27 lug 2020

Denunciato titolare di un allevamento di suini




Nell'ambito di mirate attività a tutela del territorio e delle aree protette, un nuovo controllo posto in essere da militari dell'Arma dei Carabinieri ed in particolare del Comando Stazione di Borgo Carillia, unitamente a personale tecnico del Nucleo Guardie Ambientali Accademia Kronos - Sezione Provinciale di Salerno, ha consentito di accertare che un imprenditore titolare di un allevamento di suini, da tempo smaltiva illecitamente i reflui prodotti dagli animali (al momento dell'accertamento oltre 100 suini di varie fasce di età) direttamente e senza alcun trattamento depurativo nel torrente Alimenta, affluente del fiume Sele (Riserva Foce Seele Tanagro e Monti Eremita). 
Il controllo, grazie all'ausilio di appositi coloranti (fluoresceina) in dotazione al personale tecnico intervenuto in qualità di ausiliari di PG, consentiva di accertare che attraverso una fitta rete di tombini e tubazioni interrate i reflui dopo aver attraversato alcune vasche venivano da tempo illecitamente smaltiti nel torrente Alimenta a diverse centinaia di metri di distanza con conseguente grave danno ambientale dell'area protetta. Nel prosieguo delle operazionii militari oltre al sequestro della rete di pozzetti, tubazioni e vasche, procedevano anche al sequetro di uno scavo non impermeabilizzato, realizzato per smaltire illecitamente le deiezioni solide. 
Durante i controlli veniva altrresì richiesto un accertamento in loco da parte di personale dell'ASL competente per territorio al fine di accertare se le modalità di allevameto e detenzione deghli animali fossero in linea con quanto previsto dalle vigenti normative uin materia di benessere degli animali. Al termine delle operazioni l'imprenditore veniva denunciato all'Autorità Giudiziaria a piede libero per numerose vilazioni alla vigente normativa ambientale. 
Si ringrazia l'Arma dei Carabinieri per la fattiva attività a tutela del territorio e tutti i cittadini che anche in forma riservata segnalano situazioni di degrado del terrotorio.













23 lug 2020

Abruzzo, uccise un orso nel 2014: la corte d'appello lo condanna a risarcire il Parco e le associazioni ambientaliste

Ribaltata la sentenza di primo grado. Soddisfatti Wwf e Lav: "Prima volta che si accertano le responsabilità nei confronti di un cacciatore"

La vicenda dell'orso ucciso a Pettorano sul Gizio nel 2014 finalmente si chiude con l'accertamento della responsabilità civile dell'imputato, sancita con la sentenza della corte d'appello de L'Aquila del 22 luglio che ribalta quanto stabilito con la sentenza di primo grado. Esiste un colpevole quindi, Antonio Centofanti, 67 anni, ex operaio Anas in pensione, e ora dovrà risarcire i danni al Parco nazionale d'Abruzzo e Molise e alle associazioni ambientaliste, che si sono costituite parti civili.

Per un vizio di forma che ha provocato l'inammissibilità dell'appello proposto dal procuratore generale, unico modo per ottenere una condanna penale, la condanna è solo civile ed è stata possibile proprio grazie al fatto che le associazioni ambientaliste Wwwf Italia, Lav e Salviamo l'Orso avevano impugnato la sentenza di primo grado e avviato l'appello per la condanna civile.

I commenti delle associazioni "Esprimiamo la nostra soddisfazione per questa sentenza - dichiara Filomena Ricci, delegato regionale del Wwf Abruzzo - che al di là degli aspetti formali, condanna in maniera inequivocabile chi ha imbracciato un fucile e sparato a un Orso. E' la prima volta che in un processo indiziario per lo sparo a un orso bruno marsicano si accerta una responsabilità, seppure solo civile, e si infligge una condanna. Ci auguriamo che questa vicenda giudiziaria ribadisca l`importanza della tutela della fauna selvatica e dell`orso marsicano in particolare e non veda più impuniti gli episodi a danno degli animali selvatici". "Questa è una sentenza destinata a creare un precedente giurisprudenziale importante in tema di uccisione di animali selvatici - continua l'avvocato Michele Pezone, che ha rappresentato le Associazioni ambientaliste nel processo -. Si è arrivati a questo risultato grazie a esami e prove scientifiche, quali analisi medico-veterinarie, autopsia, consulenze balistiche. L'esito del giudizio ripaga dell'impegno profuso in questa vicenda e sottolinea la grande attenzione che merita un animale come l'orso marsicano, simbolo della nostra Regione".

