di valide alternative facilmente utilizzabili dai gestori, si potranno ancora vendere, almeno per l’estate 2019.

Una bella novità che rende il mare della Puglia ancora più meritevole di essere visitato e scelto per le proprie vacanze.

(Fonte:  aknews.it) 


“Freedom Farm”, la fattoria in Israele dove gli animali disabili hanno una seconda vita

A Moshav Olesh, in Israele, è stata data una seconda possibilità agli animali disabili. Qui hanno per esempio trovato rifugio Miri, un asino con tre zampe; Gary, una pecora con dei supporti alle zampe, e Omer, una capra cieca.
Il rifugio è stato fondato da un’attivista per i diritti degli animali di nome Adit Romano, 52 anni, e da Meital Ben Ari, 38 anni. 



La struttura si chiama «Freedom Farm» e accoglie animali in difficoltà anche con lo scopo di educare le persone, i bambini e le famiglie che lo vengono a visitare.
«Per aprire il cuore delle persone dobbiamo farle avvicinare agli animali», ha commentato Adit Romano. Molti dei 200 animali presenti nel rifugio erano destinati al macello, altri ancora sono stati abbandonati, e altri sono arrivati lì perché i proprietari li volevano aiutare.



 «I bambini con disabilità apprezzano particolarmente la visita al rifugio», racconta Ben Ari, che spera di sensibilizzare più persone possibili con il suo progetto. L’ultima arrivata è Nir, una mucca di 5 mesi che ha una protesi al posto della zampa. «Il rifugio ha raccolto soldi per comprare l’arto artificiale grazie a una raccolta fondi lanciata su Internet - continuano i fondatori -. Costa circa 1 milione di dollari all’anno mantenere la struttura, che riceve spesso contributi da nostri sostenitori, sia di Israele che provenienti dall’estero». 






(Fonte: lastampa.it)

FERMIAMO LA CACCIA ILLEGALE! FIRMA LA PETIZIONE



FERMIAMO LA CACCIA ILLEGALE!
Vogliamo che la caccia sia vietata immediatamente e a lungo dovunque si scopra che anche un solo animale protetto non cacciabile è stato colpito.
Chiediamo che i cacciatori diventino sorvegliati speciali!

FIRMA 🖊 LA PETIZIONE ► http://www.lipu.it/nocaccia


Rabbia, incredulità, sconforto: le specie protette continuano ad essere uccise nel periodo di caccia. Il danno alla natura è grande. Falchi, aquile, cicogne, diventano vittime di un vile colpo di fucile, di pura violenza su un animale inerme e indifeso!
È una violenza stupida e gratuita, è inaccettabile. Non possiamo più parlare di bracconaggio: non sono eventi straordinari ma un fenomeno diffuso, figlio di una caccia illegale dilagante, che non può più essere tollerata.
Firma la petizione per chiedere al Governo e al Parlamento che sia introdotto e immediatamente applicato il divieto di attività venatoria in seguito ad atti di caccia illegale.


Animali in spiaggia: no al divieto assoluto d'accesso


Per il T.A.R. di Latina il Comune deve perseguire le finalità pubbliche mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge libere da parte degli animali
Appare illegittimo per difetto di motivazione, oltre che per violazione del principio di proporzionalità, il provvedimento con cui Comune ha vietato in maniera assoluta l'ingresso agli animali sulle spiaggie destinate alla libera balneazione.

L'amministrazione avrebbe dovuto valutare la possibilità di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell'igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge.

Lo ha affermato il TAR Lazio, prima sezione, nella sentenza n. 176/2019 (qui sotto allegata), accogliendo il ricorso di una Onlus contro l'ordinanza con cui il Dirigente del Comune nella parte in cui aveva vietato ai conduttori di animali di poter accedere alle spiagge del litorale durante la stagione balneare.

Il caso

 

 

In particolare, l'ordinanza aveva vietato di "condurre e far permanere qualsiasi tipo d'animale, anche sorvegliato e munito di regolare museruola e guinzaglio tutti i giorni" e per tutta la durata della stagione balneare, consentendo agli animali solo di accedere alle spiagge negli stabilimenti balneari, a pagamento, in cui i concessionari avessero creato per loro apposite zone.

Una conclusione contestata dall'Associazione ricorrente secondo la quale l'ordinanza gravata avrebbe irragionevolmente imposto ai conduttori di animali il generalizzato divieto di accesso alle spiagge libere, in assenza di una motivazione che giustificasse tale scelta e senza specificare quali cautele comportamentali sarebbero state necessarie per la tutela dell'igiene delle spiagge, ovvero della incolumità dei bagnanti.

