23/01/19

La caccia alla volpe in tana è una barbarie


La caccia alla volpe in tana è una barbarie. Nonostante sia vietata questa attività continua a essere praticata.

Per cacciare gli animali nelle tane vengono impiegati cani appositamente addestrati. Che ingaggiano feroci scontri con i selvatici intrappolati.
Il risultato è che cani e volpi, ma non solo visto che la caccia in tana viene fatta anche contro altre specie, riportano gravi conseguenze. Che possono arrivare sino alla morte.


La caccia in tana è una delle forme peggiori di caccia, che pur non essendo vietata espressamente dalla legge non è comunque consentita. Aprendo un varco all’applicazione sia della normativa che punisce i maltrattamenti sugli animali che della stesse legge 157/92.
Il cane viene considerato un ausiliario del cacciatore, ma non uno strumento di caccia. Per questo non può essere impiegato per ingaggiare combattimenti con le prede, che restano comunque sempre vietati per legge (articolo 544 quinquies C.P.).
La caccia in tana viene praticata, sempre illegalmente, anche sui conigli utilizzando sopratutto i furetti. Una volta introdotti nelle tane i predatori spaventano i conigli, che fatti uscire all’aperto, grazie alla presenza di diverse uscite nelle loro tane, trovano ad attenderli i cacciatori.
Diverso è il caso della caccia nelle tane delle volpi, dove l’animale non ha solitamente un’altra via di fuga ma è costretto a difendersi e a difendere i suoi cuccioli in un cunicolo. Durante lotte dall’esito sempre incerto.
Una pratica che può essere assimilabile ai combattimenti fra animali e che può quindi portare a conseguenze per i responsabili, anche più serie delle violazioni sulla caccia. Che dovrebbe comunque essere espressamente vietata per legge.
Parimenti dovrebbe essere vietato anche l’addestramento dei cani alla caccia in tana, che viene effettuato usando cunicoli artificiali e spesso animali catturati illegalmente a questo scopo, un fatto che costituisce ovviamente reato.
La caccia in tana è un fenomeno talmente diffuso da avere indotto anche i Carabinieri a dedicare una pagina dedicata proprio a questa forma di vero e proprio bracconaggio. Pubblicando sul loro sito internet istituzionale (vedi qui) una pagina su questa tematica.0
Quando non viene praticato in Italia illegalmente l’addestramento e le attività di caccia avvengono spesso nei paesi balcanici, dove la tutela degli animali dai maltrattamenti è meno efficace.
Per questo la Lega Anticaccia e il Rifugio Miletta hanno lanciato sul web una PETIZIONE per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla caccia alla volpe in tana, per cercare di ottenere nuovi divieti maggiormente incisivi. Con l’idea di presentare la raccolta di firme (la trovi qui) alla commissione Ambiente del parlamento.

(FONTE: ilpattotradito.it) 

L'ape da miele

a cura di Gabriele La Malfa
Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita”, questa un’emblematica frase attribuita ad Albert Einstein.
In realtà la sua origine non è certa, ma poco importa, infatti, indipendentemente da chi l’abbia coniata, la sua effettiva importanza risiede nel basilare concetto che veicola, ossia che le api, in quanto gli insetti impollinatori per eccellenza, sono fondamentali per la sopravvivenza della maggior parte delle specie animali e vegetali, uomo compreso.
Senza insetti pronubi (impollinatori) le piante angiosperme, quelle con fiore e frutto, non sarebbero più in grado di riprodursi e andrebbero ad estinguersi. Un tale evento, com’è facilmente intuibile, porterebbe conseguenze disastrose a livello planetario.
Gli insetti impollinatori sono di vario tipo ed appartenenti a varie famiglie, ma tra tutti le api, e in particolar modo le api da miele, rappresentano i maggiori e più importanti esponenti.
L’ape da miele (Apis mellifera), detta anche ape comune o europea, è un imenottero aculeato sociale originario dell’Europa, dell’Africa e di parte dell’Asia. Oggi questa specie è cosmopolita, perché trapiantata con successo in tutte le regioni tropicali, sub-tropicali e temperate del Pianeta.