(Fonte:  tgcom24.mediaset.it)


22 lug 2020

Bertucce salvate dal traffico di animali creano una “famiglia”, la storia a lieto fine di Rocket, Lucy, Buddy e Calogero



E’ l’importante risultato raggiunto dalla Lega anti vivisezione con il progetto “Born to Be Wild”

Rocket, Lucy, Buddy e Calogero sono quattro bertucce vittime del traffico di animali esotici. Quando questi animali finiscono in questi “coni d’ombra”, spesso ne rimangono prigionieri per tutta la vita e, anche quando vengono salvati, il loro percorso di recupero lungo e complicato: serve tempo e pazienza per rimediare ai danni psicologici e fisici subiti da questi esseri viventi privati di un normale rapporto con i propri simili e detenuti illegalmente in spazi angusti e non adatti alle loro necessità.

Queste quattro bertucce sono riuscite a uscirne e sono riuscite a creare una “famiglia” così come racconta il video “Siamo famiglia” realizzato dalla Lega anti vivisezione (Lav) nell'ambito del progetto internazionale “Born to Be Wild”: le bertucce sono ora ospitate dal centro di recupero di Semproniano (Grosseto) e grazie all'impegno di veterinari, primatologi e keeper, hanno ricominciato a esprimere i naturali comportamenti sociali, fondamentali per loro, arrivando a costituire un gruppo sociale tipico della loro specie, una sorta di “famiglia”.

«Born to Be Wild è una risposta di repressione al traffico di bertucce di cui purtroppo il nostro Paese è crocevia –  spiega Roberto Bennati, direttore di Lav – , in questo anno e mezzo di progetto sono molte le attività che abbiamo portato avanti, prima fra tutte la formazione dei nuclei di polizia e dei carabinieri, importantissima perché ci ha permesso di lavorare con loro e con i colleghi di Animal andvocacy and protection, e scrivere subito cinque storie di libertà».

Per mettere fine al commercio di animali esotici la Lav ha lanciato su Change.org una petizione indirizzata al ministro dell'Ambiente Sergio Costa.

(Fonte: www.ilsecoloxix.it )




22 mag 2020

1500 elefanti ritrovano la libertà dopo la chiusura delle attrazioni turistiche in Thailandia



Sono di nuovi liberi e saranno protetti in un santuario perché dopo vent’anni di cattività era impensabile un reinserimento in natura. In fila, uno dietro l’altro, in un’immagine che fa commuovere. Forse questi elefanti non lo sanno, ma questa è l’ultima volta che saranno costretti a fare qualcosa contro natura, ovvero essere taxi per turisti. Con il coronavirus e il blocco degli spostamenti, i tour operator che solitamente organizzano gite in sella agli elefanti, hanno finalmente ceduto i pachidermi alla Save Elephant Foundation, che da anni si batte per la loro salvaguardia.
“Vecchi e giovani elefanti tornano a casa. Ci vorranno cinque giorni di viaggio. Il nostro team di SEF li sta seguendo per garantire cibo per elefanti e persone. Iniziano a tornare nella loro terra natale. Questo è forse l’inizio di un cambiamento significativo nella vita di molti elefanti che lavorano in cattività in Thailandia”, scrive la Fondazione sui propri social.