Il TAR rammenta che il principio di proporzionalità impone alla pubblica amministrazione di optare, tra più possibili scelte ugualmente idonee al raggiungimento del pubblico interesse, per quella meno gravosa per i destinatari incisi dal provvedimento, onde evitare agli stessi "inutili" sacrifici.

Animali in spiaggia: illegittimo il divieto d'accesso assoluto

 

 

La scelta di vietare l'ingresso agli animali sulle spiagge destinate alla libera balneazione, spiega il Collegio, risulta irragionevole e illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata, anche alla luce delle indicazioni regionali che attribuiscono ai comuni il potere di individuare, in sede di predisposizione del PUA, tratti di arenile da destinare all'accoglienza degli animali da compagnia.

In particolare come ha avuto modo di precisare la giurisprudenza in vicende del tutto similari, l'amministrazione avrebbe dovuto valutare la possibilità di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell'igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge, ad esempio valutando se limitare l'accesso in determinati orari, o individuare aree adibite anche all'accesso degli animali, con l'individuazione delle aree viceversa interdette al loro accesso (cfr. Tar Calabria, sez. Reggio Calabria, sent. n. 225/2014).

Alla stregua di tali coordinate ermeneutiche, quindi, deve ritenersi che il divieto non sia sufficientemente controbilanciato da tale eventualità, non solo per la circostanza di creare una ingiustificata sperequazione tra cittadini ma anche in quanto affidato, come detto, alla mera facoltà del singolo concessionario. Il provvedimento impugnato va dunque annullato.

( Fonte: studiocataldi.it)



12/03/19

Santo Domingo, studenti inventano cucce per randagi riciclate e con tetto fotovoltaico



Cucce da materiali riciclati con tetto fotovoltaico per i cani randagi. Le hanno realizzate per un'associazione che si occupa dei randagi si Santo Domingo alcuni studenti del gruppo Colectivo ReVark, che studia e progetta applicazioni d sostenibili. Gli animali del rifugio Ghetto2Garden, in questo modo, non solo hanno un riparo, ma possono anche usufruire della luce del sole per illuminare e riscaldare gli ambienti.

Il rifugio è stato progettato per integrare tra loro cubi precedentemente utilizzati per la spedizione di materiali liquidi. L'idea non è affatto male, visto che le strade non sono l'habitat più adatto in cui vivere per gli animali. Ghetto2Garden, che si prende cura di 50 cani e 10 gatti con potenziale ridotto per l'adozione, animali deformati, ciechi, non desiderati, anziani, che sono malati terminali, ora potrà utilizzare un riparo adeguato per 6 gatti e 40 cani.


All'interno della struttura riciclata e a energia rinnovabile questi randagi doppiamente sfortunati possono vivere il resto dei loro giorni in pace e felicità. Il coinvolgimento degli studenti nasce proprio dal tentativo di portare l'edilizia sostenibile e le fonti pulite a basse emissioni di CO2 direttamente nella costruzione del rifugio.

È interessante notare che il pannello solare ha dimensioni superiori rispetto al tetto del cubo, ombreggiando la cuccia e l'area antistante. E producendo 200 watt per tetto solare.

(Fonte:  greenme.it)



Cucce per animali randagi riscaldate ad energia solare: il progetto di due studenti turchi



Due studenti di una scuola superiore della provincia di Kütahya, in Turchia occidentale, hanno progettato e costruito una cuccia per animali randagi che viene riscaldata utilizzando l'energia solare. Molto economico, questo rifugio può essere utile ai tanti animali randagi che si trovano ad affrontare il freddo.

Oğuz Özgür e Ahmet Ercan Kaya del liceo artistico Ahmet Yakupoğlu hanno avuto l'idea di questo progetto dopo aver visto i cani che vivono nel loro cortile di casa soffrire a causa di condizioni climatiche molto difficili.
Dopo aver ricevuto il sostegno dal loro insegnante di biologia, gli studenti hanno sviluppato queste speciali cucce che raccolgono l'energia solare e la immagazzinano in una batteria che la trasferisce poi in un tappetino sulla base della cuccia per tenere gli animali al caldo.