I peli e le setole che ricoprono buona parte del loro corpo sono fondamentali per il trasporto del polline da un fiore all’altro. Attualmente sono ufficialmente riconosciute 26 sottospecie di api da miele, che si differenziano leggermente nella morfologia. Alcune hanno la capacità di tollerare climi più caldi, altre climi più freddi.
Purtroppo negli ultimi decenni, a causa dei cambiamenti climatici e, soprattutto, dell’ampio ed indiscriminato uso di pesticidi e diserbanti in agricoltura, la popolazione mondiale delle api è in forte decremento. Recenti studi hanno registrato un’allarmante diminuzione complessiva del 30% !
La società delle api da miele è di tipo matriarcale con colonie formate mediamente da 50-60 mila unità, prevede un’unica femmina fertile all’interno di tutto l’alveare (colonia monoginica), ed ha una durata pluriannuale, ovvero persiste per diversi anni.
L’alveare è il nido naturale delle api (quello artificiale, fabbricato dall’uomo per allevarle, viene detto arnia), è composto da tanti favi, ossia da un raggruppamento di celle esagonali, che hanno come scopo primario contenere le uova/larve ed immagazzinare il miele/polline. Tali strutture sono a base di cera d’api, un prodotto segreto dalle api stesse e composto principalmente da propoli, impurezze del polline e miele.
L’ape mellifera è una specie polimorfica, composta da tre caste con conformazioni morfologiche diverse tra loro:
La regina: unica femmina fertile di tutto l’alveare, è facilmente distinguibile dalle altre api per le maggiori dimensioni, soprattutto a causa del voluminoso addome. Ha il compito di deporre le uova e di tenere coesa la colonia. Non dovendo raccogliere il polline è sprovvista del relativo apparato raccoglitore. Analogamente, non dovendo produrre miele e/o cera, è sprovvista delle ghiandole faringee e ceripare. Può vivere fino a 4-5 anni.
Le api operaie: presenti in numero variabile, a seconda della grandezza dell’alveare, da 40 a 100 mila, sono sterili e il loro compito è mantenere e proteggere la colonia. A differenza della regina la loro vita media è piuttosto limitata, da 30 a 45 giorni, solamente le api operaie nate in autunno sono relativamente più longeve in quanto destinate allo svernamento.
I fuchi (pecchioni): presenti nell’alveare limitatamente al periodo compreso tra aprile e luglio (Europa, emisfero boreale) in numero variabile di 500-2000 individui, sono i maschi ed hanno come unico compito quello di fecondare le nuove regine. Sono più grandi rispetto alle api operaie, ma più piccoli rispetto alla regina, e sono sprovvisti di pungiglione (come per tutti gli imenotteri, l’aculeo deriva dall’apparato ovopositore modificato, quindi è assente nei maschi). La ligula, una sorta di proboscide che serve a succhiare il nettare dai fiori, è molto più corta rispetto alle api operaie e pertanto non risulta funzionale.
Sia le regina che le api operaie hanno l’aculeo velenoso, tuttavia mentre nelle operaie il pungiglione ha degli uncini di “arpionamento”, che gli impediscono di essere estratto una volta conficcato, nella regina è liscio. In altre parole, una volta che un’ape operaia utilizza il suo aculeo è destinata a morire in pochi minuti, dato che tutto l’apparato del veleno e le viscere gli vengono strappati dal corpo.
Tuttavia quella che potrebbe sembrare un soluzione controproducente ha i suoi precisi vantaggi: restando conficcato, il pungiglione continua ad iniettare veleno, anche dopo che l’ape si è staccata, inoltre tra i tessuti strappati, rimasti connessi all’aculeo, c’è anche la cosiddetta ghiandola del feromone d’allarme. Questo feromone richiama le altre api operaie e le induce ad attaccare nello stesso punto.
Diversamente dalle operaie, che utilizzano il loro pungiglione per difendere la colonia, la regina lo utilizza quasi esclusivamente al momento dello sfarfallamento per uccidere le regine rivali presenti nell’alveare. In un alveare vengono allevate più regine, tuttavia la prima ad uscire dal bossolo uccide le altre regine, che ancora sono nell’involucro ninfale.
La monoginia, ovvero la presenza di una sola femmina fertile all’interno dell’alveare, viene garantita dalla regina stessa, che produce degli ormoni inibitori, i quali impediscono lo sviluppo di altre larve con caratteri da regina. Quando la regina si invecchia ed è prossima alla morte, la produzione di tali sostanze inibitrici cessa e nuove larve, future regine, possono cominciare a svilupparsi.
Da qui si deduce come tra le api operaie e le api regina non ci sia una differenza iniziale, ma una differenza indotta durante lo sviluppo. I primi giorni (2-3 giorni) sia le larve destinate a diventare operaie, sia quelle destinate a diventare regine vengono nutrite con la pappa reale, dopo la somministrazione continua solamente per queste ultime, per le larve api operaie si passa al miele.
Diversamente i fuchi nascono da uova non fecondate (partenogenetiche), pertanto hanno un corredo genetico aploide (16 cromosomi invece di 32). Gli eventuali maschi diploidi, ossia nati per omozigosi da uova fecondate, vengono riconosciuti dalle api nutrici ed uccisi.
Lo stadio larvale è piuttosto ridotto e per tutte le caste si assesta sui 5-6 giorni, a variare è lo stadio di pupa prima dello sfarfallamento. Per le api regina è di 7-8 giorni, per le operaie di 12 giorni e per i fuchi di 14-15 giorni.
La nuova regina si accoppia entro due-tre settimane dallo sfarfallamento con diversi fuchi (in genere 8-9). Essa vola dall’alveare e lascia dietro di se una scia di feromoni sessuali che attirano i maschi (volo nuziale). Di tutti i fughi solamente alcuni riusciranno a raggiungere la regina e ad accoppiarsi con essa. I “fortunati” vincitori dovranno far dono dei propri organi copulatori, poiché essi vengono strappati per rimanere nella borsa copulatrice della regina e costituire il cosiddetto segno di fecondazione. Gli organi copulatori verranno estratti in un secondo momento dalle api operaie, dopo che la neo-regina è tornata all’alveare. La regina viene fecondata una sola volta, ma gli spermi ricevuti nella sua spermateca serviranno per tutte le uova fecondate che essa deporrà in seguito. La deposizione minima giornaliere non scende mai sotto le 100 uova e arriva fino a 2500-3000 uova al giorno nei periodi di massima produzione di miele!
Indipendentemente dal successo o meno, i fuchi, dopo aver svolto il proprio compito riproduttivo, non saranno più accettati all’interno della colonia e, quindi, saranno destinati a morire in poco tempo.