La pandemia ha avuto un impatto notevole sul settore turistico. In Thailandia, gli imprenditori dicono che senza i tour non riescono a nutrire gli animali, in particolare ci sono più di 2mila elefanti addestrati per essere dei taxi. Pungolati con uncini, frustrati, picchiati, spesso emaciati e costretti a ‘lavorare’ sin da piccoli. Come dimenticare il cucciolo stramazzato a terra dopo essere stato costretto a fare il tour insieme alla mamma con una corda al collo? Delle loro sofferenze ne abbiamo parlato tante volte, ma adesso con lo scoppio della pandemia rischiavano anche di morire di fame. Adesso la Save Elephant Foundation li ha presi in custodia e finalmente sta provvedendo al loro trasferimento in un santuario che si trova nella città tailandese di Chiang Mai. Finora, cento elefanti sono arrivati a casa.

Gli animali che per oltre 20 anni hanno vissuto in prigionia, adesso sono liberi e felici. In totale saranno 1476 i pachidermi che saranno salvati. Come racconta il santuario, chi per anni li ha sfruttati, è rimasto sorpreso dal fatto che avessero riconosciuto quei luoghi in cui erano nati. Noi non ci sorprendiamo perché ogni animale vuole vivere dove è nato, immerso nella natura e lontano dall’uomo. Buon viaggio a questi splendidi animali sociale, per  loro inizia una nuova vita.

Fonti: Save elephant foundation/Anda - www.greenme.it



29 apr 2020

State attenti ai nidi sulle spiagge





Effetto post-lockdown: un protocollo di intervento per assicurare un sistema di allerta e risposta per la tutela degli uccelli che nidificano sulle nostre coste 


 In questi giorni si sono moltiplicate le notizie di animali che si riprendono spazi urbani in conseguenza delle misure anti COVID, che hanno molto ridotto il disturbo umano. Delfini nei nostri porti, cinghiali in pieno centro delle città italiane, caprioli, stambecchi e cervi che pascolano tranquilli lungo le strade e perfino tra le auto in sosta.

Associazioni ambientaliste ed esperti hanno sottolineato come la chiusura delle spiagge all’uomo durante gli ultimi mesi abbia portato quest’anno diverse specie di uccelli a riprodursi in zone del nostro Paese di solito troppo disturbate per permettere la nidificazione. Le uova del fratino o della beccaccia di mare, specie minacciata di estinzione, stanno schiudendo in questi giorni e occorrerà quindi fare attenzione nel programmare gli interventi di pulizia e manutenzione degli arenili e in generale la riapertura delle spiagge all’uomo.
 
Per questo motivo gli ornitologi di Ispra hanno preparato una nota tecnica su questa minaccia, pubblicata sul sito dell’Istituto, raccomandando alle amministrazioni competenti e alle ditte che fanno interventi sulle spiagge di fare attenzione a questo rischio; a breve gli esperti di Ispra pubblicheranno anche un protocollo di intervento per assicurare un sistema di allerta e risposta per la tutela degli uccelli che nidificano sulle nostre coste.
 
(Fonte:  www.repubblica.it)
 
 

16 apr 2020

La primatologa Jane Goodall: “La mancanza di rispetto per gli animali ha causato la pandemia Coronavirus”