Un progetto nato davvero dal nulla e con pochissimi fondi. Muzaffer Efe, l'insegnante di biologia responsabile del progetto, ha dichiarato all'Anadolu Agency (AA) che gli studenti hanno preparato la bozza del progetto e raccolto i materiali necessari, aggiungendo che il costo totale del progetto era di circa 100 lire turche (19 dollari ovvero poco meno di 17 euro).


Efe ha detto di essere orgoglioso dei suoi studenti, aggiungendo che l'aspetto più importante non è tanto il valore tecnico del progetto quanto quello umano, "cerchiamo di cambiare il modo in cui le persone guardano gli animali randagi perché hanno il diritto di vivere in questo mondo tanto quanto noi", ha dichiarato. 

(Fonte: greenme.it)


 

In spiaggia con gli animali, il Tar annulla il divieto imposto dal Comune di Latina



Il Tar di Latina ha annullato l’ordinanza del Comune che vietava agli animali l’accesso alla spiaggia pubblica. Lo scorso anno l’amministrazione aveva vietato di “condurre e far permanere qualsiasi tipo d’animale, anche sorvegliato e munito di regolare museruola e guinzaglio, tutti i giorni dal primo giugno per tutta la durata della stagione balneare fino alla data del 30 settembre 2018, concedendo solo la possibilità agli animali di accedere alle spiagge unicamente negli stabilimenti balneari a pagamento i cui concessionari abbiano creato delle apposite zone per l’accesso degli animali”.
E’ stata l’associazione Earth a presentare il ricorso che è stato accolto. Il Comune avrebbe dovuto, secondo l’organizzazione, individuare le misure comportamentali ritenute più adeguate, piuttosto che porre un divieto assoluto di accesso alle spiagge.
La stessa valutazione hanno fatto i giudici amministrativi. Secondo il Tar Latina, infatti, “la scelta di vietare l’ingresso agli animali sulle spiagge destinate alla libera balneazione, risulta irragionevole ed illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata, anche alla luce delle indicazioni regionali che attribuiscono ai Comuni il potere di individuare, in sede di predisposizione del Pua, tratti di arenile da destinare all’accoglienza degli animali da compagnia.
In particolare come ha avuto modo di precisare la giurisprudenza in vicende del tutto similari, l’amministrazione avrebbe dovuto valutare la possibilità di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge, ad esempio valutando se limitare l’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite anche all’accesso degli animali, con l’individuazione delle aree viceversa interdette al loro accesso”.
Gli amanti degli animali potranno senza problemi godersi il mare con i loro amici a quattro zampe.

 (Fonte: latinaquotidiano.it) 




Capire le culture animali favorisce la conservazione della biodiversità



Un folto team internazionale di ricercatori che lavorano su una vasta gamma di specie considerate “intelligenti” – elefanti, corvi, cetacei e scimpanzé – sostiene che per pianificare gli interventi internazionali di salvaguardia della biodiversità bisogna tener conto delle culture degli animali.
Una convinzione che è confermata dallo studio  studioAnimal cultures matter for conservation
pubblicato recentemente su Science e che espone la crescente evidenza scientifica che «l’apprendimento sociale in un’ampia gamma di specie, che può condurre a culture animali uniche, sia importante sia per la pratica di conservazione che per la politica di conservazione. Approfondimenti sulle culture animali possono fornire preziose informazioni su “cosa” sono i gruppi di animali da conservare e su “come” conservarli meglio».

Il team di ricercatori fa l’esempio delle nonne orche che trasmettono informazioni preziose ai loro discendenti, o spiega perché in alcune tribù di scimpanzé esista la cultura di rompere le noci con strumenti di pietra e in altri no di pietra mentre altre no e dice che «Questa può essere la chiave per valutare le sfide delle  conservazione per tali specie».

Gli scienziati ricordano che in molte specie animali, i giovani inesperti imparano le principali abilità necessarie alla loro sopravvivenza osservando gli anziani esperti del loro gruppo sociale e questo riguarda comportamenti essenziali come comunicare, trovare cibo in modo efficiente e dove migrare quando le condizioni diventano meno ospitali. «Ad esempio – spiegano ancora i ricercatori – la trasmissione delle conoscenze sulle rotte migratorie nelle gru adulte e nelle pecore bighorn, può fornire informazioni essenziali per il successo delle generazioni future. A differenza della trasmissione genetica, la conoscenza sociale può essere trasmessa all’interno delle generazioni, così la conoscenza delle nuove fonti alimentari può essere condivisa, fornendo potenzialmente resilienza in ambienti mutevoli».

