20 gen 2020

Violenze contro gli animali: una legge bloccata in Parlamento



Ferma da mesi, arenata, come tante altre norme annunciate e poi riposte in un cassetto. È la legge per contrastare le violenze contro gli animali che da ormai un anno è bloccata in Parlamento in attesa di vedere finalmente la luce. Eppure i reati aumentano e le torture contro i nostri amici a 4 zampe sono sempre più frequenti.

Ogni giorno - secondo una indagine ripresa dal quotidiano “Il Mattino” - sono aperti circa 26 fascicoli per reati contro gli animali, uno ogni 55 minuti, circa 9.500 l'anno. Ogni 90 minuti circa è stata indagata una persona con 5.850 processi ogni anno. Un fenomeno tutt'altro che isolato come troppo spesso si è portati a pensare. Su 100mila italiani, quasi dieci vengono indagati per reati contro gli animali. Colpa probabilmente di pene ancora troppo blande per chi commette violenza verso esseri viventi che non hanno parole per ribellarsi. L'ultima vera legge per punire gli aguzzini risale al 1989, giudicata dalle stesse associazioni animaliste come un presidio di civiltà giuridica essenziale. In questi 30 anni la legge è stata certamente uno strumento capace di sottrarre al maltrattamento e salvare tanti animali ottenendo il loro sequestro. Grazie all'introduzione che ha previsto per questo reato di elevarlo da semplice contravvenzione a delitto, prevedendo inoltre la reclusione per i reati più gravi. Con la norma del 1989 anche i combattimenti tra cani sono diventati perseguibili, ma ora quella legge non basta più perché presenta dei vulnus quasi inspiegabili.

Ecco perché la nuova norma chiesta da mesi dalla Lega Anti-vivisezione (Lav) prevede in caso di reati una nuova disciplina della confisca obbligatoria, al fine di impedire che l'animale resti in custodia e nella disponibilità del suo aguzzino. Una prassi che oggi si ripete spesso: chi commette violenze sugli animali può vederseli affidare nuovamente e può comunque continuare a tenere un altro animale come se risultasse una persona affidabile. Di qui la proposta di vietare a vita il possesso di animali per chi si è reso responsabile di violenze e atrocità nei loro confronti.

Oggi anche chi viene scoperto ad organizzare e lucrare sul combattimento dei cani può comunque tenere altri animali ed altri cani come se nulla fosse successo. Proprio sui combattimenti si concentra un enorme business dei clan che organizzano queste lotte clandestinamente per gente senza pietà che scommette somme ingenti sui combattimenti. Ogni anno sono a decine le operazioni di carabinieri e polizia per fermare questo giro di soldi che ha per vittime cani addestrati ad uccidere. In questo caso l'aumento delle pene consentirebbe anche alle forze dell'ordine di poter utilizzare le intercettazioni, laddove per pene più blande non è oggi consentito.

Tra le norme previste dal nuovo pacchetto normativo c'è pure quella di comminare pene maggiori per chi commette violenze sugli animali in presenza di minori. «Una norma di civiltà - spiega Gianluca Felicetti, presidente della Lav - oltre che di buon senso. Se i minori assistono alle violenze sui nostri amici a 4 zampe come se fosse una cosa normale, in futuro anche loro considereranno normale avere lo stesso atteggiamento». Non solo, ma una serie di studi scientifici dimostrano come ci sia un nesso strettissimo tra violenze sugli animali e sulle persone. Famiglie in cui si sono verificati casi di violenza contro gatti e cani sono spesso quelle dove la stessa ferocia viene utilizzata contro madri, figli e genitori.

Tra i promotori delle nuove norme ci sono il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, e il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, che più volte ha chiesto in questi mesi di accelerare per portare questo testo in Parlamento. Nel nuovo disegno di legge a firma dei senatori Gianluca Perilli e Alessandra Maiorino (che riprende l'originario testo presentato da Ferraresi nella scorsa legislatura), le associazioni animaliste chiedono inoltre che venga introdotto il reato di strage di animali per contrastare le uccisioni di massa, come ad esempio nei casi di avvelenamento di cui si registrano centinaia di casi ogni mese.

L'altra novità prevista è che la norma sia posta a protezione dell'animale in quanto soggetto di diritto e non espressione di una vaga sensibilità rispettosa nei confronti dell'ambiente: una discriminante non da poco che andrebbe ad incidere in maniera significativa sulle pene comminate dai magistrati. Il presidente della Lav preferisce non aprire un fronte polemico con i parlamentari, anche se chiede di fare in fretta. «Siamo stati vicini all'attuazione del nuovo pacchetto normativo la scorsa estate -spiega Felicetti - ma prima la crisi di governo e poi la formazione del nuovo esecutivo Conte ha ritardato che venisse portato in Parlamento. Poi negli ultimi mesi le Camere sono andate di corsa per approvare la manovra finanziaria ed altre misure più urgenti, ma speriamo che già entro questo mese la politica ci dia buone notizie perché nel frattempo tanti animali sono maltrattati e le pene sono ancora troppo blande». 