«È il nostro disprezzo per la natura e la nostra mancanza di rispetto per gli animali con cui dovremmo condividere il pianeta che ha causato questa pandemia, qualcosa che era stata prevista molto tempo fa». Così Jane Goodall, primatologa britannica di fama mondiale e conosciuta per la sua ricerca pionieristica in Africa sulla vera natura degli scimpanzé, spiega la diffusione in tutto il mondo del coronavirus. 
Durante una teleconferenza in vista dell'uscita del nuovo documentario del National Geographic “Jane Goodall: The Hope”, l’86enne ha aggiunto: «Perché mentre distruggiamo, diciamo la foresta, le diverse specie di animali nella foresta sono costrette a venire in contatto fra di loro e quindi le malattie vengono trasmesse da una specie all’altra, e il secondo animale ha quindi maggiori probabilità di infettare gli esseri umani poiché è costretto a stare stretto contatto con noi».
Goodall punta il dico anche contro gli animali selvatici venduti nei mercati africani o asiatici, in particolare in Cina, «e nelle nostre fattorie intensive in cui raggruppiamo crudelmente miliardi di animali in tutto il mondo. Queste sono le condizioni che creano un’opportunità per i virus di saltare dagli animali attraverso la barriera delle specie verso l’uomo».
La primatologa plaude per la decisione della Cina di vietare la vendita e il consumo degli animali selvatici vivi, cosa che dovrebbe essere fatta anche in Africa dove però lei vede delle complessità in più: «Lì è più difficile smettere di vendere carne di animali cacciati perché sono molte le persone che si affidano a quello per il proprio sostentamento. È una decisione che avrà bisogno di un molte e attente considerazioni su come dovrebbe essere fatto: non puoi semplicemente impedire a qualcuno di fare qualcosa quando non hanno assolutamente soldi per sostenere se stessi o le loro famiglie, ma almeno questa pandemia dovrebbe averci insegnato il tipo di cose fare per impedirne un altro».
Nonostante la difficile battaglia che tutto il mondo sta combattendo per sconfiggere il virus, la primatologa britannica spera che diventi l’occasione per un importante insegnamento: «Dobbiamo renderci conto di essere parte del mondo naturale, dipendiamo da esso e, mentre lo distruggiamo, in realtà stiamo rubando il futuro ai nostri figli».
I blocchi che stanno avvenendo in tutto il mondo, possono spingere le persone a vivere la propria vita in modo diverso, facendo comprendere loro che «tutti possono avere un impatto ogni singolo giorno – spiega la Goodall – . Se pensi alle conseguenze delle piccole scelte che fai: ciò che mangi, da dove viene, ha causato crudeltà verso gli animali, è fatto da un'agricoltura intensiva - che per lo più lo è - è economico a causa dello schiavo bambino lavoro, ha danneggiato l'ambiente nella sua produzione, da dove viene, quante miglia ha percorso, hai pensato che forse potresti camminare e non prendere la tua auto».
Ciò che possiamo fare nella nostra vita individuale «dipende un po’ da chi siamo, ma tutti possiamo fare la differenza, tutti possono farla».
(Fonte: lazampa.it )

30 mar 2020

E' COME UN BIMBO CHE SI AFFACCIA ALLA VITA, LASCIAMOLO VIVERE!

 

E' COME UN BIMBO CHE SI AFFACCIA ALLA VITA, LASCIAMOLO VIVERE!

Fattoria Mondo di Heidi qualche anno fa, quando il carissimo Claudio salvò dal macello numerosi agnellini che avevano ancora bisogno del latte della loro mamma.
Alcuni di loro arrivarono lì con la loro mamma che li accudiva come ogni mamma accudisce il proprio figlio mentre gli altri furono nutriti artificialmente da Claudio con tutto l’amore che lo distingue.
Presi in braccio un agnellino nero e la sua mamma, gelosissima, non lo perdeva di vista, ci guardava attentamente e con la sua voce lo reclamava preoccupata. Quando lo riposi accanto a lei era felicissima, lo annusava, gli girava intorno e si fermò per donargli il suo latte.
Questi teneri cuccioli non hanno più rischiato la morte e vivono felici nei prati ma immaginate i loro pianti e quelli delle loro mamme se li avessi portati via ... immaginate quanti pianti nel mondo in questi giorni .... Come si fa a uccidere una tenera creatura come questa e altre creature che ti cercano con i loro occhi e prendono il cibo dalle tue mani? Tutti hanno diritto alla vita e nessuno ha il diritto di uccidere.
Il mio messaggio è quello di imparare a guardare gli animali non nel nostro piatto, ma ogni volta che crescono felici nei prati e giocano tra di loro come giocano i nostri bambini con gli amici.
Gli animali sono eterni bambini, sono tutti uguali, uguali al cane o gatto che abbiamo in casa o che incontriamo a casa di amici.
Tutti gli animali provano sentimenti come paura e dolore, ma anche gioia, affetto, amore. Non c'è giustificazione per ammazzarli. Impariamo a rispettarli e ad amarli!
Ringrazio Claudio per la sua ospitalità e per tutto l'impegno nei confronti degli animali sottratti a maltrattamento o a un crudele destino.
 