La colonia delle api, da un punto di vista biologico, può essere considerata come un super-organismo, ovvero come una singola entità formata da tanti individui strettamente interconnessi e dipendenti tra loro. Una tale conformazione implica la necessità di un complesso ed efficace sistema di comunicazione.
Le api sono in grado di “conversare” tra loro attraverso due tipi di comunicazione, una di tipo semiochimico, mediante la produzioni di feromoni che inducono determinati comportamenti, e una di tipo fisico, le cosiddette “danze”, che le api attuano quando vogliono trasmettere un preciso messaggio alle compagne.


Il miele, vale a dire il noto alimento originato dalle api, è prodotto dalle stesse partendo dal nettare delle piante angiosperme e dalla melata, un derivato liquido, ricco di zuccheri, della linfa degli alberi, creato dal processo digestivo di alcuni insetti succhiatori, come la metcalfa (Metcalfa pruinosa), che trasformano la linfa delle piante digerendo/assimilando la parte proteica ed espellendo la parte zuccherina.
La produzione del miele comincia nella borsa melaria (ingluvie), struttura dell’ape operaia dove il nettare raccolto viene accumulato. Giunta all’alveare, l’ape rigurgita il nettare e le api operaie rimaste a presenziare l’alveare lo ingoiano cominciando il processo di digestione per scindere gli zuccheri complessi in zuccheri semplici. L’elaborato così ottenuto viene deposto in strati sottili sulle pareti delle celle dei favi e lasciato lì in attesa che si disidrati, per prevenirne la fermentazione.
Con lo scopo di agevolare il processo di disidratazione le api “ventilatrici”, muovendo velocemente le proprie ali, mantengono nell’alveare una corrente d’aria che facilità l’evaporazione dell’acqua.
Il miele impiega mediamente poco più di un mese per maturare, anche se molto dipende dell’umidità iniziale dello stesso. Sebbene la procedura per la sua produzione sia la stessa, il suo sapore e consistenza può variare, anche di molto, in base al nettare preferenziale usato dalle api.