Ma gli autori dello studio pubblicato su Science evidenziano anche che «I processi di apprendimento sociale possono anche portare all’emergere di sottogruppi culturali con profili comportamentali distintivi, erigendo potenzialmente barriere sociali, come osservato ad esempio nei clan di capodogli con richiami distinti nel Pacifico tropicale. Questa segregazione culturale può avere importanti implicazioni sulla conservazione, specialmente quando gruppi diversi hanno strategie di foraggiamento diverse e si diversificano nella loro capacità di far fronte ai cambiamenti ambientali».
Si tratta di un approccio alla salvaguardia della biodiversità che potrebbe rivelarsi rivoluzionario: «Piuttosto che utilizzare l’approccio tradizionale di valutare la diversità genetica o il grado di isolamento geografico, per proteggere il “capitale sociale”, alcune popolazioni possono essere meglio delineate attraverso il loro comportamento culturale. Inoltre, per alcune specie, proteggere gli individui che fungono da “depositi” di conoscenza sociale, come le matriarche esperte negli elefanti esperti, può essere altrettanto importante della conservazione di un habitat critico».

La principale autrice dello studio, la britannica Philippa Brakes dell’università di Exeter, sottolinea che «Oltre ai geni, anche la conoscenza è moneta corrente importante per la fauna selvatica. Oltre a conservare la diversità genetica, dobbiamo lavorare per mantenere la diversità culturale all’interno delle popolazioni animali, come riserva per la resilienza e l’adattamento. Questo è un importante reframing della nostra comprensione del mondo naturale, che richiederà cambiamenti nella legislazione internazionale sulla fauna selvatica».

La Convention on the Conservation of migratory species of wild animals (Cms – Convenzione di Bonn) – che opera sotto l’egida dell’United Nations environment programme (Unep)  sa guidando gli sforzi per utilizzare le conoscenze scientifiche sulle culture animali, per migliorare la conservazione delle specie migratorie. Infatti, lo studio è il risultato di un seminario organizzato a Parma dal Cms, durante il quale  esperti di tutto il mondo hanno messo insieme decenni di esperienze per elaborare raccomandazioni concrete su come migliorare le strategie di conservazione e hanno sottolineato che "E’ fondamentale catalogare l’ampia diversità di comportamenti culturali all’interno del regno animale e sviluppare metodi per identificare gli individui che sono i custodi di importanti conoscenze sociali all’interno delle loro comunità e richiedono una protezione speciale".

Il 26 febbraio, l’ altro principale autore dello studio, Christian Rutz dell’Università di St Andrews, nel Regno Unito, ha annunciato la pubblicazione delle raccomandazioni del gruppo in un seminario sulle culture degli animali a Costanza, in Germania, organizzato dal Max-Planck-Institut für Ornithologie e dalla National Geographic Society, e ha fatto notare che «Questo è uno sviluppo incredibilmente importante. Decenni di ricerca sulle culture animali sono ora messi a frutto nelle scienze e nella definizione delle politiche della conservazione e abbiamo un’idea molto migliore di quali lacune nella conoscenza debbano ancora essere colmate».

Il 2020 sarà l’ultimo anno del decennio dell’Onu per la biodiversità e gli autori dello studio e dei documenti evidenziano  che «Questo lavoro, all’interfaccia tra scienza e definizione delle politiche, è tempestivo, in quanto i governi possono considerare il modo migliore per conservare la biodiversità in un mondo in continua evoluzione» ed esortano a fare in modo che, «Dato il loro profondo impatto sulle prospettive di sopravvivenza delle unità sociali e potenzialmente su intere popolazioni, le culture animali siano presenti in queste discussioni».

L’ex segretario esecutivo della Cms, Bradnee Chambers, purtroppo deceduto quest’anno, è stato un forte sostenitore di questa iniziativa e diceva: «Esaminando la questione della cultura animale, della complessità sociale, dell’apprendimento sociale e del ruolo dei singoli e dei singoli gruppi di animali come depositari di conoscenza sociale, la  Cms sta aprendo nuovi orizzonti. Questo lavoro pionieristico potrebbe avere ripercussioni fondamentali su come ci approcciamo alla conservazione».