 
 
 

27 mar 2020

SEGNALAZIONI FAKE NEWS SU ANIMALI E CORONAVIRUS AL PARTITO ANIMALISTA ITALIANO

Basta Notizie Tendenziose che, tra gli altri, Vogliono istigare odio contro i più innocenti della nostra società, pure loro tragicamente colpiti dalla emergenza #Coronavirus


COMUNICATO PARTITO ANIMALISTA ITALIANO


Grazie alle vostre segnalazioni, abbiamo provveduto a denunciare alle autorità una persona che veicolava fake news su animali e Coronavirus. Il nostro ufficio legale ha già fatto partire la denuncia!
Vediamo di far passare la voglia a certi soggetti di scrivere sui social.

👉👉 SERVE il Vostro Aiuto!! Continuate a segnalarci profili e post che fanno girare Fake News.
Scriveteci sui social o a:
partitoanimalista@gmail.com



SEGUI  il Partito Animalista Italiano sulla  PAGINA FB


 

GLI ANIMALI DA COMPAGNIA NON SI AMMALANO E NON DIFFONDONO IL NUOVO CORONAVIRUS



Gli animali da compagnia come cani e gatti non si ammalano a causa del nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2) e non lo trasmettono agli esseri umani. In altri termini, non diffondono la COVID-19, il nome assegnato dall'organizzazione Mondiale della Sanità all'infezione respiratoria scatenata dal patogeno emergente. È quanto afferma l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) nel punto 9 del suo vademecum sul coronavirus, con dieci comportamenti da seguire per proteggersi dalla patologia.


Anche sulla pagina dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dedicata ai “miti da sfatare” sul nuovo coronavirus viene affermato che al momento “non ci sono prove che animali da compagnia / animali domestici come cani o gatti possano essere infettati dal nuovo coronavirus”. L'OMS tuttavia sottolinea l'importanza di lavarsi sempre le mani con acqua e sapone dopo essere entrati in contatto con i propri animali. “Questo ti protegge da vari batteri comuni come Escherichia coli e Salmonella che possono passare dagli animali domestici all'uomo”.

Il primo cane positivo al patogeno è in salute e si ritiene non possa diffondere il coronavirus.

Le autorità sanitarie di Hong Kong hanno confermato che un volpino di pomerania è il primo cane contagiato dal coronavirus. Il “basso livello di contaminazione” riscontrato da un primo tampone eseguito a febbraio è stato infatti confermato dal secondo. È importante sottolineare che il cane risulta essere soltanto debolmente positivo, ma non è malato e soprattutto si ritiene non possa trasmettere il patogeno. Anche con la SARS si registrarono rari casi di animali domestici positivi al virus, ma nessuno si ammalò o contagiò le persone, dunque le indicazioni del Ministero della Sanità e dell'OMS restano valide.

Le fake news sul coronavirus alimentano psicosi e violenza

Il motivo per cui i principali enti sanitari hanno sottolineato che cani e gatti non rappresentano alcun pericolo non è solo legato a un fatto di rassicurazione, dato che moltissime famiglie in tutto il mondo hanno amici a quattro zampe in casa, ma anche perché dove sono iniziate a circolare fake news sulla responsabilità di questi animali sono stati registrati spregevoli atti di violenza. A Wuhan, ad esempio, come denunciato dall'associazione animalista locale “Chengdu Pet Adaptation Platform”, gruppi di ragazzi armati di mazze a bastoni hanno iniziato a dare la caccia ai poveri cani randagi, uccidendoli con ferocia. In alcune città cinesi sembra ci sia stata addirittura la richiesta da parte delle autorità locali di sopprimere gli animali domestici, col risultato che molti cani e gatti sarebbero stati scagliati da palazzi altissimi per essere uccisi.