(Fonte: aknews.it ) 

La scomparsa di rane e rospi



E’ difficile oggi raccontare ai bambini la fiaba di Grimm, dove una principessa fa amicizia con un ranocchio al punto da baciarlo e, miracolo, grazie a quel bacio, il ranocchio si trasforma in un bel giovane che poi sposerà la principessa. E’ difficile perché rane e ranocchi non si vedono più nelle campagne e negli stagni (a parte qualche rarità) e, quindi, per i bambini non sarà semplice immaginarseli…
Tutti siamo, giustamente, presi dalla scomparsa delle tigri, dei rinoceronti e degli oranghi, ma pochi oggi sanno che invece siamo dentro ad una delle estinzioni di massa più imponenti dal tempo dei dinosauri: per quasi tutti gli scienziati del pianeta l’intero ordine degli anfibi sta andando verso l’estinzione totale. Rane e rospi (anuri), tritoni e salamandre (urodeli), potrebbero diventare presto solo un ricordo del passato. Si stanno estinguendo a livello planetario, ma sul loro declino non c’è abbastanza attenzione. Eppure sono animali importanti, bioindicatori sullo stato di salute degli ecosistemi terrestri e acquatici e, inoltre, sono grandi predatori anche degli insetti che ci tormentano.
Molte sono le cause di questa drammatica e silenziosa strage: i cambiamenti climatici, la riduzione delle aree umide, i pesticidi in agricoltura, la caccia indiscriminata (le loro carni soprattutto per gli asiatici sono molto prelibate) e non ultima una dilagante infezione di funghi, la chitridiomicosi, che endemica della Corea, “grazie” ai grandi commerci internazionali, si è diffusa in ogni angolo del pianeta. Molti scienziati prevedono che nei prossimi anni sarà possibile salvarne alcuni in allevamenti mirati, tipo zoo.

(Fonte:  aknews.it )


19/01/19

La nascita di quattro cuccioli di scoiattolo in un tronco d’albero




Quando arriva la primavera, gli scoiattoli iniziano a riprodursi fino all’autunno. Ma una volta fecondate, le femmine si separano immediatamente dal maschio e si dedicano anima e corpo ai loro futuri figli.
Poi fanno un nido di conforto che applicano per proteggere durante i loro trenta giorni di gestazione, di solito in un tronco d’albero. Inoltre accumulano più cibo possibile in modo che possano nutrirsi da soli e quindi produrre abbastanza latte per i suoi piccoli. Infatti, troppo deboli, sarebbe impossibile per loro cercare qualcosa da mangiare dopo la nascita dei bambini.

Infine, arriva il momento del parto, un momento meraviglioso.
(Fonte:  www.sweetanimals.org) 



Basta olio di palma nel motore! Firma la Petizione!




FIRMA LA PETIZIONE! promossa da We Move Europe

Chiediamo alla Commissione europea di porre fine in tutta UE all'uso di combustibili ad alto rischio come l'olio di palma: per produrli distruggono le nostre foreste e uccidono gli oranghi. Entro il 1° febbraio 2019, chiediamo che la Commissione, attraverso un atto delegato, esegua il voto del Parlamento europeo per bloccare gli incentivi al carburante con olio di palma.

Perché è importante?

L’espansione incontrollata delle piantagioni di olio di palma sta distruggendo le ultime foreste pluviali rimaste sul pianeta e causa la morte degli oranghi. E forse non sapete che la maggior parte dell'olio di palma in Europa è utilizzato come carburante [1] e che l’Italia è il secondo maggiore produttore di diesel da olio di palma di tutta Europa [2].