Fernando Spina,  dirigente di ricerca dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e presidente del Cms Scientific Council, che ha partecipato allo studio insieme ad altri ricercatori italiani, conclude: «Questa nuova frontiera della cultura animale e della complessità sociale apre una prospettiva affascinante e innovativa su come consideriamo gli animali: dai singoli componenti ai modelli di popolazione, agli individui che offrono contributi specifici al resto del gruppo sociale. Quando si pensa alle strategie per la conservazione degli animali migratori, che è la principale missione della Cms a livello globale, con singoli animali che visitano diversi Paesi lungo il loro ciclo annuale, la trasmissione culturale delle conoscenze su come realizzare i loro incredibili viaggi migratori è una nuova componente della quale le politiche ambientali dovrebbero tenere pienamente conto. Questo nuovo approccio apre opportunità per modi innovativi di proteggere e comunicare il mondo naturale: capire che altre specie hanno una vita sociale ricca e che condividono informazioni importanti l’una con l’altra, fornisce una nuova prospettiva inestimabile. Con l’aumento del degrado degli habitat in tutto il mondo, tali informazioni possono essere fondamentali per un’efficiente conservazione degli animali».

(Fonte:  greenreport.it )



07/03/19

Ho trovato un riccio, che fare?




Il riccio è un animale selvatico che abita in diversi continenti; inoltre, la sua caratteristica è di avere gli aculei che utilizza per proteggersi dalle cadute e difendersi dai nemici. Durante l'autunno e l'inverno è più raro vedere questi animali perché sono in letargo, mentre è possibile ammirarli tra ottobre e maggio. Se capita di trovarne qualcuno in giardino, ecco una guida su cosa fare se si trova un riccio.


Il riccio selvatico è un animale che fa parte delle categorie protette, per cui è severamente vietato dalla legge italiana, tenerlo in casa in una condizione di cattività. A tale divieto vi sono, però delle eccezioni che si applicano in alcuni casi particolari, ovvero se il riccio è ammalato o ferito, se si tratta di un cucciolo privo della propria madre o se è un animale che prossimo al letargo, pesa meno di 400 grammi.
 

Se il riccio vive nel nostro giardino, bisogna lasciargli qualcosa da mangiare, posizionandolo sempre nel medesimo posto. In questo modo l'animale capirà che in quella zona, troverà qualcosa di buono. Da ricordare inoltre che il riccio non digerisce il lattosio, per cui seppur ne va ghiotto, non bisogna dargli il latte, soprattutto quello di vaccino, oltre al pane, agli insaccati, alla carne suina e alle uova. Se l'animale è tuttavia in difficoltà (specie se si tratta di un cucciolo), possiamo per brevi periodi, prelevarlo dal nostro giardino e accudirlo direttamente in casa, preparandogli un posto tutto per lui (una gabbia per criceti va benissimo), con all'interno una scatoletta più piccola in cui farlo dormire. Sul fondo mettiamo inoltre una borsa di acqua calda, in modo che possa proteggerlo dall'ipotermia, in sostituzione della madre che in genere lo riscalda.


Molti cuccioli di riccio del peso di circa 40 grammi vengono trovati vaganti in seguito alla morte della madre. Spesso i genitori sono vittime delle automobili sulle nostre strade e per gli orfani il destino è segnato. Solo i più fortunati vengono trovati da persone sensibili che li portano in un centro dove possono essere curati e salvati. Prima di raccogliere un riccio però, è bene valutare attentamente la situazione: E' necessario essere sicuri che effettivamente la madre sia morta, a volte si è solo allontanata lasciando soli per poco tempo i propri figli. Non è facile allevare un riccio, sono animali particolari e richiedono cure più specifiche rispetto ad un cane o un gatto: sono necessari un latte e delle manualità peculiari, e va accertato che il trovatello non abbia ferite. Quando un piccolo di riccio raggiunge i 100-130 grammi e comincia ad alimentarsi da solo può essere valutato il suo reinserimento in natura.


 

Per curarlo a dovere, controlliamo se sul riccio sono presenti delle zecche o altri parassiti in modo da poterli eliminare completamente. Per questa operazione, versiamo qualche goccia di olio di oliva sulla zecca, afferrandola poi con una pinzetta delle sopracciglia, ed estirpandola con un movimento rotatorio. È tuttavia fondamentale ricordarsi che il riccio vive all'aria aperta e pertanto una volta guarito, dovrà tornare nel suo habitat naturale, per cui dopo averlo curato e alimentato a dovere, non ci resta che lasciarlo di nuovo libero. Il cibo maggiormente indicato è a base di erbe e ortaggi come ad esempio la lattuga, oppure di insetti e lumache. Infine, il consiglio è di maneggiarlo con dei guanti in lattice, per evitare che le spine acuminate possano ferirci.