Coronavirus originato nei pipistrelli

Benché gli animali domestici non siano coinvolti nella diffusione del coronavirus SARS-CoV-2, è tuttavia certo che il patogeno abbia fatto il salto di specie da un animale (mammifero) all'uomo, come avvenuto con la SARS (Severe acute respiratory syndrome) e la MERS (Middle East Respiratory Syndrome). Nel primo caso la trasmissione all'uomo avvenne attraverso un mustelide, lo zibetto, mentre nel secondo caso con il dromedario: ma questi animali furono i cosiddetti ospiti intermedi. Il virus in origine circolava infatti in un pipistrello. Gli scienziati dell'Università di Fudan (Shanghai), dell'Istituto Marie Bashir per le malattie infettive e la biosicurezza dell'Università di Sydney (Australia) e dell'Istituto di Virologia di Wuhan, che fa capo all'Accademia Cinese delle Scienze, sono convinti che anche il nuovo coronavirus fosse presente nei pipistrelli; del resto condivide l'80 percento del patrimonio genetico con quello della SARS.

La letalità del coronavirus più bassa del previsto

Come spiegato a fanpage dalla virologa di fama internazionale Ilaria Capua, il coronavirus potrebbe essere presente in Italia da settimane o addirittura mesi, e il fatto che si stiano registrando così tanti contagiati in questi giorni può essere una buona notizia: “Tanto più cresce il numero delle persone infette – o meglio: tanto più scopriamo casi pregressi e passati inosservati – tanto meglio è. Perché vuol dire che il numero degli infetti è maggiore di quanto pensavamo. E il potenziale letale del virus, molto minore”.

(Fonte: scienze.fanpage.it)



12 mar 2020

Meno biodiversità e più pandemie, uno studio dell'Università di Roma


 

"Quasi tutte le recenti epidemie sono dipese  da alta densità di popolazione, aumento di commercio e caccia di animali selvatici e cambiamenti ambientali, quali la deforestazione, e l’aumento degli allevamenti intensivi specialmente in aree ricche di biodiversità": uno studio dell'Università di Roma.

Negli ultimi 20 anni una serie di virus e infezioni hanno messo a dura prova i sistemi sanitari ed economici globali. Eppure quando si fa pianificazione per lo sviluppo sostenibile non si tiene conto che il rischio di pandemie è strettamente connesso alla perdita di biodiversità. A sottolineare questa gravissima carenza nelle politiche mondiali di sviluppo è uno studio elaborato da più centri di ricerca internazionali coordinato da Moreno Di Marco, ricercatore esperto di biodiversità del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie della Sapienza di Roma.

L’attuale diffusione del nuovo coronavirus, sottolinea lo studio del gruppo di Di Marco, è solo l’ultima di una serie di epidemie degli ultimi anni: Ebola, Sars , Zika, Mers, sono tutte malattie che hanno in comune l’origine zoonotica, poiché sono state trasmesse da animali all’uomo. Lo studio si chiede dunque se, invece che affrontare l’emergenza, si può prevenire, per evitare che altre crisi causino vittime e tracolli economici.

Nell’articolo pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, Di Marco sottolinea appunto che manca la prevenzione: la valutazione e la considerazione del rischio di pandemie sono al momento assenti nella pianificazione dello sviluppo sostenibile. Manca, dicono gli autori, e sarebbe invece urgentemente necessario, “un approccio integrato per mitigare l'emergenza delle malattie infettive, che sono tra le conseguenze del cambiamento ambientale”.

“Si presta troppo poca attenzione alle interazioni tra il cambiamento dell’ambiente e il diffondersi delle malattie infettive – spiega Di Marco – nonostante le prove scientifiche che questi due fenomeni sono strettamente connessi siano sempre più evidenti. Le misure e le politiche per ridurre i rischi di pandemia - continua – dovrebbero determinare compromessi con altri obiettivi sociali, come la produzione di cibo ed energia, che alla fine si basano sulle stesse risorse ambientali. Tali collegamenti non possono essere ignorati: quasi tutte le recenti pandemie sono dipese  da alta densità di popolazione, aumento di commercio e caccia di animali selvatici e cambiamenti ambientali, quali la deforestazione, e l’aumento degli allevamenti intensivi specialmente in aree ricche di biodiversità”.