L'UE lo sovvenziona chiamandolo "biodiesel verde" ma in realtà distrugge l’ambiente tre volte di più rispetto al diesel normale a causa della deforestazione che comporta [3]. Ampie foreste nel sud-est asiatico vengono tagliate per fare spazio a colture come la palma o l'olio di soia. Tonnellate di anidride carbonica vengono rilasciate nell'atmosfera, contribuendo al cambiamento climatico e rendendo la regione più calda.

Mentre milioni di ettari di foreste pluviali vengono distrutti, gli oranghi sono privati del loro habitat naturale e muoiono di fame. Molti vengono uccisi quando cercano di nutrirsi di frutti di palma nelle piantagioni [4]. A causa della deforestazione causata dall’industria dell’olio di palma, la popolazione di oranghi è diminuita del 50% circa [5].

La buona notizia è che l'Unione europea ha una possibilità di fermare tutto questo. L'anno scorso, il Parlamento europeo ha votato per bloccare le sovvenzioni alle colture di l'olio di palma nel diesel. Il voto mira a eliminare gradualmente l'uso di combustibili "ad alto rischio" (come quelli contenenti l'olio di palma) nell'UE entro il 2030. Per fare in modo che questo accada, la Commissione europea deve concretizzare questa decisione con un specifico atto entro il 1° febbraio 2019.

In tutta Europa, dobbiamo far sentire la nostra voce alla Commissione. Basta bruciare l'olio di palma nelle automobili! Basta distruggere le nostre foreste! Fermiamo il cambiamento climatico e salviamo gli oranghi! L’occasione c’è ed è vicina, ma dobbiamo agire subito. Il tempo sta per scadere! Se entro il 1° febbraio 2019 la Commissione non rispetta gli impegni assunti dal Parlamento europeo, gli oranghi potrebbero presto estinguersi e altre foreste pluviali scompariranno.

Per anni ci siamo piegati alla pressione dei lobbisti del biocarburante che etichettano il gasolio di palma come "carburante verde”, un nome gentile che aiuta a ottenere incentivi [6]. Nelle prossime settimane, proprio loro continueranno ad esercitare pressioni sull'UE per mantenere le sovvenzioni pubbliche sull'olio di palma. Dobbiamo fermarli subito!

Insieme, dobbiamo far sapere alla Commissione che le nostre voci sono più forti di quelle di un piccolo gruppo di lobbisti del carburante. Il loro è un sogno dove pochi, grazie ai falsi “carburante verdi”, gonfiano il proprio portafoglio, a spese di tutto il pianeta, a spese nostre. Noi invece, crediamo in un pianeta rigoglioso, ricco di vita e di natura, per questo alla fine, saremo noi a vincere. Perchè il nostro sogno è per tutti.


Fonti:

  1. https://www.transportenvironment.org/publications/smoke-europe%E2%80%99s-cars-driving-deforestation-south-east-asia>
  2. https://valori.it/olio-di-palma-si-disbosca-in-asia-per-far-centrare-alla-ue-i-suoi-obiettivi-green/
  3. https://www.theguardian.com/environment/2016/mar/14/eu-green-transport-target-may-have-increased-greenhouse-gas-emissions
  4. https://news.mongabay.com/2018/07/orangutan-found-shot-hacked-at-palm-plantation-with-history-of-deaths/
  5. http://www.orangutan.com/threats-to-orangutans/
  6. https://euobserver.com/environment/139937/

(Tratto dalla petizione: www.act.wemove.eu)




Milioni di alberi da salvare in Tanzania: Firma la petizione!

 (© nyiragongo/istockphoto.com)

Il governo della Tanzania vuole costruire una diga nella Selous Game Reserve. Una porzione del sito patrimonio dell'UNESCO e habitat della fauna iconica dell'Africa, subirebbe danni gravi. Un’area di 1.500 km2 – l’estensione di Londra – potrà essere deforestata. 


Per favore, aiutateci a proteggere Selous.