(Fonte: www.ilmattino.it)


17 gen 2020

Liberati 200 animali e chiuso il laboratorio tedesco che torturava scimmie, cani e gatti.


Le foto e i video, girati presso il Laboratory of Pharmacology and Toxicology (LPT), in Germania e diffusi dalle associazioni Cruelty Free International e Soko Tierschutz, mostravano cani tenuti in gabbie sporche di sangue e feci e scimmie terrorizzate, sottoposte a vere e proprie torture.
Dopo la diffusione delle immagini shock, le autorità hanno avviato un’indagine che ha portato alla revoca della licenza per il laboratorio: ora la struttura dovrà chiudere e consegnare tutti gli animali attualmente detenuti.

Al momento sono rimasti ancora 96 cani rinchiusi nel laboratorio, mentre altri 80 sono stati già messi in salvo, insieme a 49 gatti, trasportati presso centri per il recupero e il benessere animale.

 “Siamo lieti che le autorità abbiano preso provvedimenti per ritenere responsabile la LPT. Livelli di crudeltà verso gli animali e violazioni della legge esposti dalla nostra indagine sono totalmente inaccettabili. Le nostre scoperte hanno sollevato il coperchio del segreto che continua a circondare l’uso di animali in questi test obsoleti e sottolinea la necessità di una revisione dei test di tossicità in tutta Europa.Crudeltà di questa natura non possono avere luogo in nessun laboratorio” ha commentato Kerry Postlewhite, di Cruelty Free International.

In totale verranno salvati 200 animali, ma purtroppo l’ordinanza è arrivata tardi per i macachi: i poveri primati sono stati purtroppo venduti a un laboratorio olandese prima di poter essere soccorsi.
I macachi erano forse tra gli animali a ricevere i trattamenti peggiori, costretti a vivere in gabbie piccolissime, afferrati con violenza per il collo e immobilizzati durante gli esperimenti. I poveri animali, a causa dei maltrattamenti, mostravano evidenti segni di sofferenza e comportamenti compulsivi.

Purtoppo la revoca della licenza è arrivata tardi per loro, ma consola che in questo laboratorio non verranno più inflitte sofferenze ad altri animali.

(Fonte:  www.greenme.it)


8 gen 2020

La verità sugli incendi in Australia

Cosa li ha causati, perché non si riescono a spegnere e cosa c'entra il cambiamento climatico, spiegato nel post di un ricercatore diventato virale su Facebook

di Giorgio Vacchiano
Un vigile del fuoco gestisce un incendio controllato a Tomerong, in Australia, l'8 gennaio 2020: lo scopo è contenere un più grande incendio poco lontano (AP Photo/Rick Rycroft)
Tra le notizie più raccontate e discusse delle ultime settimane ci sono quelle sui grandi incendi in Australia. Come era già successo per gli incendi nella foresta amazzonica della scorsa estate, è stato molto discusso anche il modo in cui alcuni giornali si sono occupati della questione, in alcuni casi diffondendo informazioni sbagliate. In un post su Facebook, Giorgio Vacchiano, ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale dell’Università degli Studi di Milano (e autore del saggio La resilienza del bosco), ha spiegato bene, per punti, tutto quello che c’è da sapere sugli incendi, le loro cause e i loro effetti, la difficoltà di spegnerli e in che modo il cambiamento climatico ha un suo ruolo nella situazione attuale. Abbiamo ripreso il suo post, che trovate di seguito.

1) Quanto territorio è in fiamme?
Gli incendi hanno percorso da ottobre a oggi circa 8 milioni di ettari di territorio tra New South Wales, Victoria, Sud Australia e Queensland – una superficie doppia a quella degli incendi del 2019 in Siberia e in Amazzonia combinati, e pari ai quattro quinti di tutte le foreste italiane. In sole quattro annate, negli ultimi 50 anni, la superficie bruciata in New South Wales ha superato un milione di ettari, e oggi ha quasi raggiunto il doppio della seconda annata più drammatica (il 1974 con 3,5 milioni di ettari percorsi).
Un altro aspetto inedito è la simultaneità dei fuochi su territori enormi, che di solito si alternano nell’essere soggetti a incendi. E non siamo che all’inizio dell’estate (le stagioni in Australia sono spostate di sei mesi rispetto alle nostre, quindi ora è come se fosse l’inizio di luglio), perciò queste cifre saliranno ancora, potenzialmente fino a 15 milioni di ettari percorsi dal fuoco. L’Australia è grande 769 milioni di ettari, quindi non possiamo dire che stia “bruciando un continente”. Inoltre, nelle savane del centro-nord bruciano in media 38 milioni di ettari di praterie (il 20 per cento del totale) ogni anno nella stagione secca, che in quella parte di paese è aprile-novembre. Ma si tratta di un ecosistema completamente diverso da quello che ora è in fiamme.