Di Marco auspica poi un cambio nelle aree di ricerca: “Lo studio delle interazioni tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile di solito si concentra su un numero di correlazioni limitate, quali produzione del cibo e conservazione della biodiversità, oppure produzione di cibo ed emissioni di gas serra. Questi lavori ignorano la possibilità di pandemie e il ruolo che queste hanno nella salute e nell’economia. Serve un cambio di passo per prevenire tali catastrofi: la lotta al rischio di pandemie deve diventare parte integrale della programmazione socio economica”.

Tra le misure da adottare c’è il monitoraggio e la riduzione delle attività antropiche a ridosso di ecosistemi naturali e aree ad alta biodiversità. “Le attività antropiche a ridosso di ecosistemi naturali comportano due rischi principali – spiega Di Marco - innanzitutto l'aumento del rischio di contagio dovuto al contatto tra uomo e/o bestiame e animali selvatici, che diventa maggiore. Ad esempio distruggere habitat naturale (come le foreste) per estendere le zone di pascolo comporta un aumento del rischio di contatto tra bestiame e specie selvatiche, con aumento del rischio di trasmissione di patogeni all’uomo. Inoltre la perdita di habitat e la caccia indiscriminata possono alterare la naturale composizione delle comunità di specie selvatiche, alterando poi le dinamiche che regolano i patogeni che sono naturalmente associati a queste specie. In conseguenza può aumentare il rischio che un determinato virus diventi prevalente e/o che passi ad una nuova specie ospite”.

Di Marco fa un esempio pratico per spiegare cosa accade se si altera la comunità di animali che ospita un certo patogeno: “In un lavoro di Keesing et al. del 2010 su Nature si descrive come il virus West Nile è tramesso da diverse specie di uccelli passeriformi all'uomo, tramite punture di zanzara. Si è scoperto che se il numero di specie di uccelli nell'ecosistema si riduce (per causa dell'impatto antropico) aumenta il rischio di trasmissione del virus all'uomo. Questo perché gli ecosistemi soggetti ad impatto antropico tendono ad essere dominati da specie di uccelli che amplificano la densità del virus, aumentando il rischio che le zanzare lo trasmettano all'uomo. Al contrario, ecosistemi ricchi di specie di uccelli contengono molte specie che mantengono il virus a densità bassa, riducendo la probabilità che le zanzare (e quindi l'uomo) ne vengano infettate”.

Nonostante studi come quello citato da Di Marco siano numerosi l’idea che non si può salvaguardare la salute umana senza conservare la biodiversità fatica ancora a farsi strada. “Purtroppo si continua ancora a vedere la conservazione della biodiversità, e della natura più in generale, come un obiettivo secondario rispetto ad aspetti di sviluppo socio-economico come la produzione di cibo o di energia. In questo modo però si rischia di definire politiche di sviluppo miopi, che hanno un effetto boomerang nel lungo termine – conclude Di Marco - Ad esempio, ignorando il rischio di pandemie che deriva dai cambiamenti ambientali generati da politiche agricole che non tengono conto della biodiversità. O ancora ignorando il rischio di trasmissione di patogeni associato al commercio di specie selvatiche (sia legale che illegale), come è stato per la SARS e come sembra sia anche per il COVID-19”.