Branchi di elefanti vagano nella savana, assieme alle giraffe, e ippopotami immersi nel fiume. I leoni inseguono le loro prede. La Selous Game Reserve è vibrante di vita, ma è minacciata da un progetto idroelettrico. Una diga nella gola di Stiegler, nel fiume Rufiji, patrimonio dell'UNESCO, sarebbe un disastro ecologico.

Il governo della Tanzania non ha mai fatto una valutazione di impatto ambientale. Il presidente John Magufuli vuole passare ai fatti e abbattere 2,6 milioni di alberi. Un totale di 1.500 km2 di foresta e savana saranno abbattuti e poi inondati - pari all'area di Londra. A dicembre 2018, il governo ha aggiudicato la concessione dei lavori ad un consorzio egiziano.

Gli ambientalisti temono la distruzione dell'area protetta già seriamente compromessa.Temono la distruzione finale dell'area protetta, che è già stata danneggiata. Una miniera di uranio minaccia di distruggere parte della riserva.L'UNESCO ha quindi inserito Selous nella lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo nel 2014. La popolazione di elefanti è crollata. L'organizzazione ha espresso preoccupazione per il governo tanzaniano a febbraio, senza successo.

L'impatto della diga si sentirebbe a valle  enel delta del fiume Rufiji e in una delle foreste di mangrovie più grandi del mondo. Metterebbe in pericolo il sostegno di 200.000 persone, in particolare di piccoli agricoltori e pescatori.


Di certo la la Tanzania ha bisogno urgente di una rete elettrica migliore, ma 2,6 milioni di alberi non possono essere abbattuti. 

Firma questa petizione per la protezione della Selous Game Reserve.

(Fonte: www.salviamolaforesta.org)

La Lega vuole stravolgere la legge sulla caccia. Protestiamo



Allarme delle associazioni che si battono per la difesa dei diritti degli animali 
contro il possibile stravolgimento della legge n. 157/92  
Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”


Tre emendamenti filovenatori della Lega al “Decreto Semplificazioni” sono stati ammessi al voto in Commissione (per i testi, vedi il richiamo in calce a questo articolo). Un fatto inconcepibile tecnicamente, vista l’assoluta incongruenza della materia trattata, e gravissimo sostanzialmente: la loro approvazione modificherebbe in modo pesante la legge sulla tutela della fauna. Vanno bocciati senza esitazione”. Lo dichiarano le associazioni Enpa, Lac, Lav, Lipu e Wwf Italia a proposito del decreto sulla semplificazione per le imprese, in discussione in questi giorni nelle Commissioni Affari costituzionali e Lavori pubblici in Senato.

“Con l’emendamento 3.0.75, a prima firma Ripamonti, verrebbe raggirata la norma nazionale di annotazione immediata dei capi abbattuti dai cacciatori, essenziale per evitare che a fine giornata gli abbattimenti siano oltre i limiti consentiti e necessaria a risolvere uno dei contenziosi aperti con la Commissione Europea. L’emendamento 3.0.76, a prima firma ancora Ripamonti, consentirebbe di ricorrere ai cacciatori per il controllo della fauna, con il risultato che per la prima volta in modo sistematico i cacciatori sparerebbero nei parchi. Infine, l’emendamento 3.0.74, a prima firma Bergesio, trasformerebbe le attuali aziende venatorie, nelle quali non è consentito l’abbattimento degli uccelli migratori, nelle vecchie riserve di caccia, che diventerebbero una vera e propria zona franca per un nuovo business venatorio. Come dire: la fauna selvatica trasformata in merce da supermercato”.

Le associazioni – interpreti del sentimento della maggioranza della popolazione che è contraria alla caccia, come attestano le recenti rilevazioni statistiche – invitano i senatori a bocciare questi emendamenti.

“E’ difficile decidere se debba essere maggiore l’incredulità per la leggerezza istituzionale con cui si gestiscono queste materie in Parlamento o lo sconcerto per quello che potrebbe avvenire se tali emendamenti venissero approvati”, osservano le associazioni. “Il nostro appello ai senatori è di respingere senza esitazione queste pessime proposte, assumendosi la responsabilità della difesa del patrimonio naturalistico del Paese, riconosciuto e difeso dalla nostra carta costituzionale così come dalle direttive e dalle convenzioni internazionali, oppure di abbandonarla nelle mani dei distruttori della natura”.