2) Quale vegetazione sta bruciando?
Si tratta soprattutto di foreste di eucalipto e del bush, una savana semi arida con alberi bassi, fitti o sparsi, fatta soprattutto di erbe e arbusti e simile alla macchia mediterranea. Si tratta di una vegetazione che è nata per bruciare: il clima dell’Australia centrale è stato molto arido negli ultimi 100 milioni di anni (da quando l’Australia ha compiuto il suo viaggio dall’Antartide alla posizione che occupa attualmente), e gli incendi causati dai fulmini sono stati così frequenti da costringere le piante a evolversi per superarli nel migliore dei modi: lasciarsi bruciare! Il fuoco infatti, se da un lato distrugge la vegetazione esistente, dall’altro apre nuovi spazi perché le piante si possano riprodurre e rinnovare. Molte specie del bush contengono oli e resine molto infiammabili, in modo da bruciare per bene e con fiamme molto intense quando arriva il fuoco. Poiché i semi di queste specie sono quasi completamente impermeabili al fuoco, questo stratagemma è l’unico modo per “battere” la vegetazione concorrente e riprodursi con successo sfruttando le condizioni ambientali avverse a proprio vantaggio. Tuttavia, questa volta le condizioni di siccità sono così estreme che sono in fiamme anche ecosistemi forestali tradizionalmente più umidi e raramente interessati dal fuoco.

3) Cosa ha causato le accensioni?
In Australia, metà delle accensioni sono causate da fulmini, e metà dall’uomo per cause sia colpose che dolose (in Italia invece il 95 per cento è di cause antropiche, prevalentemente colpose). Gli incendi più grandi tendono tuttavia a essere causati dai fulmini, perché interessano le aree più remote e disabitate, dove è meno probabile che arrivino le attività umane (con la possibile eccezione degli incidenti alle linee elettriche, che sono state responsabili anche dei devastanti incendi in California del 2017 e 2019). Secondo Ross Bradstock, dell’Università di Wollongong, un singolo incendio causato da fulmine (il Gospers Mountain Fire) ha già percorso da ottobre a oggi oltre 500.000 ettari di bush, e potrebbe essere il più grande incendio mai registrato nel mondo in tempi storici.
Stanno circolando notizie relative all’arresto di presunti incendiari. In parte sono state dimostrate essere notizie false diffuse per negare il problema del clima. Inoltre non si tratta di piromani, in inglese la definizione di arson include sia il dolo che la colpa. Tuttavia è evidente che qui il problema non è cosa accende la fiamma, ma cosa la fa propagare una volta accesa – sono due fasi diverse e ben distinte.

4) Cosa sta causando il propagarsi delle fiamme?
Il 2019 è stato in Australia l’anno più caldo e più secco mai registrato dal 1900 a oggi. Nell’ultimo anno le temperature medie sono state 1,5 gradi più alte rispetto alla media 1961-1990, le massime oltre 2°C in più, ed è mancato oltre un terzo della pioggia che solitamente cade sul continente. Un’ondata di calore terrestre e marina ha fatto registrare nel paese temperature record a dicembre (42°C di media nazionale, con punte di 49), mentre la siccità si protrae ormai da ben due anni. Quando l’aria è calda e secca, la vegetazione evapora rapidamente acqua e si dissecca. Più la siccità è prolungata, più grandi sono le dimensioni delle parti vegetali che si seccano. Quando anche le parti più grandi (fusti e rami) perdono acqua, cosa che avviene molto raramente, gli incendi possono durare più a lungo proprio come in un caminetto: i “pezzi” piccoli sono quelli che fanno accendere il fuoco, e quelli grandi sono quelli che bruciano per più tempo.
I combustibili forestali vengono infatti classificati come “combustibili da un’ora”, “da dieci ore”, “da cento” o “da mille ore” a seconda della loro dimensione e di quanto a lungo possono sostenere una combustione. Quello che diffonde le fiamme, invece, è il vento, che spinge l’aria calda generata dalla fiamma sulle piante vicine. Normalmente, gli incendi più vasti si verificano infatti in giornate molto ventose. Incendi molto grandi e intensi sono addirittura in grado di crearsi il vento da soli: l’aria calda sale così rapidamente da lasciare un “vuoto”: per riempirlo, accorre violentemente altra aria dalle zone circostanti. Il risultato è una firestorm, il “vento di fuoco”, con il quale l’incendio si auto-sostiene fino all’esaurimento del combustibile disponibile.