(Fonte: Repubblica.it)  



Seriamente minacciato dal clima il marsupiale che si consuma per amore



Il piccolo antechino australiano, noto per maratone d'accoppiamento che lo portano alla morte, ora è seriamente minacciato dal clima.
Povero antechino. Se c'è un animale al mondo estremamente sfortunato, un po' anche per colpa nostra, è proprio l'Antechinus, marsupiale che vive tra l'Australia e la Tasmania e di cui esistono al mondo poco più di una dozzina di specie.
Dopo lo scatenato "sesso mortale", fatto curioso per cui l'antechino è noto alle cronache, questo esemplare di marsupiale non solo ha sofferto in maniera drammatica l'ondata di incendi in Australia ma, secondo una nuova ricerca, potrebbe presto scomparire del tutto a causa del riscaldamento globale.
La maggior parte delle specie di Antechinus, già di per sé, ha un ciclo di vita molto breve, tanto che si riproduce soltanto una volta nella sua esistenza. Il come si riproduce, stranezza del mondo animale, sembra quasi irreale.
L'antechino infatti è un animale che durante la stagione dell'accoppiamento (l'inverno australe), della durata di circa tre settimane, lo fa talmente tanto da morire. Per il maschio, il concetto di "dare tutto", è pienamente applicato. E' stato calcolato che in un giorno può accoppiarsi anche dodici volte e fino ad esaurire completamente le energie. Lo fa pur di assicurarsi il successo riproduttivo, che si riduce a poco più di una chance nell'arco di una vita.
Talmente tanto che nella stagione dell'accoppiamento può capitare che il maschio si consumi fino a morire. Questo avviene, è stato studiato, perché gli antechini si spingono fino a deprivare il loro corpo di proteine vitali, a liberare energia metabolica supplementare, in sostanza a scambiare la vita per generare altra vita.
Se in questo gesto è bello venderci una sorta di nobiltà, poca ce n'è invece nell'azione umana che ha contribuito a generare incendi o, con politiche costanti legate ai combustibili fossili ed inquinati, ad accelerare la crisi climatica in corso. Secondo una nuova ricerca infatti, oltre agli accoppiamenti e ai recenti roghi che hanno devastato 10 milioni di ettari in Australia, adesso a minacciare la sopravvivenza dell'antechino è proprio il riscaldamento globale.
Nello studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Physiology i biologi dell'Università del New England e alcuni colleghi norvegesi sostengono che il marsupiale non sia pronto ad affrontare un mondo con temperature più elevate. Esaminando una delle specie, l'Antechinus flavipes, i ricercatori hanno scoperto che il cosiddetto detto "piedi gialli" in future condizioni di temperature più elevate nelle prime fasi di vita potrebbe non essere in grado di adattarsi e sopravvivere all'inverno.
Questi animali, che nascono dopo la stagione dell'accoppiamento durante l'inverno australe, trascorrono infatti i loro primi mesi di esistenza in estate e autunno, periodi in cui la crisi climatica sta esasperando le temperature, un fattore che - hanno affermato di recente anche dal ministero dell'ambiente australiano - sarà purtroppo sempre "più frequente".
Con uno scenario del genere i maschi potrebbero dunque non sopravvivere fino all'inverno, periodo in cui dovrebbero dare vita insieme alle femmine a nuove generazioni.
Per affermare ciò gli scienziati hanno condotto esperimenti su una ventina di esemplari giovani allevati in cattività a temperature fredde o calde (tra i 16 e i 25 gradi centigradi), osservando i vari comportamenti, i valori della massa corporea e il livello di attività degli animali.
Sottoposti a test di aumento delle temperature (incremento di 4 gradi ogni due ore fino a 30 gradi) e poi decremento e viceversa, gli antechini giovani che erano stati inizialmente esposti al caldo hanno mostrato meno plasticità fenotipica dimoostrando, in sostanza, di avere meno capacità di adattamento alle condizioni ambientali.
Per gli esperti è dunque possibile che una specie le cui generazioni dipendono da un solo singolo evento riproduttivo, potrebbe non riuscire a resistere nel tempo alla crisi climatica, data la sua scarsa capacità di adattamento, e dunque estinguersi. Un dramma nel dramma per l'antechino che forse con un cambio di rotta globale in termini di emissioni, sesso a parte, potrebbe ancora salvarsi.

(Fonte: repubblica.it)