AZIONE

Chi volesse scrivere ai senatori, può inviare una mail agli indirizzi dei singoli senatori e scrivere nei loro profili social (Facebook, Twitter, Instagram)
Cliccare qui per scaricare l’elenco degli indirizzi di posta elettronica dei senatori della XVIII legislatura 
Cliccare qui per leggere il fascicolo con i testi degli emendamenti
Cliccare qui per leggere i singoli emendamenti


(Fonte: http://www.youanimal.it)

11/01/19

L’effetto serra e il gran gelo sull’Europa

 

 

… cerchiamo di capirne il fenomeno.



E’ il secondo anno che accade un importante fenomeno meteo legato ai cambiamenti climatici, che ha interessato (lo sta ancora facendo) l’Europa centro orientale e parte della nostra penisola, in particolare il versante Adriatico. Nei “salotti da bar” la gente si chiede:” … che centra l’effetto serra con questo freddo gelido?“. Invece centra, e come! E’ chiaro che per gran parte delle persone i cambiamenti climatici sono fenomeni più identificabili con le ondate di calore e con la siccità, anziché con il freddo pungente.

A questo punto noi di Accademia Kronos cercheremo di dare una spiegazione: va subito chiarito che “la macchina” meteo-climatica terrestre è molto complessa, essa dipende da molti fattori sia esterni che interni al guscio di protezione atmosferica che avvolge il pianeta, come l’energia solare, fino al rilascio di calore da parte degli oceani e poi dal riscaldamento o raffreddamento della bassa, media ed alta atmosfera, ecc.

Ormai è un fatto acquisito quello dei gas serra che hanno la capacità di intrappolare i raggi solari altrimenti destinati a tornare nello spazio e quindi riscaldare tutta l’atmosfera terrestre.

Entriamo, dunque, nel merito della questione, avendo acquisito questi primi elementi .

Nell’illustrazione che segue possiamo notare la suddivisione dell’atmosfera terrestre in Troposfera e Stratosfera, oltre a ciò possiamo notare una specie “di corona” che ruota sopra il Polo Nord. Si tratta di correnti stabili circolatorie che ruotano intorno all’asse polare in senso antiorario nella parte più alta della Troposfera e che rappresentano il Vortice Polare.

Difficilmente questo movimento circolare si rompe, a meno che dalla Stratosfera si manifesti una forza dilatatoria verso lo strato inferiore dell’atmosfera. Ciò può interferire pesantemente col vortice polare fino a bloccarne la perenne rotazione e così deviare le sue correnti fredde a latitudini molto più basse, una parte verso l’America del Nord e un’altra verso l’Europa. Ed è questo che è successo giorni fa, La stratosfera, “grazie”, si fa per dire, al fenomeno dell’effetto serra, si è riscaldata in maniera anomala, fenomeno questo conosciuto come stratwarming, dilatandosi fino ad interferire con il vortice polare al punto da “fratturarlo” (split) in uno o due lobi secondari che sono così scesi fino da noi. Queste correnti passando per la Siberia si sono ulteriormente “caricate” di freddo intenso e così ci sono piombate addosso con tutte le conseguenze che conosciamo già dallo scorso anno, anche se questa volta in modo più attenuato.



Per fortuna il fenomeno, almeno fino a questo momento, non è drammatico come lo scorso anno, tuttavia ancora una volta ci ha trovati impreparati. Bastava adottare i provvedimenti che l’Unione Europea da diversi anni ha chiesto ai suoi stati membri, al fine di realizzare una seria politica di prevenzione e di adattamento ai cambiamenti climatici, visto che ormai la battaglia per la mitigazione climatica è “persa”.