5) Come mai gli incendi non si riescono a spegnere?
Per estinguere un incendio è necessario eliminare il combustibile. L’acqua e il ritardante lanciati dai mezzi aerei possono solo rallentare la combustione (raffreddando il combustibile o ritardando chimicamente la reazione di combustione), ma per eliminare il combustibile servono le squadre di terra. Incendi di chioma intensi come quelli che si stanno sviluppando in Australia possono generare fiamme alte decine metri, procedere a velocità superiori a dieci chilometri orari (la velocità di corsa di un uomo medio) e produrre un’energia di centomila kW per metro lineare di fronte (!!). Le squadre di terra non possono operare in sicurezza già con intensità di 4.000 kW per metro (25 volte inferiore a quella degli incendi più intensi).

6) Quali sono gli effetti degli incendi?
Il bush australiano è un ambiente che desidera bruciare con tutte le sue forze, e bruciando migliora il suo stato di salute e la sua biodiversità – con i suoi tempi, rigenerandosi nel corso di anni o decenni. Anche gli animali conoscono il pericolo e molti sanno rispondere: la stima di mezzo miliardo di animali coinvolti (o addirittura un miliardo) rilanciata dai media è una stima grossolana e un po’ allarmista, che considera ad esempio anche gli uccelli – che ovviamente possono volare e allontanarsi dall’area – con l’importante esclusione dei piccoli e delle uova. Gli animali più piccoli e meno mobili (koala, ma anche anfibi, micromammiferi e rettili) possono effettivamente non riuscire a fuggire, e questi habitat saranno radicalmente modificati per molti anni a venire – molti animali on troveranno più condizioni idonee.
Altri, in compenso, ne troveranno addirittura di migliori. È un fenomeno noto in Australia quello per cui alcuni falchi sono in grado di trasportare rametti ardenti per propagare attivamente gli incendi su nuove aree, liberando così la visuale su nuovi territori di caccia.
Gli incendi invece possono creare forti minacce alle specie rare di piante (come il pino di Wollemi) e sono soprattutto molto problematici per l’uomo: già 25 vittime per un totale di 800 morti dal 1967 a oggi, il fumo che rende l’aria pericolosa da respirare, proprietà e attività distrutte per miliardi di dollari di danni. In più, gli incendi creano erosione, aumentano il rischio idrogeologico e rischiano di rendere a loro volta ancora più grave la crisi climatica sia a livello globale, contribuendo all’aumento della CO2 atmosferica (306 milioni di tonnellate emesse finora secondo la NASA, quasi pari alle emissioni di tutto il paese nel 2018), che locale, depositando i loro residui sui ghiacciai neozelandesi che, resi così più scuri, rischiano di fondersi con maggiore rapidità.

7) Cosa c’entra il cambiamento climatico?
La straordinaria siccità australiana è stata generata da una rara combinazione di fattori. Normalmente il primo anello della catena è El Niño, un riscaldamento periodico del Pacifico meridionale che causa grandi cambiamenti nella meteorologia della Terra, ma quest’anno El Niño non è attivo. Si è invece verificato con una intensità senza precedenti un altro fenomeno climatico, il Dipolo dell’oceano Indiano (IOD) – una configurazione che porta aria umida sulle coste africane e aria secca su quelle australiane. È dimostrato che il riscaldamento globale può triplicare la frequenza di eventi estremi nell’IOD.
A questo si è sovrapposto, a settembre 2019, un evento di riscaldamento improvviso della stratosfera (oltre 40 gradi di aumento) nella zona antartica, anch’esso straordinario, per cause “naturali”, che ha portato ulteriore aria calda e secca sull’Australia. Il terzo fenomeno è stato uno spostamento verso nord dei venti occidentali (o anti-alisei), i venti che soffiano costantemente da ovest a est tra 30 e 60 gradi di latitudine sui mari dei due emisferi terrestri. Lo spostamento verso nord degli anti-alisei (Southern Annular Mode) porta aria secca e calda sull’Australia, e sembra venga favorito sia dal climate change che, pensate un po’, dal buco dell’ozono. Il cambiamento climatico quindi c’entra eccome, sia nella sua azione diretta (l’aria australiana si è riscaldata mediamente di almeno un grado nell’ultimo secolo) sia indirettamente attraverso le sue influenze sulle grandi strutture meteorologiche dell’emisfero sud.

8) Cosa c’entra la politica australiana?
Molte critiche si sono concentrate sul governo australiano, responsabile di non impegnarsi abbastanza per raggiungere i già modesti impegni (riduzione delle emissioni del 28 per cento dal 2005 al 2030) che il paese aveva contratto volontariamente agli accordi a Parigi. Il problema principale è che l’economia dell’Australia è fortemente basata sull’estrazione e l’esportazione di carbone (soprattutto verso Giappone – 40 per cento dell’export –, Cina e India), un combustibile fossile la cui estrazione non è compatibile con il raggiungimento degli obiettivi di Parigi per contenere il riscaldamento della Terra al di sotto di 1.5 °C rispetto all’epoca preindustriale.
L’industria del carbone impiega quasi 40mila lavoratori australiani ed è fortemente sussidiata dal governo. L’attuale governo conservatore, come in altre parti del mondo, è tendenzialmente restio a decarbonizzare l’economia nazionale. Tuttavia non occorre confondersi: ogni nazione è connessa a ogni altra. Gli incendi in Australia non sono solo responsabilità del primo ministro Morrison o di chi l’ha eletto, ma di tutte le attività che nel mondo continuano a contribuire all’aumento della CO2 atmosferica – produzione e consumo di energia (30 per cento), trasporti (25 per cento), agricoltura e allevamento (20 per cento), riscaldamento e raffrescamento domestico (15 per cento) e deforestazione (10 per cento) – tutte cose di cui sei responsabile anche tu che leggi, e anche io che scrivo (sì, anche la deforestazione tropicale).

9) Si poteva prevedere o evitare?
Tutti gli ultimi report dell’IPCC, delle istituzioni di ricerca australiane sull’ambiente, e dello stesso governo, concordano nel segnalare un aumento del pericolo incendi in Australia a causa del cambiamento climatico, con grado di probabilità “virtualmente certo”. Anche l’arrivo di configurazioni meteorologiche di grande pericolosità è monitorato e conosciuto con un buon anticipo. Gli allarmi sono stati diramati e le evacuazioni correttamente effettuate, a quanto mi è dato di sapere. Ma la sfida dei servizi di lotta agli incendi, valida anche in Italia, è come mantenere operativo un sistema che ha bisogno di attivarsi su vastissima scala solo una volta ogni decennio.
L’altro strumento per evitare gli incendi è la prevenzione, che viene svolta su grandi estensioni con la tecnica del “fuoco prescritto”, che elimina il combustibile utilizzando una fiamma bassa e scientificamente progettata (un tipo di intervento approvato anche da molti ecologisti australiani, e praticato da quarantamila anni dalle popolazioni aborigene). Nel 2018-2019 sono stati soggetti a questo trattamento 140mila ettari di territorio, la cui applicazione è però severamente limitata dalla mancanza di fondi e, sempre lui, dal cambiamento climatico, che riduce il numero di giorni con condizioni meteorologiche idonee ad effettuarlo. C’è da dire che l’intensità della siccità e degli incendi in corso avrebbe messo probabilmente in difficoltà anche i servizi e le comunità più preparate.

10) Cosa possiamo fare?
Ridurre le nostre emissioni con comportamenti collettivi e ad alto impatto. Sforzarci di vedere l’impronta del climate change e delle nostre produzioni e (soprattutto) dei nostri consumi in quello che sta succedendo. Il problema più grande che abbiamo è questo. I koala sono colpiti duramente, ma domani toccherà ancora ad altri animali, altri ecosistemi… altri uomini. E forse anche a noi.
Per chi vive a contatto con un bosco, informarsi sul pericolo di incendio e sulle pratiche di autoprotezione necessarie a minimizzare il rischio alla vostra proprietà: gli incendi colpiranno di nuovo anche in Italia, con sempre più intensità, e possibilmente in luoghi in cui non ve li aspettereste. Sapersi proteggere è estremamente importante.

(Fonte:  https://www.ilpost.it) 



Ufficialmente estinto il pesce spatola cinese



Ufficialmente estinto il pesce spatola cinese, chiamato anche pesce spada cinese, uno dei più grandi pesci d'acqua dolce che viveva nelle acque del fiume Yangtze, il terzo fiume più lungo del mondo. E' la terza specie a estinguersi in quel fiiume, dopo il delfino del fiume Yangtze nel 2006 e l'Alosa indiana nel 2015.

Era stato dichiarato "funzionalmente estinto" nel 1993, dal momento che il numero di individui presenti non avrebbe potuto garantire la perpetrazione della specie.
Successivamente, nel 1996, l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) dichiarò tali specie in grave pericolo mentre  l'ultimo avvistamento risale all'anno 2003.

Secondo uno studio pubblicato su Science of the Total Environment, "l'ecosistema mega fluviale del fiume Yangtze un tempo ospitava diverse megafauna acquatiche, ma è sempre più influenzato da vari fattori di stress antropogenici che hanno provocato una continua perdita di biodiversità".

Colpa dell'uomo, insomma, che con l'inquinamento, costruzione di dighe e porti fluviali e pesca ha alterato e distrutto l'intero ecosistema.
 