Si parla pertanto di SNA, che significa strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (al momento in Italia si è adeguato come grande comune solo Ancona e pochi altri). Ma cosa vuol dire SNA? E’ la fase propedeutica al PNA, ossia al piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Si tratta di individuare i punti deboli di una città, criticità che in caso di fenomeni meteo estremi potrebbero mettere a rischio l’incolumità dei cittadini. Quindi dal controllo e messa in sicurezza degli argini dei fiumi, agli alberi non troppo stabili, alla capacità di risposta per il benessere dei cittadini da possibili ondate di calore, alla siccità, al rischio ghiaccio e neve abbondante, alla presenza massiccia di insetti che possono veicolare agenti patogeni, ecc. Tutto questo fa parte di una strategia che se ben applicata può mettere in sicurezza una città.

Eppure gran parte dei comuni italiani, a differenza di molte città europee, non conoscono le procedure per accedere ai Piani Nazionali di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Purtroppo i cambiamenti climatici sono una minaccia sempre più incombente, per cui fenomeni estremi non sono da considerare più eventi episodici, ma, purtroppo, rappresentano l’avanguardia di qualcosa che tra non molto potrebbe essere pura routine!

A questo punto la Commissione Scientifica di Accademia Kronos è a disposizione per tutte quelle amministrazioni pubbliche che, finalmente, vorrebbero attuare i Piani Nazionali di Adattamento ai Cambiamenti Climatici.

(Fonte:  www.aknews.it )


Climate Change: le possibili, allarmanti conseguenze

 
 
Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto a 2°C comporta delle differenze sostanziali per la vita sul nostro pianeta.
 
Il cambiamento climatico in atto sta portando velocemente a grandi sconvolgimenti a livello globale. Se vogliamo evitare conseguenze catastrofiche per noi e per il pianeta, bisogna agire subito e in modo mirato. Questo è quanto emerso dal nuovo rapporto sull’ambiente pubblicato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’8 ottobre 2018 in Corea del Sud. Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C richiede cambiamenti rapidi e senza precedenti in tutti gli aspetti dell’attività umana. L’IPCC è il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite. Formato nel 1988, ha lo scopo di studiare il riscaldamento globale e di fornire una visione chiara e scientificamente fondata dello stato dei cambiamenti climatici e dei loro potenziali impatti ambientali e socio-economici.

Alla luce dei nuovi dati, l’Accordo di Parigi del 2015 risulta superato: anche se venisse rispettato alla lettera, non sarebbe comunque sufficiente per mantenersi sotto gli 1,5 °C. Per farlo sono necessari interventi molto più incisivi, che per ora non sembrano però essere nei piani della maggior parte dei governi. Per rimanere entro questo limite, le emissioni globali di CO2 dovrebbero diminuire del 45% (rispetto ai livelli del 2010), entro il 2030, per raggiungere lo zero nel 2050. Da allora ogni emissione rimanente dovrebbe essere bilanciata dalla rimozione di CO2 dall’atmosfera.

Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C richiede cambiamenti rapidi e senza precedenti in tutti gli aspetti dell’attività umana.

Su questo tema si è espresso chiaramente Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore della Sanità: “I cambiamenti climatici sono la vera minaccia globale di questo secolo e attraversano tutta la condizione umana e ambientale. La qualità della nostra vita, la nostra salute e la stessa nostra sopravvivenza sono messe a serio rischio. Gestire queste trasformazioni, cambiare rotta è diventata la vera emergenza e la vera sfida”. E ancora: Abbiamo solo due generazioni, meno di 20 anni, per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell’uomo e dei territori. Fra qualche decennio potrebbe già essere troppo tardi. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l’anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non agiremo subito”.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) parla di 7 milioni di morti legate ai cambiamenti climatici ed in Italia ben il 12% dei ricoveri pediatrici in ospedale sono connessi all’inquinamento.
A Roma, dal 3 al 5 dicembre 2018, si è tenuto il primo simposio internazionale su “Health and Climate Change”, da cui nascerà la prima carta internazionale su clima e salute, contenente una serie di raccomandazioni per contrastare i rischi legati ai cambiamenti climatici. All’evento hanno partecipato 500 ricercatori provenienti da 30 paesi. È fondamentale che la comunità scientifica condivida questa consapevolezza per far diventare il cambiamento una responsabilità e un impegno comune. I prossimi anni, infatti, saranno i più importanti della nostra storia. 

(Fonte: www.salviamoilpianeta.it)