(Fonte:  https://www.unilad.co.uk)

27 dic 2019

Istituto superiore della sanità libera per la prima volta nove macachi utilizzati per la sperimentazione: “Impegno per alternative”



Non ci poteva essere regalo di Natale migliore per nove macachi utilizzati per gli esperimenti in laboratorio dall’Istituto superiore della Sanità (Iss). Dopo una vita trascorsa in gabbia per il bene della scienza, gli animali utilizzati per studi di immunologia sono stati trasportati al centro di recupero Biological Diversity di Semproniano, provincia di Grosseto, dove la Lega antivivisezione – Lav – è impegnata in progetti di riabilitazione di animali sfruttati, e saranno poi liberati. La decisione è stata presa del presidente dell’Iss Silvio Brusaferro che si allinea alla legge con cui nel 2014, in applicazione di una direttiva europea, l’Italia si impegnò a evitare la sperimentazione animale e ad adottare metodi alternativi.
“Quando nel 1979 – precisa il presidente Brusaferro – entrai all’Iss il direttore di allora, Francesco Pocchiari, nel discorso del giuramento ci ricordò che ognuno di noi sarebbe dovuto andar via lasciando un mattone. Ecco il mio”. E aggiunge il capo del Centro nazionale di sperimentazione e benessere animale del maggiore riferimento della ricerca sanitaria in Italia Rodolfo Lorenzini al Corriere della Sera: “Ribadiamo l’impegno per la ricerca di modelli non animali alternativi, la comunità scientifica deve riflettere”.
È la prima volta che l’istituto si priva di scimmie da laboratorio. I nove macachi, selezionati per testare la risposta immunologica agli attacchi di agenti infettivi con l’inoculazione nel loro sangue di particelle virali, erano arrivati in Italia dal 2008 dall’isola di Mauritius. E ora verranno liberati. Intanto a Torino la Lav sta dando battaglia per sottrarre ai test dell’università di Torino sei macachi tenuti nello stabulario di Parma: “L’autorizzazione è irregolare. Abbiamo chiesto la sospensiva al Consiglio di Stato dopo il no del Tar”, precisa il presidente della Lega Gianluca Felicetti.

(Fonte:  ilfattoquotidiano.it)


23 dic 2019

Buone Feste


RISPETTIAMO GLI ANIMALI! CHI HA UN CUORE FESTEGGIA SENZA BOTTI!




Tantissimi sono gli animali che perdono la vita ogni anno a causa dei botti e dei fuochi d'artificio soprattutto a capodanno. ELIMINIAMO QUESTA USANZA DALLA NOSTRA VITA PER OGNI GIORNO DELL’ANNO!
Lo scoppio dei fuochi provoca forte stress e spavento negli animali domestici tali da indurli a fuggire dai propri giardini mettendo a rischio la loro vita. Per gli animali selvatici, in modo particolare per l’avifauna, il destino non è diverso! Lo scoppio dei fuochi artificiali in piena notte è uno spavento tale da provocare la morte per infarto o indurre gli animali a fuggire dai dormitori costituiti da alberi per volare al buio alla cieca anche per chilometri. Molti uccelli andranno a morire contro vetrate, edifici o cavi elettrici; altri muoiono investiti, predati o assiderati a causa delle rigide temperature invernali ed alla mancanza di un riparo. 

FESTEGGIAMO CON RISPETTO
LA VITA E’ UN DONO PREZIOSO PER TUTTI.




Il Tar del Veneto chiude l'allevamento di 11mila visoni a Villadose



Il Tar del Veneto ha accolto il ricorso delle associazioni Lav e Essere Animali contro l'insediamento di un allevamento di 11mila visoni a Villadose, in provincia di Rovigo. 
L'allevamento, sorto tre anni fa a un solo chilometro dal centro del paese e a soli 45 metri dalle abitazioni, dovrà cessare l'attività.
«La sentenza del Tar Veneto - affermano Lav ed Essere Animalista che ne danno notizia - sia uno stimolo per Governo e Parlamento ad esaminare le proposte di legge per introdurre in Italia il divieto di produzione di pellicce.  Nel nostro paese il numero degli allevamenti è drasticamente calato negli anni e l'industria della pellicceria è in crisi, grazie alla presa di coscienza dei consumatori rispetto alla sofferenza degli animali». 
Il ricorso è stato presentato contro il Comune di Villadose, la Regione Veneto, l'Azienda ULSS N. 5 Polesana e nei confronti dell'azienda agricola che ha inizialmente richiesto la conversione dell'allevamento da bovini a visoni e dell'impresa che lo ha poi rilevato. 
La sentenza del Tar Veneto - secondo gli ambientalisti - censura il comportamento del Comune, che durante l'iter autorizzativo non ha ritenuto di acquisire agli atti dall'allevatore tutta la documentazione necessaria per effettuare una valutazione completa e corretta.

(Fonte:  ilgazzettino.it)




Acquistano lo Zoo con uno scopo : Liberare gli animali e trasformare la struttura in un centro di riabilitazione




Un gesto meraviglioso, una colletta che ha permesso di acquistare uno zoo nel nord-ovest della Francia, lo scopo dell’acquisto: liberare gli animali.
E’ durata 5 giorni la colletta che ha reso possibile quello che per tutti era un traguardo inarrivabile, 600 mila euro in soli 5 giorni raccolti per lo zoo della Bretagna, lo scopo è quello di rendere liberi tutti gli animali detenuti all’intero della struttura e di trasformare la stessa in un centro di riabilitazione per animali .
Grazie alla partecipazione di 22.200 persone, la proposta del sito gofundme.com ha raccolto e ampiamente superato i 600 mila euro. Ad interessarsi delle donazione non sono stati non solo i comuni cittadini amanti degli animali, ma anche un famoso uomo d’affari creatore del sito web e dell’applicazione di incontri più conosciuta attualmente,  che ha donato da solo 250 mila euro.

Sarebbero 560 gli animali detenuti all’interno dello zoo di Pont-Scorff, che dovrebbero essere rilasciati in natura. Dopo diversi lavori di ristrutturazione la struttura sarà adibita a centro veterinario per la riabilitazione di animali derivanti dal traffico illegale o messi sotto sequestro dagli ufficiali giudiziari.
Il contratto per l’acquisizione dello stabile è stato firmato il 16 dicembre e l’organizzazione aveva come tempo limite  il 31 maggio per reperire  600 mila euro, fortunatamente grazie alla benevolenza e l’amore per gli animali che accomuna moltissime persone ci sono voluti solo 5 giorni.
Un porta voce della Ong Rewild , una coalizione di sette associazioni,  ha rilasciato un comunicato nel quale asserisce che la raccolta fondi resterà ancora aperta per poter avere più fondi per far si che la struttura, possa continuare momentaneamente a funzionare per poi poter portare a termine il progetto concordato.
L’organizzazione ha stimato anche, che per portare avanti il progetto serviranno altri 100 mila euro per poter adempiere alle spese  e al pagamento dei dipendenti, per curare gli animali, secondo alcune dichiarazioni infatti alcuni animali sarebbero in condizioni di salute preoccupanti.
Lo zoo ospita leoni, elefanti, giraffe, panda rossi e lupi, la situazione di ogni animale deve essere esaminata con priorità assoluta per tornare in natura se possibile.
La raccolta fondi è stata supportata fin dall’inizio dal giornalista Hugo Clement, che ha presentato un nuovo programma su France 2 dedicato alle lotte verdi, e poi trasmesso sui social network da personalità come Stephane Bern e l’attore Pierre Niney.
Su tweetr il creatore del sito di incontri  Marc Simoncini ha scritto:” Con 250.000 € potrei pagarmi pagine intere su molti giornali per dire un sacco di cose , ma sarebbe stato un peccato, gli animali avrebbero dovuto aspettare … baci”.
Una splendida iniziativa che porterà molti dei 560 animali nuovamente in libertà, e darà il via a moltissime nuove iniziative a favore di tutti quei prigionieri che hanno come unica colpa quella di essere animali selvatici.

(Fonte: amoreaquattrozampe.it)

Simona, la biologa che visse nella foresta di Białowieża con gli animali


Simona Kossak, una scienziata, una zoopsicologa ma soprattutto una donna che ha dedicato la sua vita a proteggere, curare e tutelare gli animali. Forse non tutti la conoscono ma la storia di Simona merita di essere raccontata.

Nata in Polonia nel 1943, Simona che trascorso la sua vita a proteggere le più antiche foreste d’Europa e i suoi abitanti. Non lo ha fatto rimanendo seduta dietro a una scrivania ma per oltre 30 anni ha vissuto nella foresta di Białowieża, in una capanna priva di elettricità e acqua corrente, a Dziedzinka, dove trovarono rifugio alcuni animali, fino a diventare un vero e proprio ambulatorio veterinario.

Per anni vissero con lei il corvo Korasek e, per 17 anni, Zabka, una femmina di cinghiale. Nella sua stanza da letto abitarono una lince, una cicogna, un bassotto e alcuni pavoni. Una cerva scelse la sua capanna per mettere al mondo i suoi piccoli e Simona li allattò. Anni dopo, una volta diventati adulti la consideravano la loro mamma.



Donna di cultura, laureata in Scienze Forestali e conduttrice radiofonica, si batté per la salvaguardia delle più antiche foreste europee. Da molti era considerata una Strega, perché parlava con piante e animali. E forse sotto sotto aveva dei superpoteri. Di certo, la sua forza e il suo amore per la Natura sono qualcosa di magico, come dimostrano i numerosi racconti legati alla sua vita.

Il corvo che seminava il terrore tra gli abitanti

Una storia che fa sorridere. Korasek, il corvo che viveva insieme a Simona, aveva la simpatica abitudine di sottrarre qualunque cosa ai passanti: portasigarette, spazzole per capelli, forbici, trappole per topi e blocchetti per appunti, ma anche documenti e alimenti dai sacchi della spesa. Si aggrappava alle gambe dei pantaloni degli uomini, tirava le gonne delle donne e puntava alle gambe.
“La gente pensava che Korasek fosse una specie di punizione per i peccati”            raccontavano gli abitanti del posto.
 


Simona e i cervi

Per gli animali, era come una madre. Allevò due alci gemelle, che chiamò Cola e Pepsi ma una delle storie più commoventi riguarda il branco di cervi che visse nei pressi della sua capanna, insieme a lei. Dopo averli aiutati a nascere, un giorno Simona vide che il branco manifestò segni di paura mentre la donna si addentrava nella foresta. Dopo qualche passo, si fermò colpita dai lamenti dei cervi. Questi ultimi si sollevarono sulle gambe posteriori emettendo un forte latrato, come a dire:
“Non andare lì, non andare lì, c'è la morte laggiù! Devo ammettere, sono rimasta senza parole, e poi finalmente sono andata. E cosa ho trovato? C'erano tracce di una lince”.
I cervi la avvisarono del pericolo, proprio come avrebbero fatto con la loro madre.
Ho attraversato il confine che divide il mondo umano da quello degli animali. Onestamente, ho rivissuto questo evento per molti giorni, e infatti oggi, quando ci penso, c'è un senso di calore attorno al mio cuore. Dimostra come si possa fare amicizia con il mondo degli animali selvatici” racconta Kossak.


Con il passare del tempo, nella casa di Simona arrivarono spontaneamente altri animali: una cerbiatta che si avvicinava alla finestra chiedendo lo zucchero, una cicogna nera per la quale Simona aveva creato un nido in una cassa nella sua stanza, un bassotto e due pavoni.

La battaglia per salvare linci e lupi

Nell'inverno del 1993, Simona iniziò a lottare per la tutela delle linci e dei lupi di Białowieża. In un articolo per la rivista Twój Styl, Alina Niedzielska ha raccontato che un gruppo di ricercatori del Mammal Research Plant dell'Accademia polacca delle scienze aveva pensato di studiare questi animali tramite un trasmettitore radio ma Simona scoprì che i metodi per installare i trasmettori sui lupi e le linci prevedevano violente catture, tagliole e trappole proibite dalla legge polacca. All'interno della riserva naturale, Simona si imbatté in due trappole metalliche, le portò con sé e si rifiutò di restituirle. Venne accusata dagli scienziati di aver rubato l'apparato di ricerca.

Poco dopo la denuncia di Simona, vennero rimosse le trappole. Allora, un branco di lupi si avvicinò alla sua casa, ululando. Un modo per ringraziarla per aver salvato loro la vita.

 (Fonte: www.greenme.it)



22 dic 2019

Nel decreto Milleproroghe la sperimentazioni sugli animali




Da due anni di proroga a uno, fino al 31 dicembre 2020, per l’entrata in vigore del divieto dei test su animali di alcol, droghe, tabacco finalizzati agli xenotrapianti. 
Rifinanziato con tre milioni di euro, dopo tre anni di stop, il fondo per i metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali, con l’aumento dal 50% all’80% della quota che dovrà andare alle sostituzioni degli animali con i metodi innovativi di ricerca. 
Se fossero confermate le anticipazioni sul decreto Milleproroghe, varato sabato scorso dal governo, “saremmo di fronte, innanzitutto, a una sconfitta” per chi chiedeva due e più anni di proroga, tanto da riuscire a far entrare in Consiglio dei Ministri la bozza del decreto con questa previsione. È quanto sostiene la LAV, Lega antivivisezione, che prosegue: “Non è quanto chiedevamo, ma faremo presentare in Parlamento, nei lavori di conversione in Legge del Decreto, che dovranno concludersi entro febbraio, un emendamento per l’azzeramento della proroga. Registriamo con favore l’inversione di tendenza voluta dal ministro della Salute Speranza riguardo ai test alternativi, strumenti innovativi che rappresentano già una realtà, sia come risparmio di vite animali così come di risultati scientifici utili per i malati, nei Paesi dove sono sostenuti, ma che in Italia sono ancora una Cenerentola. Non si tratta della linea di animalisti estremisti ma di quella della Commissione Europea, che dal 2010 ha messo nero su bianco l’obiettivo della abolizione graduale della sperimentazione sugli animali, una realtà che solo nel nostro Paese continua a consumare quasi 600 mila vite l’anno”.